Author Archives: Cesare Bianchi

Un italiano su 2 non paga le tasse, ma non è un evasore

Le tasse in Italia non sono troppo alte per tutti. I dati che emergono dall’analisi delle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2017 sono chiari: a farsi carico del peso dell’Irpef sono in pochi, soprattutto i contribuenti che appartengono al cosiddetto ceto medio. In pratica un italiano su due versa allo Stato una somma che non copre nemmeno la propria spesa sanitaria. E se il tema della pressione fiscale da sempre è al centro dell’attenzione lo è ora più che mai, con il dibattito su riforma Irpef e flat tax che il Governo vorrebbe estendere alle famiglie con redditi bassi già a partire dal 2020.

Partire dall’analisi dei dati, tuttavia, è fondamentale per capire quali sono le reali necessità del Paese, e quali gli aspetti su cui il Governo dovrebbe puntare l’attenzione.

Più del 40% dell’imposta la paga chi ha redditi tra 15.000 e 35.000 euro

Come evidenziano i dati pubblicati da Money.it, elaborati sulla base dell’indagine del Centro Studi Itinerari Previdenziali, sul totale del gettito Irpef, pari a 163,377 miliardi di euro, il 44,92% degli italiani ha contribuito soltanto per il 2,82%. Si tratta dei contribuenti in no-tax area e di quelli che rientrano nel primo scaglione Irpef, ovvero con redditi non superiori a 15.000 euro. Più del 40% del totale dell’imposta arriva dal 42,99% di contribuenti con redditi annui lordi compresi tra i 15.000 e i 35.000 euro, mentre il 10% degli italiani che guadagna fino a 100.000 euro contribuisce per il 38%. Un sistema fiscale amico dei più deboli, che forse sono sempre più numerosi, ma anche nemico di chi consegue redditi di importo tutt’altro che da “benestante”.

Penalizzata la classe media

Se si considerano i lavoratori dipendenti, poi, basta superare 26.600 euro lordi all’anno per perdere il bonus Renzi, ovvero, il credito Irpef erogato in busta paga con la finalità di ridurre l’importo dell’imposta sul reddito. Allo stesso modo, riporta Adnkronos, all’aumentare delle entrate economiche vengono progressivamente meno molte agevolazioni, come le detrazioni per lavoro dipendente, che si annullano una volta raggiunti i 55.000 euro di reddito. E con l’incremento di reddito (soprattutto per chi passa dai 15.000 euro ai 20.000 euro in su) aumenta a dismisura anche l’importo dell’Irpef dovuta.

Quasi metà popolazione contribuisce in misura insufficiente

Si tratta di una criticità del sistema già sottolineata in merito al regime forfettario per le partite IVA. Il problema non è solo individuale, ma ha risvolti per l’intera popolazione. Il sistema di welfare italiano è finanziato anche grazie al gettito Irpef che, da solo, riesce a coprire soltanto una piccola parte della spesa complessiva. Un sistema sociale generoso per il quale tuttavia quasi la metà della popolazione contribuisce in misura insufficiente, tenuto conto che la media pro-capite per la copertura della sola spesa sanitaria è pari a circa 1.700 euro.

Ghosting e overworking, due cattive abitudini divenute normali

Secondo l’enciclopedia Treccani la cosiddetta normalità si dimostra in situazioni e comportamenti “non eccezionali, casuali o patologici”, oltre ovviamente ad aver a che fare con regolarità e consuetudine. Proprio su questo aspetto è nata una discussione su Redditi, il sito Internet di social news, sui cattivi comportamenti che ormai sono giudicati normali dalla società. Una discussione che ha raccolto oltre 22 mila risposte, e da cui emergono in particolare i fenomeni della pretesa reperibilità 24h dal datore di lavoro, il ghosting e l’overworking. Tutti e te considerati pessime abitudini, ma oramai considerati una consuetudine.

