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L’Europa degli eventi: Italia terza tra le città congressuali europee

L’88% dei 3.057 grandi eventi con almeno mille partecipanti svolti nel 2024 in Europa si concentra in 15 Paesi. Con 397 eventi ospitati in 33 città, pari al 13% del totale europeo (+8% rispetto al 2023) l’Italia si classifica al terzo posto, subito dopo Francia e Germania e poco prima della Spagna.

La meeting industry europea torna quindi a pieno regime, con una crescita netta rispetto anche agli anni pre-pandemici: +7% rispetto al 2023 e +17% rispetto al 2019.
Emerge dal rapporto “L’Europa dei grandi eventi associativi e corporate 2025”, realizzato dal Centro Studi di Fondazione Fiera Milano e ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali) dell’Università Cattolica. 

Stagionalità, durata media, tipologia

La distribuzione degli eventi rilevati presenta una forte stagionalità, con picchi nei mesi di giugno (14%) e ottobre (15%). La durata media degli eventi è di 2,8 giorni, che sale a 4 giorni nel mese di agosto. Il 44% degli eventi rilevati è costituito da congressi, nel 39% dei casi si tratta di conferenze e nel 6% da conferenze organizzate all’interno di fiere. 

I centri congressi e le sedi fieristico-congressuali ospitano rispettivamente il 32% e il 30% degli eventi, mentre gli hotel accolgono il 9%, arrivando complessivamente a concentrare il 71% degli eventi rilevati.
All’interno dei centri congressi e delle sedi fieristico-congressuali, il 28% degli eventi ha una dimensione europea o mondiale. Tale quota scende al 25% considerando esclusivamente le sedi fieristico-congressuali.

Settori e attrattività

Per quanto riguarda i contenuti, gli eventi corporate si concentrano prevalentemente sui settori della tecnologia (31%) e del commercio (28%). Gli eventi non corporate, invece, affrontano soprattutto tematiche mediche (34%) o riconducibili alle scienze umane (16%).
In media, solo il 17% degli eventi corporate presenta una rotazione a livello europeo o mondiale, mentre per gli eventi non-corporate tale incidenza risulta più elevata, attestandosi al 26%.

Milano si conferma tra le più importanti e attrattive città europee, posizionandosi al terzo posto dopo Londra e Parigi, con 90 eventi rilevati, un incremento del 6% rispetto al 2023 (85) e con numeri sopra la media europea (31% vs 23%) per la classe di eventi con 1.500-2.500 partecipanti.

Milano prima nel segmento Economics

Milano dimostra una straordinaria capacità di attrazione, soprattutto negli ambiti economico finanziari, manageriali e scientifici, confermando il primato nel segmento Economics (temi finanziari/assicurativi 21% degli eventi in città), e per la prima volta, anche nel segmento Management e nell’ambito Science.

Tra le prime 11 città congressuali europee rilevante anche la performance di Roma, che nel 2024 ospita 57 eventi, (3% del totale europeo), posizionandosi al settimo posto per la classe di eventi con dimensione 1.000-1.500 partecipanti (53% vs 46% Europa).
Roma si colloca anche al secondo posto per il settore Science e al terzo nell’ambito Medical Science. Un’attrattività legata alla concentrazione di laboratori e centri di ricerca, come l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, l’Istituto Nazionale di Astrofisica e l’Agenzia Spaziale Italiana.

Auto elettriche: il 2025 si chiude in crescita del +46,1%

Al 31 dicembre 2025 le auto elettriche circolanti in Italia sono 365.091. Da inizio a fine anno le immatricolazioni full electric sono pari a 94.230 unità. Tradotto in percentuali significa che nel corso del 2025 la crescita del mercato delle auto elettriche in Italia è pari al 46,1%, portando il market share dei modelli Bev a quota 6,2% nell’anno.

Il dato è una stima di Motus-E sulla base delle immatricolazioni mensili al netto di un’ipotesi di radiato. Il dato consolidato è disponibile con alcuni mesi di delay.
Il mercato domestico, resta uno dei più difficili per i modelli elettrici, tocca dunque ragionare su come accelerare non solo il rinnovo del parco auto circolante, ma anche come incrementare la percentuale di immatricolazioni di full electric.

