Author Archives: Cesare Bianchi

Recupera l’industria di Milano, Monza Brianza e Lodi: livelli superiori al pre lockdown

L’area di Milano, Monza Brianza e Lodi conferma la sua vocazione di zona ad alto tasso di produttività e resilienza: lo dimostra, nel caso ce ne fosse bisogno, l’andamento dell’economia locale, che a settembre 2021 mette a segno risultati migliori di quelli pre lockdown. L’unica, vera criticità è data le difficoltà di approvvigionamento sui mercati che riflettono – attraverso l’incremento dei prezzi – il disallineamento tra crescita della domanda e rigidità dell’offerta.

Industria, congiuntura positiva

Come evidenziato dalle elaborazioni del Servizio Studi della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, i dati della congiuntura dell’industria relativa al terzo trimestre 2021 appaiono positivi. Nell’area lombarda in esame sono in aumento, rispetto a due anni fa, produzione, fatturato e ordini. Tanto che nel terzo trimestre 2021 hanno superato i livelli dell’analogo periodo del 2019, quando ancora non si parlava di lockdown. E, proprio per evitare l’effetto distorsivo indotto dalle chiusure,  l’analisi confronta i dati con i valori registrati nel terzo trimestre 2019, sia rispetto alla dinamica produttiva sia per fatturato e degli ordini. A livello congiunturale – rispetto al secondo trimestre 2021 – crescono l’area metropolitana milanese e brianzola, mentre si registra un calo per la provincia di Lodi. Permangono tra i segnali negativi le difficoltà di approvvigionamento sui mercati che riflettono – attraverso l’incremento dei prezzi – il disallineamento tra crescita della domanda e rigidità dell’offerta.

Milano, bene l’industria cittadina

Per quanto riguarda il capoluogo di Regione, si registra nel terzo trimestre 2021 un aumento congiunturale rispetto al secondo trimestre 2021 della produzione industriale e del fatturato milanese (+1,3% e +1% destagionalizzato), inferiori però al dato lombardo (rispettivamente +2,5% e +1,9%). come si legge nel rapporto, “Per gli ordini, la progressione congiunturale è invece molto più marcata per l’industria milanese rispetto alla manifattura regionale sia per il mercato interno (rispettivamente +5,3% e +3% destagionalizzato) che estero (+4,7% e+1,3% destagionalizzato). Passando all’analisi tendenziale, il terzo trimestre 2021 ha consentito all’area metropolitana milanese – con riferimento alla produzione – di superare il livello pre-pandemia del terzo trimestre 2019 (+6,6% in due anni). Se si considera la crescita netta del fatturato, sempre raffrontata al terzo trimestre 2019, l’aumento è del +10,5%. In relazione al portafoglio ordini, si registra un livello superiore a quello relativo al terzo trimestre 2019 (+16,6% in due anni), con performance migliore della manifattura lombarda (+13,3%). I mercati interni hanno ripreso la crescita in modo molto più incisivo (+17,9%) rispetto alla componente estera (+14,2%)”.

Isee 2022, cosa cambia per il calcolo e le prestazioni richieste

Nel 2022 si stima un boom di richieste dell’Isee, l’Indicatore della situazione economica equivalente, sia perché saranno ammesse alcune agevolazioni per le quali l’Isee non era previsto sia perché la platea degli aventi diritto a vecchi e nuovi bonus dovrebbe allargarsi. A causa del Covid crisi la economica e il mercato del lavoro hanno infatti ‘castigato’ le famiglie abbassando il loro reddito. Ne consegue un sensibile ridimensionamento anche del loro Isee, e verosimilmente, anche un aumento delle richieste. Come ricorda laleggepertutti.it, nel 2022 oltre a un aumento del numero delle prestazioni, ci sarà un altro modo di calcolare la dichiarazione sostitutiva unica che porta alla definizione dell’Indicatore. 