Lavorare sempre ed essere sempre reperibili

La risposta che ha raccolto il maggior numero di pareri favorevoli è dell’utente Guerrilla_Physicist, secondo il quale il comportamento malsano, ma oramai considerato normale per eccellenza, è quello dei datori di lavoro per i quali i dipendenti debbano essere costantemente raggiungibili anche al di fuori dell’orario di lavoro o durante i periodi di pausa. Ma che succede se ci si nega? L’atteggiamento di chi dice no alle frequenti richieste che arrivano fuori orario viene percepito come un difetto, un peccato che può costare la reputazione e magari anche il posto di lavoro, riferisce Agi. Una sorta di stigma da evitare a ogni costo: anche se il prezzo da pagare è proprio quello di essere operativi 24 ore su 24.

L’origine dell’overworking

La tecnologia non aiuta certo a staccare a fine giornata. Ma l’overworking ha anche altre cause. “L’eccesso di lavoro viene idealizzato nei film e dalla televisione”, scrive un utente su Reddit. “Far tardi in ufficio non significa fermarsi con i colleghi tra pizza, birra e lampi di genio”, quanto piuttosto “rimanere soli, sotto luci fluorescenti, sfiniti, stressati e sprecando l’occasione di trascorrere del tempo con i propri cari per un posto di lavoro che ti vede soltanto come un numero”. Mentre alcune aziende  sperimentano le settimane di lavoro corte altrove si continua a chiedere sempre di più ai dipendenti: “È ancora difficile far comprendere che bilanciare in maniera decorosa il lavoro e la vita privata è una soluzione più sostenibile a lungo termine” rispetto a spremere le energie dei propri dipendenti, è la riflessione di un altro utente.

Sparire all’improvviso

Dalla discussione su Reddit è emerso un altro atteggiamento apparentemente molto comune, il ghosting, cioè l’abitudine a sparire, troncare ogni comunicazione senza fornire spiegazioni. Accade nei rapporti personali, certo, ma anche nel caso dei colloqui di lavoro, quando, dopo una sfilza di selezioni e di incontri, cade il silenzio. Niente notizie, nessuna risposta. Spesso le candidature finiscono in un no comment. Un atteggiamento che però non riguarda soltanto le aziende. Proprio su Reddit un utente ha spiegato che l’azienda per la quale lavora ha subito lo stesso trattamento: “Abbiamo fatto i colloqui e assunto le persone, ma loro non si sono mai presentate”. La naturale evoluzione delle cose o una normale vendetta?

 

GDPR e gestione dati sensibili

Le recenti novità che il nuovo Regolamento Comunitario ha introdotto, hanno “costretto” aziende ed imprese a rivedere la propria gestione dei dati sensibili relativi non solo ai clienti, ma anche ai dipendenti e fornitori. Sono davvero poche le aziende che possono dirsi esenti da tale obbligo, considerando che già il trattare il semplice codice fiscale di un dipendente significa gestire un dato personale importante e dunque il doversi adeguare in quanto questo dato consente già di individuare ed identificare una specifica persona. Gestire in maniera efficace i dati significa raccoglierli, memorizzarli e conservarli così come previsto dal nuovo regolamento. Questo è il motivo per il quale colui il quale è chiamato a gestire tali dati sensibili all’interno dell’azienda (ma potrebbe tranquillamente essere un incaricato esterno) deve indicare quale sia la persona con il compito di individuare lo scopo e la modalità di trattamento dei dati.

Sia i dipendenti che i fornitori e clienti dovranno necessariamente essere avvisati di come i loro dati personali saranno trattati, ovvero in maniera trasparente e nel rispetto della normativa. In alcuni casi, ovvero quando si tratta di aziende che hanno più di 250 dipendenti, diventa necessario istituire un apposito registro. Per questo motivo può non sembrare semplice riuscire a gestire correttamente tutti gli aspetti di questa materia così delicata, soprattutto per quel che riguarda grandi aziende le quali hanno certamente una mole maggiore di dati da trattare e che riguardano non solo dipendenti ma anche tanti fornitori e clienti. Per tutte queste realtà imprenditoriali è preferibile usufruire degli appositi corsi privacy di Area 81 srl, grazie ai quali è possibile comprendere in maniera approfondita come muoversi  e riuscire a mettersi perfettamente in regola con quanto previsto dal nuovo regolamento comunitario, evitando le pesanti sanzioni previste per quanti non si adeguano.