A dicembre +107,2% di registrazioni

Nell’ultimo mese dell’anno, spinte dalle consegne degli ordini effettuati con gli incentivi lanciati a ottobre, le registrazioni di auto elettriche sono state 12.015, in aumento del 107,2% rispetto a dicembre 2024, merito soprattutto degli incentivi prenotati su piattaforma il 22 ottobre scorso.
Degno di nota, secondo Motus E, anche il progresso registrato nel 2025 dalle immatricolazioni dei veicoli commerciali leggeri elettrici, che pur in assenza di incentivi sono cresciute del 118% a 8.234 unità, con una quota di mercato più che raddoppiata rispetto all’anno precedente (dal 2 al 4,6%).
Passo avanti anche per i ‘pesanti elettrici’, con  594 unità all’attivo e un market share al 2,2% (da 0,7% nel 2024).

Italia allineata agli altri Paesi UE?

l punto dunque è come, e se, proseguire la strategia degli incentivi pubblici e come evolvere l’approccio per fare in modo che l’Italia possa allinearsi alla media europea e avvicinarsi alle percentuali dei principali mercati.
Nel periodo gennaio-novembre 2025, la quota di mercato delle auto elettriche ha infatti raggiunto il 19,6% in Francia (+2,5% vs 2024), il 18,8% in Germania (+5,4%), l’8,8% in Spagna (+3,4%) e il 22,8% nel Regno Unito (+4,1%), riporta il Sole 24 Ore.

La combinazione tra gli incentivi nell’ultima parte dell’anno e la crescente disponibilità di modelli elettrici mass market mette in luce l’interesse degli italiani per questa tecnologia. Un interesse da valorizzare per colmare il ritardo con gli altri Paesi europei.

Flotte aziendali, una leva decisiva per riorientare il mercato

Tuttavia, l’effetto della corsa al bonus ISEE si esaurirà in pochi mesi ed è fondamentale dare finalmente al mercato la continuità e la prevedibilità di cui hanno bisogno consumatori e industria.
Una leva decisiva in questo senso può essere rappresentata dalle flotte aziendali.

Si tratta di un canale in grado di orientare il mercato con solidità e andare incontro alle esigenze dei tanti che si rivolgono all’usato.
Per questo, Motus-E ritiene non più procrastinabile una revisione della fiscalità sulle flotte aziendali, il cui impianto è sostanzialmente fermo agli anni ‘90.

Imprese: il 5G industriale cresce ma resta di nicchia 

Oggi, solo il 2% delle imprese grandi e medio grandi usa la connettività per innovare il proprio modello di business, e la spesa in connettività rappresenta in media solo il 7% del budget ICT.
Tuttavia, per quasi la metà delle aziende italiane la connettività viene considerata un elemento chiave della digitalizzazione al fine di ottimizzare processi core esistenti. Come, ad esempio, l’automazione di linee produttive o attività logistiche.

Insomma, la spesa per progetti di 5G industriale continua la sua crescita, ma resta ancora limitata. Lo confermano i risultati della ricerca dell’Osservatorio 5G & Connected Digital Industry del Politecnico di Milano.

Più un’opportunità da esplorare che una risorsa strategica

La maggioranza delle imprese italiane si dichiara abbastanza soddisfatta della sua attuale configurazione di connettività, percependo come complesso e costoso un cambiamento. In particolare, la gestione della sicurezza, la ricerca di partner affidabili e il rischio di lock-in rappresentino ostacoli significativi a ricercare nuove soluzioni per le reti aziendali. 

In questo contesto, il 5G è considerato ancora più un’opportunità da esplorare che una risorsa strategica. Nel 2025 la spesa italiana per progetti di 5G industriale cresce del +43%, assestandosi a un valore di 10,5 milioni di euro. Aumenta però la maturità e rilevanza dei progetti, infatti l’81% del valore di spesa del 2025 è legato alla realizzazione di reti private su uno o più siti.
Oggi si contano 47 progetti di reti 5G private o dedicate, 10 in più rispetto all’anno precedente, di cui 8 su 10 di natura riservata.