Come ottenerlo per avere diritto a bonus e detrazioni

L’Isee stabilisce la ricchezza di un nucleo familiare attraverso i dati relativi al reddito e al patrimonio dei componenti del nucleo e tiene conto di altri fattori, come la presenza di eventuali portatori di handicap. Questo indicatore viene richiesto per numerose prestazioni socio-assistenziali, cioè per avere diritto a bonus e detrazioni. Per ottenere l’Isee è possibile rivolgersi a un centro di assistenza fiscale (un Caf), o accedere con il proprio Spid al sito dell’Inps e compilare la dichiarazione sostitutiva unica (Dsu) per la richiesta dell’Isee.

Assegno unico dei figli, superbonus 110%, bonus acquisto prima casa per under 36

Dal 2022 viene allargato il numero delle prestazioni per le quali l’Isee sarà richiesto come requisito indispensabile per poterne beneficiare. Tra le prestazioni per le quali, finora, veniva richiesto l’Isee a una determinata soglia a seconda del bonus o della detrazione in oggetto, rientravano il reddito di inclusione (Rei), il reddito di cittadinanza, la pensione di cittadinanza, le prestazioni socio-sanitarie, la riduzione della tariffa per mensa scolastica e asilo nido, il bonus per i libri scolastici, la riduzione per tasse universitarie e borse di studio, il bonus per luce, gas e acqua, la riduzione per la tassa rifiuti, il bonus bebè. A queste prestazioni dal 2022 si aggiungono l’assegno unico dei figli, il superbonus 110% per le villette (limite a 25mila euro), e il bonus sull’acquisto della prima casa per gli under 36 (limite a 40mila euro).

Novità sul concetto di nucleo familiare

Dal 2022 per ottenere l’Isee alcuni passaggi resteranno identici a quelli previsti in passato, mentre altri sono stati modificati. Si parte sempre dall’individuazione del numero dei componenti del nucleo familiare su cui calcolare l’indicatore. Il riferimento è quello della famiglia anagrafica al momento della presentazione della Dsu, e i figli vengono calcolati nell’Isee del genitore con cui convivono, anche se risultano fiscalmente a carico dell’altro genitore. Ma l’arrivo dell’assegno unico sui figli porterà in alcuni casi delle novità sul concetto di nucleo familiare, e quindi, sul calcolo dell’Isee. Se finora l’assegno familiare (Anf) aveva come riferimento il reddito, e non l’Isee, del richiedente, che poteva essere un solo genitore, con il nuovo assegno unico andranno sommati i redditi e i patrimoni mobiliari e immobiliari di entrambi i genitori.

I supermercati promuovono i prodotti vegetariani e veg

Un’ottica interessante per leggere il fenomeno dell’aumentato interesse dei consumatori per i prodotti vegetariani e vegani è l’analisi dei volantini e dei cataloghi digitali dei supermercati. Tiendeo.it, società che opera nei servizi drive-to-store per il settore retail, considerando lo spazio sempre più ampio dedicato al settore vegan, ha preso in esame i dati degli ultimi tre anni relativi alle ricerche di carne e di frutta e verdura, oltre a quelle specifiche di prodotti vegani. I risultati della ricerca sono uno specchio della tendenza globale a promuovere un consumo responsabile, recuperando abitudini alimentari che includano alternative vegetariane e al tempo stesso nutritive. Da anni ragioni etiche e ambientaliste determinano infatti l’aumento di chi si orienta verso regimi alimentari vegetariani e vegani, oppure, a un regime flessibile in cui lo spazio per i prodotti di origine animale è molto ridotto rispetto a prima.

I consumatori cercano più frutta e verdura e meno carne

Secondo i dati della FAO, nella seconda metà del XX secolo il consumo di carne si è moltiplicato per cinque a livello mondiale (1950: 45 milioni di t/anno, 2000: 233 milioni di t/anno), ma ora si assiste a un’inversione di tendenza.  I consumatori ricercano infatti in modo crescente frutta e verdura. Dall’analisi di Tiendeo.it nel 2021 si registra infatti un aumento del 59% rispetto al 2019. Per quanto riguarda la carne, nel 2020 si registra invece una diminuzione del -7% nelle ricerche dei consumatori, mentre nel 2021 il salto è stato decisamente importante, con un crollo del 38% rispetto ai dati del 2019.