Per Milano, Monza Brianza e Lodi l’economia ha segno positivo

Come sarà l’economia nel 2019 di Milano, Monza Brianza e Lodi? Positiva, non c’è dubbio. Le previsioni per il periodo 2018-2021 per Milano, Monza Brianza e Lodi nello scenario di ottobre 2018 stimano infatti un aumento complessivo del valore aggiunto pari al +1,2%, trainato dall’incremento dei settori di costruzioni (+1,7%) e industria (+1,6%), ma il segno positivo caratterizza anche le previsioni per il settore dei servizi, che crescono dell’1,1%, e per quello agricolo (+0,9%). Una crescita generale, questa, che si riflette anche nelle stime sul reddito delle famiglie. Stime che a fine periodo collocano il reddito disponibile a +2,6%, e un tasso di disoccupazione al 4,9%.

A Milano cresce di più l’industria (+1,6%)

Si tratta di dati che emergono da un’elaborazione dell’ufficio studi della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati Prometeia a ottobre 2018. In particolare, le previsioni per il periodo 2018-2021 per il capoluogo lombardo stimano un aumento complessivo del valore aggiunto pari al +1,2%, trainato principalmente dai settori dell’industria (+1,6%) e delle costruzioni (+1,6%). Ma le stime sono ottimistiche anche nelle previsioni per i servizi (+1,1%) e per il settore agricolo (+0,6%). Le stime del reddito famigliare a fine periodo per Milano collocano il reddito disponibile a +2,6%, e un tasso di disoccupazione al 4,9%.

A Monza Brianza l’incremento del reddito delle famiglie sarà del +2,9%,

Le previsioni per il periodo 2018-2021 per Monza Brianza, sempre nello scenario di ottobre 2018, stimano un aumento complessivo del valore aggiunto pari al +1,2%, trainato anche in questo caso, ma in percentuali diverse, dall’incremento dei settori delle costruzioni (+1,7%) e dell’industria (+1,5%). Positive anche le previsioni per i servizi (+1%) e per il settore agricolo (+0,9%). A Monza Brianza l’incremento del reddito delle famiglie a fine periodo è stimato intorno al +2,9%, mentre il tasso di disoccupazione è stimato al 5%.

Lodi, +1,8% di incremento stimato per il settore delle costruzioni

Quanto alle previsioni per il periodo 2018-2021 per Lodi nello scenario di ottobre 2018 si stima un aumento complessivo del valore aggiunto pari al +1,2%, trainato da un +1,8% di incremento delle costruzioni e da un +1,5% per l’industria. Positive anche le previsioni per il settore agricolo (+1,3%) e per quello dei servizi (+1,1%). L’aumento del reddito disponibile delle famiglie a fine periodo a Lodi viene stimato invece intorno al +2,7%, e il tasso di disoccupazione al 4,9%.

Natale 2018, i regali si scelgono sui social

Natale è sinonimo di tradizione, come quella di scambiarsi regali sotto l’albero. Quello che cambia sono le modalità di acquisto, e quest’anno un italiano su due dichiara che rispetto al 2017 utilizzerà maggiormente il canale online per lo shopping natalizio.

Dai risultati dell’indagine condotta da eBay, emerge con forza il ruolo della tecnologia come elemento imprescindibile delle spese natalizie. Se in media gli italiani acquisteranno 9 regali, per una spesa media complessiva di 216 euro, circa 6 milioni di persone sono intenzionate a fare compere tramite smartphone.

Il 53% degli intervistati utilizzerà di più il canale online

Computer e device sono sempre più utilizzati per fare acquisti, e la rete diviene un mezzo  sempre più gettonato. Il 53% degli intervistati dichiara che rispetto al 2017 utilizzerà maggiormente il canale online per fare shopping durante le feste. E circa 6 milioni pensano  di “fare i regali con lo smartphone”.