Un’offerta di dispositivi sempre più matura

I principali ambiti di applicazione del 5G industriale sono nella logistica e trasporti (26% del totale progetti), nel manifatturiero (23%) e nei centri di innovazione (21%).
I fondi pubblici continuano a giocare un ruolo importante, anche se in diminuzione. Nel 2025 coprono il 39% della spesa, e solo il 10% dei nuovi progetti dell’anno è stato avviato con risorse pubbliche, segno di una crescente volontà delle imprese di finanziare reti 5G private con fondi propri e motivazioni industriali più solide.

Anche l’offerta di dispositivi 5G disponibili è sempre più matura, anche se non ancora pienamente sviluppata. Nel 2025 si contano 21 device 5G Ready sviluppati da 9 produttori, che trovano applicazioni prevalentemente in agricoltura, manifattura, difesa e sicurezza, media e intrattenimento.

“Serve una regolamentazione più uniforme tra i Paesi europei”

“Nel complesso, il 2025 conferma una crescita graduale ma costante del mercato 5G industriale in Europa e in Italia, pur evidenziando ancora alcuni limiti strutturali – commenta Luca Dozio, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio 5G & Connected Digital Industry -. Per una maggiore scalabilità dei progetti servono una regolamentazione più uniforme tra i Paesi sulle modalità di accesso allo spettro e garanzie di sicurezza delle reti mobili. Infine, la maturità delle imprese nel considerare il 5G una leva strategica rappresenta un fattore decisivo per lo sviluppo e la diffusione di questo mercato”.

Lavoro: l’Intelligenza artificiale aiuta a vincere le sfide demografiche

Entro il 2033 l’AI avrà un impatto su 3,8 milioni di posti equivalenti, ma con un gap di 5,6 milioni di lavoratori in meno, pari al 25% degli occupati attuali, per effetti demografici.
Per mantenere in equilibrio il sistema previdenziale sarebbero necessari 26,8 milioni di occupati, mentre ne sono previsti “solo” 21,2 milioni.

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano l’AI è una leva fondamentale per colmare parte del gap occupazionale, a patto di investire in formazione, tutele ed equa redistribuzione dei benefici.
Oggi, il 18% dei posti di lavoro equivalenti in Italia risulta già automatizzabile e la quota potrebbe salire al 50% entro il 2033, quando la popolazione italiana in età lavorativa calerà di 2,8 milioni, mentre i pensionati aumenteranno di 2,3 milioni. 

“Il progresso tecnologico dev’essere una leva di crescita e coesione sociale”

“L’Intelligenza artificiale è un tema strategico per affrontare le sfide demografiche ed economiche che attendono l’Italia. – dichiara Walter Rizzetto, presidente XI Commissione Lavoro della Camera dei Deputati -. La Commissione Lavoro della Camera, che ho la responsabilità di presiedere, segue con grande attenzione le implicazioni dell’AI sul mondo del lavoro e ha già svolto una specifica indagine conoscitiva che ha permesso di individuare rischi, opportunità e strumenti di regolazione.
L’obiettivo è accompagnare l’innovazione con politiche adeguate, capaci di coniugare competitività e tutela delle persone, affinché il progresso tecnologico diventi leva di crescita e coesione sociale”.

Per il 61% dei lavoratori l’AI ha già cambiato il modo di lavorare

“Nel 2024 il mercato dell’AI in Italia mostra una crescita record (+58%), toccando 1,2 miliardi di euro. “Un risultato che testimonia l’interesse del tessuto produttivo a cogliere le opportunità offerte da questa tecnologia – spiega Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio -.  E la tecnologia sta avendo già un impatto sulla vita quotidiana dei lavoratori italiani: il 61% ritiene che l’AI abbia già cambiato molto o abbastanza il proprio modo di lavorare”.