Più promozioni per i prodotti vegetariani e vegani: in un anno +182%

Sono molti i consumatori che introducono alimenti vegetariani e vegani all’interno della propria alimentazione, e i retailer lo sanno. Non a caso nell’intervallo tra settembre 2020 e settembre 2021 la crescita di promo di prodotti vegetariani e vegani all’interno dei volantini dei retailer è del 182%. Sono dati che fanno riflettere, e che stanno portando a uno spostamento degli interessi dei consumatori, dettati soprattutto da scelte responsabili in fatto di consumi e alimentazione. A generare preoccupazioni nei consumatori è soprattutto l’impronta idrica della produzione di prodotti animali, ovvero il volume totale di acqua dolce impiegata per produrre un prodotto, riporta Ansa.

Produrre proteine da legumi impatta meno sull’ambiente 

Di fatto, l’impronta idrica della carne di manzo è di 15.400 litri per kg, mentre quella del pomodoro è di 200 litri per kg. Secondo l’UNESCO-IHE Institute for Water Education, per produrre un grammo di proteine da carne bovina occorre una quantità di acqua 6 volte superiore a quella necessaria per produrre un grammo di proteine da legumi. Ma non è tutto, perché tutto ciò ha ripercussioni anche sulla deforestazione, la degradazione del suolo e sulle di emissioni di CO2.  Per avere un’idea dell’impatto delle nostre abitudini alimentari sulla produzione di gas serra, basti pensare che le principali 20 aziende zootecniche del mondo emettono in totale 932 milioni di tonnellate di CO2, ovvero più di quanto emesso da stati come Regno Unito, Germania o Francia.

Fiducia e professioni, i politici sono i meno affidabili  

Dal 2018 il sondaggio Ipsos Global Trustworthiness Index rileva il livello di fiducia riposto dalle persone di tutto il mondo nelle diverse categorie professionali. E dalla nuova rilevazione, che ha coinvolto 28 Paesi, in media, a livello internazionale, risulta che il 64% dei cittadini valuta medici e dottori come le figure professionali maggiormente affidabili, seguiti dagli scienziati, con il 61%, e gli insegnanti, con il 55%. Le ultime posizioni della classifica sono occupate dai politici, con il 10%, dai ministri del Governo, con il 14%, e dai dirigenti pubblicitari, con il 15%. Di fatto, a livello internazionale, sono queste tre professioni a distinguersi per essere considerate meno affidabili: dirigenti pubblicitari, ministri del Governo e politici.

In Italia, solo il 9% dei cittadini ritiene i politici affidabili

La rilevazione di quest’anno ha fornito anche un confronto tra il mondo pre-pandemia e quello di oggi. Infatti, tra il 2019 e il 2021 la percentuale di coloro che vedono i politici come inaffidabili è diminuita di 4 punti (dal 66% al 62%), mentre il livello di sfiducia nei ministri del Governo è diminuito di 5 punti (dal 58% al 53%), e se nel 2019 quasi la metà degli intervistati a livello internazionale considerava inaffidabili i dirigenti pubblicitari (45%), ora la quota è pari al 39%. Soltanto il 15% degli intervistati ripone fiducia nei dirigenti pubblicitari, il 14% nei ministri del Governo e il 10% nei politici. In Italia, il 9% dei cittadini ritiene i politici affidabili e il 15% ritiene affidabili ministri del Governo e dirigenti pubblicitari.

La pandemia fa salire la fiducia in medici e dottori

Sebbene negli ultimi anni le posizioni di molte professioni siano rimaste invariate, la pandemia da Covid-19 ha avuto un impatto notevole sulla posizione occupata da medici e dottori. Infatti, la fiducia in questa categoria professionale è aumentata di 7 punti percentuali dal 2019. La Gran Bretagna è il Paese che affida il punteggio più alto di fiducia nei medici, con il 72%, seguono i Paesi Bassi, con il 71%, e il Canada con il 70%. La percentuale dell’Italia si avvicina molto alla media internazionale: il 65% ripone la propria fiducia nella categoria dei medici.