Alla domanda Perché acquista il regalo di Natale in un marketplace online?, il 44% risponde Perché è più conveniente, e il 37% Perché si trovano oggetti unici. Il 27% lo fa perché non vuole perdere tempo, e il 5% è votato alla comodità assoluta: acquistare tutto in un unico posto.

Facebook è una fonte di ispirazione

Ma dove scegliere i regali? I social si confermano come le prime fonti di ispirazione, lo dichiarano 20,6 milioni di italiani. Facebook è il più popolare, e indicato dal 28% del campione. Se poi ci si sofferma sulle diverse fasce di età è evidente come Instagram sia per eccellenza il social network dei giovani, anche a Natale. È infatti il 54% del campione tra i 16 e i 24 anni che afferma di curiosare su Instagram per trovare idee e trend, contro il 4% delle persone tra i 55 e i 64 anni.

Anche Pinterest ha conquistato il suo spazio. Il 18% dei ragazzi fino ai 24 anni non rinuncia a questo social per orientarsi nella scelta.

I millennial spenderanno fino a 100 euro

Complessivamente saranno circa 327 milioni i doni acquistati, per un giro d’affari che si attesta attorno agli 8 miliardi di euro. La media di acquisto degli italiani sarà di 9 regali. Anche gli uomini non si tirano indietro, e il 26% dichiara che ne comprerà tra i 6 e i 10, mentre i millennial sembrano selezionare in modo più attento. Alla domanda A quante persone generalmente fate il regalo? il 64% risponde da 3 a 5, mentre il 73% del campione over 35 indica dalle 6 alle 10 persone. La spesa media complessiva si attesta intorno a 216 euro. Ma c’è anche un 14% che afferma di avere preventivato di spendere più di 400 euro: sono 16% uomini e 13% donne. Fino a 100 euro invece è la risposta più diffusa tra i millennial (50% del campione).

Circa 2,3 milioni di iscritti agli albi professionali

Nel 2016 si sono registrati 680mila iscritti in più rispetto al 2000, con il 62% di donne e un terzo di giovani. E un totale di 2,9 milioni di addetti, corrispondente al 12,6% del totale degli occupati in Italia nel 2016. Con un valore aggiunto complessivo di 77 miliardi di euro, quasi il 6% del Pil regolare nel corso dell’anno. E’ la fotografia del ‘mondo’ delle professioni ordinistiche scattata dal ‘Secondo rapporto sulle professioni regolamentate in Italia’, commissionato dal Comitato unitario delle professioni (Cup).

Sempre di più le donne

Secondo il Rapporto il mondo delle professioni è sempre più donna. Tra gli iscritti agli albi aderenti al Cup, infatti, la quota di donne è arrivata a circa il 62%, un ‘esercito’ di circa 749 mila professioniste che è destinato a crescere. Se si guarda la composizione degli abilitati agli esami di Stato per l’esercizio della professione, nel 2015 le donne hanno rappresentato oltre il 65% tra le professioni di area economica e sociale, una percentuale cresciuta progressivamente nel corso degli ultimi anni (era il 50% nel 2000); mentre tra le professioni sanitarie la percentuale è arrivata a oltre l’80%.

Professionisti e distribuzione per età

Incrociando i dati forniti dagli ordini è possibile calcolare la distribuzione per età dei professionisti iscritti agli albi. In generale, emerge una fotografia di un mondo non propriamente giovane. Circa il 36% ha più di 50 anni, mentre solo il 9% meno di 30; circa il 23%, infine, ha tra 30 e 40 anni, così come un altro 33% tra 40 e 50.

Autonomia professionale

Marina Calderone, presidente del Cup e del consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, precisa che “preservare l’autonomia delle professioni fa bene al Paese. L’Italia ha bisogno di lavoro autonomo, di professionisti preparati e indipendenti”. E’ pertanto “importante che venga valorizzata la prestazione professionale e che si comprenda anche che bisogna darle dignità attraverso un percorso di riconoscimento di un equo compenso” aggiunge Calderone, sottolineando la necessità che “le amministrazioni pubbliche, in particolare, comprendano che è importante investire in qualità ed è importante remunerare i professionisti”.

