Entro il 2033 l’AI avrà un impatto su 3,8 milioni di posti equivalenti, ma con un gap di 5,6 milioni di lavoratori in meno, pari al 25% degli occupati attuali, per effetti demografici.
Per mantenere in equilibrio il sistema previdenziale sarebbero necessari 26,8 milioni di occupati, mentre ne sono previsti “solo” 21,2 milioni.
Secondo la ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano l’AI è una leva fondamentale per colmare parte del gap occupazionale, a patto di investire in formazione, tutele ed equa redistribuzione dei benefici.
Oggi, il 18% dei posti di lavoro equivalenti in Italia risulta già automatizzabile e la quota potrebbe salire al 50% entro il 2033, quando la popolazione italiana in età lavorativa calerà di 2,8 milioni, mentre i pensionati aumenteranno di 2,3 milioni.
“Il progresso tecnologico dev’essere una leva di crescita e coesione sociale”
“L’Intelligenza artificiale è un tema strategico per affrontare le sfide demografiche ed economiche che attendono l’Italia. – dichiara Walter Rizzetto, presidente XI Commissione Lavoro della Camera dei Deputati -. La Commissione Lavoro della Camera, che ho la responsabilità di presiedere, segue con grande attenzione le implicazioni dell’AI sul mondo del lavoro e ha già svolto una specifica indagine conoscitiva che ha permesso di individuare rischi, opportunità e strumenti di regolazione.
L’obiettivo è accompagnare l’innovazione con politiche adeguate, capaci di coniugare competitività e tutela delle persone, affinché il progresso tecnologico diventi leva di crescita e coesione sociale”.
Per il 61% dei lavoratori l’AI ha già cambiato il modo di lavorare
“Nel 2024 il mercato dell’AI in Italia mostra una crescita record (+58%), toccando 1,2 miliardi di euro. “Un risultato che testimonia l’interesse del tessuto produttivo a cogliere le opportunità offerte da questa tecnologia – spiega Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio -. E la tecnologia sta avendo già un impatto sulla vita quotidiana dei lavoratori italiani: il 61% ritiene che l’AI abbia già cambiato molto o abbastanza il proprio modo di lavorare”.
Il 54% dei lavoratori afferma poi che l’AI semplifica e velocizza le attività, il 34% che svolge autonomamente alcune mansioni e il 17% che svolge nuove attività. Per il 6% il lavoro è interamente dedicato alla supervisione dell’AI.
Inoltre, per 1 lavoratore su 10 molte attività possono essere sostituite dall’AI entro i prossimi cinque anni.
Formazione, una tema che resta delicato
L’Osservatorio ha raccolto oltre 30 indicatori per restituire una fotografia dettagliata del contesto. Tra i temi toccati rientra quello della formazione.
“In questo ambito – dichiara Giovanni Miragliotta, direttore dell’Osservatorio -, i KPI (Key Performance Indicator) sono incoraggianti da un lato, ma più preoccupanti dall’altro. Il numero di studenti STEM rimane pressoché stabile, circa 124mila nel 2023/24, mentre il numero dei dottorati in AI è più che raddoppiato tra il 2021/2022 e il 2022/2023, toccando quota 342, grazie allo stanziamento di fondi del PNRR. Tuttavia, non possiamo ignorare un dato allarmante: il flusso migratorio netto delle competenze italiane in AI è negativo, con un valore di -0,18 nel 2023”.