La categoria professionale degli scienziati occupa il primo posto della classifica

Gli scienziati sono la categoria professionale che ottiene in media la fiducia del 61% degli intervistati, e la loro posizione è rimasta invariata in molti mercati negli ultimi due anni. In Italia, la categoria professionale degli scienziati occupa il primo posto della classifica: il 68% dei cittadini la ritiene affidabile, anche in misura maggiore rispetto a medici e dottori. Per la terza rilevazione consecutiva, gli insegnanti continuano a rimanere sul podio occupando il terzo posto, con una media del 55% a livello internazionale che li definisce affidabili. Anche in questo caso il livello di fiducia riposto nella categoria professionale degli insegnati ha subito piccole variazioni negli ultimi anni. Tra i maggiori aumenti registrati, Italia e Sudafrica (+6), mentre il livello di fiducia è diminuito negli Stati Uniti (-6) e in Argentina (-5).

ecommerce in Italia, come siamo messi? Bene, ma non benissimo

L’e-commerce è “esploso” in tutto il mondo, soprattutto a seguito della pandemia di coronavirus che ha cambiato radicalmente le modalità di acquisto degli italiani. L’onda lunga dello shopping on line ha coinvolto tutti i paesi, seppur con delle diversità. Ci sono le piazze da sempre più orientate al digitale, e invece dei paesi che ancora dimostrano qualche resistenza. Comunque sia, il mercato dell’e-commerce B2C, nel mondo, vale 4.280 miliardi di dollari e raggiungerà quota 4.891 miliardi nel corso del 2021. 

Italia, pesano i ritardi nell’adozione tecnologica

Il valore del mercato e-commerce a livello globale è immenso, quindi. In questo contesto, dove si colloca l’Italia? Non nelle posizioni più alte, penalizzando il Belpaese che non riesce ad aggiudicarsi questo tesoretto: pesano i ritardi nell’adozione di tecnologia all’avanguardia e nell’utilizzo strategico del content marketing. Lo sostiene una indagine condotta da Timotico, società di comunicazione integrata. “Ci sono aziende – afferma con un comunicato Federica Argentieri, Ad e fondatrice di Timotico – anche molto affermate da generazioni che si trovano in crisi dal momento che la concorrenza online gli sta rubando grossissime fette di mercato”. L’80% delle Pmi coinvolte nell’indagine afferma di avere un proprio sito web, “ma sono poche quelle con siti ottimizzati, performanti anche su mobile e costantemente aggiornati. E questo nonostante il fatto che 50 milioni di italiani siano connessi ogni giorno”.

L’importanza dell’approccio professionale

In base ai dati raccolti nello studio, emerge con chiarezza che per emergere nel mondo dell’e-commerce non basta investire ingenti risorse in promozione se prima non si sono curati nel dettaglio i contenuti da proporre, differenziati a seconda degli obiettivi prefissati e del mezzo attraverso il quale sono comunicati. Anzi, riporta Askanews, potrebbe addirittura risultare controproducente, causando perdite sotto il profilo economico e reputazionale. Bisogna affidarsi a chi ha le capacità di fare content marketing, adottando un piano d’azione per la produzione e distribuzione di contenuti testuali, audio-video, foto e grafiche su siti web, blog, ecommerce e social che sia coerente con il brand aziendale. 

Dare al cliente, non solo vendere

Per vendere, però, non bisogna caricare l’utente di contenuti esclusivamente promozionali, che addirittura potrebbero avere l’effetto opposto e penalizzare la piattaforma. “È fondamentale – rivela l’indagine – alternare contenuti diversi e arricchirli con informazioni utili e di intrattenimento per le persone, in una proporzione del ’70/30′: 70% di contenuti reputazionali, ispirazionali, informativi e che coinvolgano sempre di più l’audience e 30% di contenuti destinati alla vendita pura”.