Il tema dell’equo compenso

Il sottosegretario al Lavoro, Claudio Cominardi, sostiene che quello dell’equo compenso è un tema molto importante e che andrebbero pensati e attuati emendamenti in proposito. Il sottosegretario ritiene inoltre che vista la forte componente femminile che emerge nelle professioni occorre tener conto dei suggerimenti e delle proposte che arrivano dal mondo-donne.

 

Il problema evasione fiscale

Evasione fiscale, quanto ci costi! Il peso delle mancate entrate è stato rilevato da una ricerca del Centro studi di Unimpresa basata su dati del ministero dell’Economia e delle Finanze. In soldoni – e il termine è quanto mai appropriato – l’evasione fiscale in Italia raggiunge una quota di circa 108 miliardi di euro. E, proprio per questo, alle casse dello Stato vengono sottratti ogni 12 mesi, in media, 97 miliardi di tasse e quasi 11 miliardi di contributi previdenziali per un totale di 107 miliardi e 933 milioni.

L’andamento Irpef e Iva

Nel 2016, periodo per il quale i dati sull’Irpef, imposta sul reddito delle persone fisiche, la tassa più odiata dagli italiani, sono parziali, il totale dell’evasione ha raggiunto quota 90,2 miliardi, ma mancano i dati relativi ai contributi. Nel 2011, l’evasione ha toccato quota 104,8 miliardi (94,4 miliardi di tasse e 10,4 miliardi di contributi); nel 2012 l’ammontare è salito a 108,1 miliardi (97,4 miliardi e 10,5 miliardi), per poi calare leggermente nel 2013 a 106,9 miliardi (96,6 miliardi e 10,2 miliardi); nel 2014 lo stock di evasione ha raggiunto il record con 112,6 miliardi (101,3 miliardi e 11,2 miliardi). Poco dietro si posiziona, l’Iva con una media di 35,7 miliardi nel periodo 2011-2015; negli anni precedenti l’evasione della tassa sui consumi si è attestata a 36,7 miliardi nel 2011, a 36,1 miliardi nel 2012, 34,7 miliardi nel 2013, 36,4 miliardi nel 2014, 34,8 miliardi nel 2015 e 34,8 miliardi nel 2016.

Ires, Imu e Irap le più “antipatiche”

L’imposta sul reddito delle società, Ires, la media dell’evasione è di 8,3 miliardi nel periodo 2011-2015; negli anni precedenti l’evasione della tassa sui redditi delle persone giuridiche si è attestata a 9,1 miliardi nel 2011, 8,4 miliardi nel 2012, 8,3 miliardi nel 2013, 8,9 miliardi nel 2014, 6,8 miliardi nel 2015 e 7,6 miliardi nel 2016. Quanto al settore immobiliare, l’evasione relativa all’Imu/Tasi è in media pari a 3,9 miliardi, ma dal 2014 al 2016 ha superato i 5,1 miliardi. La quota di evasione relativa all’Irap (imposta regionale sulle attività produttive) si attesta (media 2011-2015) a 8,1 miliardi (9,1 miliardi nel 2011; 8,4 miliardi nel 2014; 5,7 miliardi nel 2015 e 5,3 miliardi nel 2016). E ancora: quella relativa ai tributi applicati sulle locazioni vale in media 1,1 miliardi). Insomma, gli italiani devono ancora imparare a fare i conti con le tasse.