Il 54% dei lavoratori afferma poi che l’AI semplifica e velocizza le attività, il 34% che svolge autonomamente alcune mansioni e il 17% che svolge nuove attività. Per il 6% il lavoro è interamente dedicato alla supervisione dell’AI.
Inoltre, per 1 lavoratore su 10 molte attività possono essere sostituite dall’AI entro i prossimi cinque anni.

Formazione, una tema che resta delicato

L’Osservatorio ha raccolto oltre 30 indicatori per restituire una fotografia dettagliata del contesto. Tra i temi toccati rientra quello della formazione.

“In questo ambito – dichiara Giovanni Miragliotta, direttore dell’Osservatorio -, i KPI (Key Performance Indicator) sono incoraggianti da un lato, ma più preoccupanti dall’altro. Il numero di studenti STEM rimane pressoché stabile, circa 124mila nel 2023/24, mentre il numero dei dottorati in AI è più che raddoppiato tra il 2021/2022 e il 2022/2023, toccando quota 342, grazie allo stanziamento di fondi del PNRR. Tuttavia, non possiamo ignorare un dato allarmante: il flusso migratorio netto delle competenze italiane in AI è negativo, con un valore di -0,18 nel 2023”.

Rapporto Coop: gli stili di vita degli italiani nel 2025

Abbandonate serenità e fiducia ostentate negli anni della pandemia e del post-Covid, negli ultimi mesi gli italiani vedono allungarsi un’ombra sul domani. Rispetto al 2022 oggi crescono timore (dal 20% al 39%), inquietudine (24%, 37%) e allerta (16%, 25%), si riducono serenità (34%, 24%) e fiducia (27%, 24%).

Nel mindset individuale restano le difficoltà quotidiane e la voglia di maggiori redditi, ma nell’immaginario collettivo è soprattutto la guerra a segnare più ampia discontinuità. E non stupisce che si affermino istanze di pace e diritti civili (64%), contrasto a fame, povertà, violenze di genere (55%) anche sopravanzando la garanzia di un lavoro dignitoso, la riduzione delle disuguaglianze (62%) e gli stessi temi ambientali e del cambiamento climatico.
Emerge dal Rapporto Coop 2025 – Consumi e stili di vita degli italiani di oggi e domani. 

Resta alta l’attenzione per l’ambiente

Nel generale greenlash istituzionale e imprenditoriale il 73% degli italiani considera il climate change un’emergenza causata da attività umane e si dichiara disposto a fare la sua parte con mezzi di trasporto alternativi, limiti all’uso del riscaldamento domestico, riduzione del consumo di carne rossa.
Questo cambiamento nello stato d’animo degli italiani sembra preconizzarne uno più profondo nel sistema valoriale e un ripensamento degli stili di vita.

Gli italiani si autorappresentano guidati da valori di onestà (50%), rispetto (46%) e sono meno interessati a ricchezza (10%), successo sociale/carriera (7%). E dopo anni di spinta laicista riemerge l’importanza della religione, e più in generale, il ricorso a percorsi di spiritualità (45%). 

L’immaginario collettivo si nutre di vintage

Mentre impazzano remake televisivi e cinematografici, crescono esponenzialmente le vendite di vinili. Il 54% della GenerazioneZ avrebbe preferito nascere all’epoca dei propri genitori. Un tuffo nel passato che consola, tanto che 7 italiani su 10 pensano che un tempo il mondo fosse un posto migliore.

Ma grazie al loro impegno sul lavoro, gli italiani si scoprono meno vulnerabili, ma restano vigili e in precario equilibrio di fronte agli imprevisti. Se è vero che nel 2024 la spesa complessiva delle famiglie è cresciuta rispetto a cinque anni fa, oltre la metà è assorbita dalle spese obbligate. Il risparmio persiste come driver primario (42%), ma a essere messa in discussione è l’essenza stessa della società dei consumi. Pare arrivato il tempo del deconsumismo.

L’eterna rinascita del cibo

Il ripensamento del sistema valoriale e delle scelte quotidiane è riflesso nel modo in cui gli italiani si rappresentano a tavola. Rispetto al 2022 chi si identifica con un’identità alimentare ancorata alla tradizione scende dal 34% al 22%, mentre cresce la percentuale di chi autodefinisce il proprio stile associandolo ad abitudini alimentari innovative (23%, 31%).