Boschi italiani aumentano superficie e biomassa: in 10 anni più 587mila ettari

In 10 anni i boschi italiani hanno aumentato la loro superficie e la loro biomassa, e con queste anche la capacità di assorbire anidride carbonica. Sono aumentati infatti di quasi 587 mila ettari, pari a 290 milioni di tonnellate di CO2 sottratte all’atmosfera.  È quanto risulta dall’ultimo Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi forestali di Carbonio, la cui attività di monitoraggio degli ecosistemi forestali si inserisce nella realizzazione degli obiettivi strategici individuati dall’Unione Europea nell’ambito del Green Deal, che prevede il raggiungimento della neutralità delle emissioni inquinanti entro l’anno 2050.

La biomassa cresce del 18,4% pari a 165,4 metri cubi a ettaro

Dalla lettura dei dati si evidenzia un aumento della superficie forestale precisamente di circa 586.925 ettari, per un valore complessivo di 11.054.458 ettari di foresta, pari al 36,7 % del territorio nazionale. La consistenza dei boschi italiani, espressa come metri cubi di biomassa è aumentata del 18,4%, e i valori a ettaro in dieci anni sono passati da 144,9 metri cubi a 165,4. Lo stock di carbonio nella biomassa epigea e nel legno morto è poi passato dai 490 milioni di tonnellate della rilevazione del 2005 a 569 milioni di tonnellate di Carbonio organico, equivalente a un valore di CO2 che passa da 1.798 milioni di tonnellate a 2.088 milioni di tonnellate. In pratica, un incremento di 290 milioni di tonnellate di CO2 stoccata e quindi sottratta all’atmosfera.

Il ruolo essenziale delle foreste nel garantire gli equilibri ambientali globali

L’anidride carbonica è il gas serra maggiormente responsabile dell’innalzamento globale delle temperature. Le foreste invece svolgono un ruolo essenziale nel garantire gli equilibri naturali e ambientali globali, e contemporaneamente, nel contribuire al soddisfacimento dei bisogni del genere umano Affinché le foreste “contino” nelle scelte e nelle strategie politiche ed economiche del Paese, bisogna prima di tutto “contare” le foreste. La sottrazione dall’atmosfera e l’immagazzinamento dei gas a effetto serra, in particolare del diossido di carbonio o anidride carbonica, è una delle funzioni più importanti riconosciute alle foreste, che in questo modo contribuiscono a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici e a regolare il clima.

Un ponte insostituibile tra il mondo inorganico e quello degli esseri viventi

Le foreste, riporta Askanews, come tutto il regno vegetale rappresentano un ponte insostituibile tra il mondo inorganico e quello degli esseri viventi, e una formidabile macchina biologica che cattura carbonio dall’atmosfera, lo immagazzina nelle sue fibre e lo tiene bloccato per tempi anche molto lunghi. Un metro cubo di legno secco contiene infatti circa 260 kg di carbonio, pari a circa la metà del suo peso.

Economia circolare: l’Italia è prima, ma non per stili di vita e consumi

Se l’Italia eccelle nell’economia circolare arranca sul fronte di comportamenti e stili di vita ‘green’, ed è in deciso rallentamento in settori-chiave della transizione ecologica, come ad esempio la produzione e il consumo di energie rinnovabili.  Da quanto emerge dal Rapporto di Circonomia, il Festival nazionale dell’economia circolare di Alba, se nel 2004 l’Italia contava il 6,3% di energia pulita sui consumi finali, e il 17,1% nel 2014, raggiungendo il target europeo del 17% con largo anticipo, nel 2019 si è fermata al 18%. Nella classifica dei Paesi europei più attivi nell’economia circolare l’Italia però è prima, seguita da Olanda, Austria e Danimarca. Le buone prestazioni sul fronte dell’economia circolare nascono da vari fattori, innanzitutto da condizioni oggettive e tradizionali. La nostra ‘geografia’, infatti, caratterizzata in prevalenza da un clima mite, favorisce bassi consumi di energia, e la strutturale carenza di materie prime, ha ‘abituato’ l’economia italiana a ottimizzare l’uso di energia e risorse naturali.