A 4 anni dalla laurea gli ingegneri lavorano

E’ la costruzione di una nuova classe dirigente il principale argomento del 63° Congresso degli ingegneri italiani. Come si raggiunge l’obiettivo: secondo l’indagine realizzata dalla Fondazione del Consiglio nazionale ingegneri e da Anpal Servizi, che tratteggia le prospettive occupazionali dei corsi di laurea in ambito ingegneristico, la parola chiave è formazione. Una scelta che paga: il tasso di occupazione degli ingegneri è tra i più elevati: a quattro anni dalla laurea la quota di chi lavora è pari al 93,8%, contro una media generale pari all’83,1%. Inoltre, i laureati in ingegneria trovano presto un’occupazione: 6 mesi contro i 10 degli altri laureati. E sono anche meglio retribuiti: 1.758 euro netti al mese a quattro anni dalla laurea, contro la media generale è 1.373 euro.

Interessanti i dati relativi ai tipi di contratto

L’82,6% trova occupazione in forma subordinata, l’11,4% in ambito autonomo, solo il 3,4% sono lavoratori part time. Criticità: il 56,7% dei laureati in ingegneria di Sicilia e Sardegna e il 46% dei laureati meridionali hanno trovato lavoro nelle regioni del centro-nord. Un terzo del monte assunzioni si è concentrato in Lombardia. A seguire il 12% nel Lazio e il 10% in Emilia Romagna. E ancora: il 10,8% dei laureati di Lombardia, Piemonte e Liguria ha preferito trasferirsi all’estero.

Domanda e offerta, ecco l’andamento

Tra gli ingegneri più ricercati ci sono quelli del settore Ict che si occupano di tecnologie dell’informazione e comunicazione: quasi 24mila analisti e progettisti di software, circa 5mila progettisti e amministratori di sistemi. Sono 4.500 invece le assunzioni di Ingegneri energetici e meccanici. “Il settore civile e in particolare quello edile, un tempo ai vertici della domanda e dell’interesse dei neo laureati, non accenna a risalire”, ha detto Giuseppe Margiotta, presidente del Centro Studi Cni (Consiglio Nazionale Ingegneri).

Individuare i punti di forza dei corsi di studio

“Le ricerche realizzate da Anpal Servizi e Fondazione Cni – ha commentato il presidente di Anpal, Maurizio Del Conte – consentono di indagare in modo efficace il disallineamento delle competenze tra domanda e offerta di lavoro e di individuare i punti di forza che qualificano alcuni corsi di studio, quali Ingegneria, come eccellenze. L’orientamento assume dunque un ruolo sempre più determinante non solo per trovare un lavoro, ma per la scelta di un percorso di studi e di formazione, solo se è fortemente collegato alla analisi costante del mercato del lavoro e delle sue tendenze future”.

Dispenser d’acqua IWM per l’ufficio: qualità e design

I distributori d’acqua per l’ufficio commercializzati dal ramo aziende di IWM sono il massimo sia dal punto di vista della qualità dell’acqua da bere che per quanto riguarda il loro design. Questi dispositivi di ultima generazione consentono infatti di purificare l’acqua grazie al sistema ad osmosi inversa che li caratterizza, e grazie al quale essi prelevano rendono pura l’acqua che prelevano dalla rete, migliorandone anche la mineralizzazione. A proprio piacimento inoltre, sarà possibile avere dell’acqua liscia o gasata, fredda o calda e del ghiaccio in base ai propri gusti. Tutto un altro modo di bere dunque, rispetto gli scomodi e costosi boccioni d’acqua che è solitamente possibile trovare negli uffici o all’interno delle grandi aziende. I dispenser d’acqua per ufficio IWM ti aiutano dunque anche a risparmiare e contribuire a salvaguardare l’ambiente, oltre che a rendere un buon servizio ai tuoi dipendenti e consentire loro di bere tutta la buona acqua che desiderano durante gli orari di lavoro.