L’andamento della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili 

Per quanto riguarda le rinnovabili elettriche nel 2010 la produzione elettrica da nuove fonti rinnovabili, escludendo l’idroelettrico, era pari all’8%, valore inferiore alla media europea, e se nel 2015, con un balzo trainato dal fotovoltaico, era arrivata al 23%, si è fermata alla stessa percentuale fino al 2019. Inoltre, le prestazioni ambientali dell’Italia contraddicono il persistente declino del Paese sotto il profilo economico e sociale. L’Italia arretra, talora in assoluto, più spesso in termini relativi rispetto agli altri Paesi, sotto il profilo del reddito, delle condizioni sociali, dei tassi occupazionali, dei divari di genere e generazionali.

Comportamenti poco sostenibili, e consumi poco ‘green’

La terza ‘ombra’ riguarda i comportamenti, gli stili di vita e di consumo. Nel confronto con altri Paesi europei l’Italia, che nell’indice di circolarità primeggia, mostra un’assai maggiore lentezza nell’aprirsi a modelli di consumo e stili di vita ‘circolari’. Nelle nostre case consumiamo più energia della media dei cittadini europei: peggio di noi fanno solo Belgio e Lussemburgo. E la penetrazione del solare termico nei consumi domestici è un quarto di quello della Spagna e meno di metà di quello della Germania.

Spesa alimentare bio e mobilità alternativa ancora poco diffusi

Sebbene siamo uno dei principali produttori europei di prodotti alimentari biologici, per consumi bio sia rispetto alla spesa alimentare sia per abitante l’Italia è dietro buona parte dei Paesi del Nord Europa. Altro capitolo nel quale fatichiamo è quello della mobilità alternativa: da una parte siamo il Paese europeo con il più alto tasso di motorizzazione privata dall’altra pur essendo i primi produttori europei di biciclette i ritmi di vendita di bici ed e-bike sono ampiamente al di sotto della media europea. Nell’ambito dei comportamenti ‘green’, vanno poi sottolineate le profonde differenze tra le regioni. Dalla diffusione delle energie rinnovabili all’utilizzo degli eco-bonus, dal car-sharing alla raccolta differenziata, il gap tra Nord e Sud è vistoso, e non pare in via di riduzione.

Vino, export da record: verso quota 7 miliardi nel 2021

Il vino italiano è sempre più bevuto all’estero. Nel primo semestre 2021 l’export italiano di vino supera infatti per la prima volta la quota di 3 miliardi di euro, arrivando a 3,3 miliardi: un valore che proietta le aspettative per questo primo anno post-pandemico oltre la soglia dei 7 miliardi. Si tratta di un record assoluto nella storia dell’industria vinicola italiana, confermato dalle elaborazioni dell’Osservatorio del vino di Unione italiana Vini (Uiv) sui dati Istat del primo semestre di quest’anno. Secondo lo studio, il rimbalzo delle spedizioni tricolori nel mondo, favorito dalla ripresa dei consumi nei principali Paesi clienti, è evidente non solo sul 2020, che segna un +16% in valore e un +6% anche dei volumi, arrivando sopra quota 10 milioni di ettolitri, ma anche sulla media del triennio 2015/2018 pre-Covid. 

Gli spumanti ‘girano’ a regimi più che raddoppiati

In particolare, nel primo semestre del 2021, il segmento dei vini confezionati eguaglia le performance del 2019 (+6%), mentre gli spumanti ‘girano’ a regimi più che raddoppiati, con ritmi straordinari negli Usa e in Germania. Negli Stati Uniti, infatti, gli spumanti italiani segnano +75% sulla media 2015/18, contro +45% della Francia. Sui vini confezionati, invece, sempre in rapporto alla media del periodo pre-pandemia, negli Usa il 2021 segna +12% contro +2% del 2019, in Germania +18% contro +5%, e in Canada +19% contro +4%.

Assecondare la crescita, anche attraverso la promozione

Debolezze diffuse invece in UK, dove si riscontra un peggioramento rispetto ai ritmi già negativi del 2019 (-8% contro -4%), e Giappone, dove si scende in terreno leggermente negativo contro una crescita del 12% registrata prima dello scoppio della pandemia. Per il segretario generale di Uiv, Paolo Castelletti, “Ora è necessario assecondare questa crescita, anche attraverso l’ausilio della promozione e del nuovo plafond di 25 milioni di euro ai nastri di partenza entro l’autunno”.