È scientificamente provato inoltre, che idratarsi correttamente consente di mantenere sempre alta la concentrazione, e questo è un grande vantaggio soprattutto sul luogo di lavoro. In ultima analisi, i dispenser che IWM commercializza vantano un design moderno ed accattivante che è in grado di adattarsi perfettamente a qualsiasi tipo di ambiente e arredi. Potrai decidere se acquistare direttamente il tuo dispenser o se noleggiarlo, mentre sarà la stessa IWM ad occuparsi dell’installazione del dispenser e provvedere alla sua manutenzione annuale, così da garantirne sempre la massima efficienza nel tempo. Fidati di chi, come IWM, opera con successo da oltre 30 anni nel campo del trattamento dell’acqua e ha acquisito nel tempo l’esperienza necessaria per proporti soluzioni in grado di soddisfare le tue necessità garantendoti un livello di qualità dell’acqua davvero elevato. Contatta il numero verde 800.685.540 per informazioni di ogni tipo, un consulente IWM ti offrirà volentieri il suo supporto.

Il tricolore vale 6,3 miliardi di vendite nell’alimentare

Il tricolore è un brand che vale 6,3 miliardi di euro in vendite solo per i prodotti alimentari. Non solo: altra buona notizia è che nel 2017, anno della rilevazione, c’è stato un incremento di circa 274 milioni di euro rispetto al 2016, dovuti soprattutto alle vendite senza promozioni dei nuovi prodotti.

Italianità da mettere in etichetta

L’Osservatorio Immagino Nielsen GS1 Italy, che dal suo primo numero ha deciso di monitorare i claim, i loghi e i pittogrammi che richiamano l’italianità on pack, ha rilevato che oltre il 25% dei prodotti alimentari venduti in super e ipermercati esibisce la sua italianità in etichetta. A questo proposito, l’Osservatorio Immagino sottolinea che l’elemento più utilizzato in etichetta per richiamare l’origine italiana è la bandiera tricolore, usata dal 14,3% dei prodotti alimentari italiani, che hanno generato il 13,8% del giro d’affari totale dell’alimentare confezionato venduto in Italia nel 2017.

Il Made in Italy paga

Insomma, un successo per l’italianità, che non si deve soltanto alle norme che hanno introdotto l’indicazione obbligatoria dell’origine della materia prima per diversi alimenti, tra gli ultimi le conserve di pomodoro. Si deve infatti pure ai valori di rassicurazione, di qualità e di gusto che gli italiani riconoscono ai prodotti alimentari ‘made in Italy’ e alla strada intrapresa dalle aziende di mettere bene in evidenza questi aspetti sui prodotti. Sui 60.600 prodotti alimentari di largo consumo analizzati dall’Osservatorio Immagino è emerso che oltre 15.300 richiamano la loro origine italiana in etichetta e che, nel corso del 2017, le loro vendite sono cresciute del 4,5%, ossia a un tasso maggiore rispetto al +2,3% fatto registrare nel 2016.

I claim che piacciono maggiormente

I trend analizzati dall’Osservatorio vedono al primo posto, in termini di crescita, il claim ‘100% italiano’, che nel 2017 ha visto le vendite aumentare del 7,8% rispetto all’anno prima. Questo grazie soprattutto all’indicazione su formaggi (in particolare mozzarelle e crescenze), prodotti avicunicoli e latte. A presentarsi in etichetta come ‘100% italiano’ sono 5,2 prodotti alimentari su 100 e le loro vendite raggiungono una quota del 7,4% sul totale alimentare. Diversa sorte, invece, per il claim ‘Prodotto in Italia’: dopo un inizio anno con numeri positivi per le vendite dei prodotti che lo riportavano, si è registrato un passaggio in negativo, chiudendo l’anno con un -0,4%.

Dop e Doc, la tutela vince

“Il 5% circa dei 60.600 prodotti alimentari analizzati dall’Osservatorio Immagino riporta una delle quattro indicazioni geografiche riconosciute e tutelate dalla Ue” riporta lo studio preso da AdnKronos. “Un mondo di prodotti tipici che continua a mietere successi, visto che tutti questi ‘bollini’ hanno chiuso il 2017 con trend ampiamente positivi: dop e doc vanno decisamente più veloci rispetto al 2016 (rispettivamente +6,9% e +8,1%), trainati dalle vendite di formaggi per il dop e di vini e spumanti per il doc”. Trend molto positivi anche per i prodotti alimentari igp e docg, rispettivamente +7,8% e +8,7%.