In aumento tutti i principali segmenti ad alto valore aggiunto

Quanto ai dati di confronto annuo, grazie a un balzo poderoso registrato soprattutto tra aprile e giugno, tutti i principali segmenti ad alto valore aggiunto segnano crescite. I vini spumanti salgono a +26% (780 milioni di euro), i vini frizzanti superano la soglia dei 200 milioni (+3%), e i vini fermi confezionati crescono del +16%, con il top dei rossi a denominazione che segnano +23% (860 milioni di euro). In regresso risultano solo i bag-in-box (-7%), vini che avevano fortemente beneficiato dalle restrizioni imposte dai lockdown nel 2020, e gli ‘sfusi’, che soffrono della impietosa concorrenza spagnola sulle principali destinazioni.

Gli effetti collaterali della pandemia su giovani e bambini

Gli effetti collaterali della pandemia, in termini di benessere psicofisico e salute mentale, colpiscono in misura maggiore i bambini e i giovani. Tanto che quasi quattro persone su dieci in 29 Paesi del mondo pensano che un effetto collaterale della pandemia sarà proprio il peggioramento della salute mentale e del benessere di giovani e bambini. Lo rileva un sondaggio Ipsos, secondo il quale la perdita di concentrazione e attenzione è ritenuto uno dei problemi maggiori dal 41% degli intervistati, e in Italia il 39% dei cittadini ritiene che la principale causa di disturbo per i bambini fino agli undici anni al loro ritorno a scuola è data dalla difficoltà di reintegrarsi tra compagni, docenti e staff.  Inoltre, il 36% ritiene che il disturbo di concentrazione e attenzione sarà rilevante, e se il 28% ritiene che difficilmente i ragazzi torneranno a un’attività fisica regolare, il 26% crede che avranno problemi nel mantenere le buone maniere.

Perdita di concentrazione e difficoltà a reintegrarsi nel rientro a scuola 

Anche per quanto riguarda i ragazzi con un’età compresa dai 12 ai 15 anni, il 40% degli intervistati a livello internazionale ritiene che la perdita di concentrazione e attenzione sia uno dei problemi maggiori, e per la maggioranza dei cittadini italiani (36%) la principale causa è data dalla difficoltà di reintegrarsi tra compagni, docenti e staff. Per quanto invece riguarda i ragazzi con un’età compresa dai 16 ai 18 anni, il 40% degli intervistati a livello internazionale ritiene che la perdita di concentrazione e attenzione sia uno dei problemi maggiori. Invece per il 22% degli italiani i ragazzi dovranno affrontare le preoccupazioni legate al Covid-19 e l’11% non riconosce quelli potrebbero essere gli effetti indesiderati.

Scuole aperte o chiuse?

La maggioranza degli italiani (35%) dichiara che al rientro a scuola i ragazzi avranno disturbi riguardanti la salute mentale e il benessere fisico. Inoltre, in Italia, il 27% crede che i bambini non siano in grado di recuperare l’educazione mancata, il 28% pensa che ci saranno tassi di disoccupazione più elevati e maggiori guadagni persi, il 32% che ci sarà meno esercizio fisico e un peggioramento psichico, il 27% afferma che ci saranno problemi di socializzazione. Per quanto riguarda il tema delle scuole aperte o chiuse, ovvero, se per prevenire la pandemia da Covid-19 si ritiene opportuno chiudere gli edifici scolastici, il 42% degli italiani la considera un’opzione accettabile. Una percentuale ben al di sotto della media internazionale del 62%, mentre il 28% degli italiani non lo ritiene accettabile contro il 18% a livello internazionale. 

Migliorare l’accesso all’istruzione con il sostegno finanziario

Per migliorare l’accesso all’istruzione dopo la pandemia il sostegno finanziario per le spese scolastiche è fondamentale per il 48% degli italiani e il 37% degli intervistati a livello internazionale. Ma in cosa bisognerebbe investire secondo gli italiani per migliorare l’accesso all’istruzione? Garantire gli investimenti alla scuola e allo staff (35%), accesso a internet più veloce (32%), investire nell’istruzione dei docenti (28%), estendere gli orari scolastici per le settimane in cui hanno chiuso (25%), investire in programmazione digitale e nell’acquisto di pc, tablet e portatili (23%), e il 2% afferma non sia opportuno investire in nessuna delle precedenti.

Quattro giorni di lavoro a settimana? Un’opzione da valutare

La settimana lavorativa di soli quattro giorni potrebbe presto diventare una realtà anche in Italia. In altri Paesi, dove è già stata sperimentata, si è rivelata un successo. Ad esempio in Islanda è stato condotto un test su 2.500 lavoratori, circa l’1% della popolazione attiva, riducendo sensibilmente il numero di ore passate in ufficio e verificandone i risultati. E non si tratta di un esperimento temporaneo: è durato infatti dal 2015 al 2019, in cui le “cavie” hanno visto abbassarsi il monte ore settimanali da 40 e 35-36, fino ad arrivare a una settimana composta di soli 4 giorni lavorativi. I dipendenti erano impiegati in diversi settori del pubblico, dagli ospedali agli uffici amministrativi, dai servizi sociali alle scuole materne. Va però sottolineato che, a fronte di un calo delle ore di lavoro, lo stipendio è rimasto lo stesso: si è scoperto, che mantenendo intatto lo stipendio e riducendo il tempo destinato alla propria occupazione professionale, la produttività dei lavoratori non è solo rimasta identica, ma in molti casi è addirittura aumentata. 

Più salute, meno stress

Non solo: al pari della produttività, l’esperimento islandese ha rilevato che in questo modo migliorava anche la qualità di vita dei lavoratori. E il maggior benessere riguarda tutti i campi dell’esistenza: salute, stress percepito e work-life balance. Il test islandese non è però un caso isolato. Esistono infatti molti altri Paesi europei che stanno indagando questa possibilità, come Spagna, Finlandia e Germania che non escludono di prevedere la settimana corta.

Accadrà anche in Italia?

Anche nel nostro Paese ci sono esempi che si muovono in analoga direzione: è il caso della Raffin House Technology di Brunico, in Alto Adige, che ha testato la settimana lavorativa di 4 giorni anziché i canonici 5, con risultati molto soddisfacenti sia per l’azienda sia per i dipendenti.  .Ma si tratta davvero di un futuro percorribile per il nostro Paese? “Incontrando ogni giorno molti dirigenti, manager e professionisti qualificati ho conosciuto le più differenti modalità di organizzazione della settimana lavorativa, a livello nazionale e internazionale e non ci sono dubbi nell’affermare che con l’introduzione dello smart working le imprese possano effettivamente prendere in seria considerazione l’introduzione della settimana lavorativa corta, conducendo dapprima dei test su un numero selezionato di dipendenti” ha detto Carola Adami, co-fondatrice della società italiana di head hunting Adami & Associati. “E’ notizia di pochi giorni fa che lo stesso Giappone desidera introdurre la settimana corta, e non a caso” spiega Adami. “Tutti conosciamo il Giappone come un Paese in cui l’attaccamento dei dipendenti e all’azienda è fortissimo, tanto da toccare talvolta lo stacanovismo; è però anche vero che questo Paese sta affrontando problemi come la produttività bassa, il calo demografico e il calo dei consumi. Introducendo la settimana corta, e quindi aumentando il tempo libero da dedicare alla famiglia o alla formazione, si potrebbe raggiungere il doppio obiettivo di aumentare la produttività e di rilanciare i consumi” continua Adami. Potrebbe essere questa una strada percorribile anche da noi, considerando che “In Italia si affrontano problemi simili a quelli giapponesi: basta guardare ai dati relativi all’andamento demografico, alla produttività e alle ore lavorate”. Non bisogna dimenticare infatti che l’Italia è il secondo Paese in Europa per quantità di ore settimanali lavorate, che sono mediamente 7 in più rispetto a quelle della Germania.