Il cibo, oltre a divenire palestra di sperimentazione, torna domestico e cucinato. 
Per stare al passo con queste evoluzioni, la grande distribuzione italiana dovrà affrontare la sfida del futuro, che secondo le opinioni dei manager food&beverage, passa dall’innovazione di prodotto e di processo (53%), ma anche da adeguate politiche per il personale (36%). 

Italia, trasformazione digitale: quali opportunità e quali criticità?

Il percorso di trasformazione digitale che interessa l’Italia si inserisce all’interno di una cornice europea ben definita. Con il Programma per il Decennio Digitale 2030, l’Unione europea punta a costruire una società digitale più inclusiva, equa e sostenibile.

Gli obiettivi riguardano quattro aree chiave: sviluppo delle competenze digitali, infrastrutture sicure ed efficienti, sostegno alla digitalizzazione delle imprese e modernizzazione dei servizi pubblici.

La risposta italiana

L’Italia ha fatto propri questi indirizzi attraverso il PNRR, che destina risorse a connettività, 5G e digitalizzazione della Pubblica amministrazione, con l’intento di semplificare i servizi e ridurre i divari. Particolare attenzione è rivolta all’educazione digitale: scuole e università sono coinvolte in un processo di aggiornamento che mira a formare cittadini più consapevoli e preparati.

Digializzazione, una questione anche culturale

Il rapporto dell’Eurispes sottolinea come la digitalizzazione non sia solo una questione tecnologica, ma anche culturale. Chi è cresciuto in un contesto analogico tende a concepire il tempo in modo lineare e riflessivo, mentre i nativi digitali vivono in un flusso continuo e frammentato, spesso caratterizzato da velocità e simultaneità.

Secondo Save the Children, l’età di accesso allo smartphone in Italia si è abbassata notevolmente: oltre il 30% dei bambini tra i 6 e i 10 anni lo utilizza quotidianamente.

Identità e relazioni nell’era dei social

La costruzione dell’identità oggi passa inevitabilmente dai social network. Profili su Instagram, TikTok o Facebook diventano vetrine personali, alimentando una forma di “identità frammentata” che porta a un costante controllo dell’immagine. Questo fenomeno influisce anche sulle relazioni: i legami sociali non sono più ancorati a luoghi fisici, ma si sviluppano online, dando vita a rapporti più fluidi e talvolta meno stabili. Secondo il Rapporto Italia 2025 dell’Eurispes, tra i giovani tra i 18 e i 24 anni oltre la metà si sente più libera di esprimersi sui social, ma quasi uno su due avverte una perdita di tempo e una distanza crescente dalla realtà.

Il gap generazionale e le fragilità dei più giovani

I dati Istat (2023) mostrano che il 93,5% dei giovani tra i 20 e i 34 anni usa Internet regolarmente, contro poco più della metà degli over 65.
Questo gap non è solo tecnico ma anche culturale: gli adulti mantengono un approccio più sequenziale e riflessivo, mentre i giovani sviluppano modalità reticolari e veloci, spesso a scapito della profondità.

Una sfida di qualità, non solo di quantità

Secondo il Digital 2024 Global Overview Report, l’87,7% degli italiani è connesso, ma oltre 7 milioni di persone restano escluse, soprattutto nelle aree interne e tra le fasce più fragili. Inoltre, gran parte del tempo online è dedicata a intrattenimento e social, mentre solo il 18% degli utenti sfrutta la rete per attività formative o di cittadinanza attiva (Istat).

Per l’Italia, dunque, l’obiettivo non è garantire l’accesso, ormai quasi universale, ma trasformarlo in un utilizzo consapevole, critico e capace di generare valore sociale.

Lavoro sempre più “senior”: l’età media degli occupati sale a 44 anni

Altro che ricambio generazionale e slogan come largo ai giovani. Il mondo del lavoro italiano invecchia, e lo fa più in fretta della popolazione generale.

Secondo un’analisi di Confesercenti basata su dati Istat, INPS e registri camerali, nel 2024 l’età media dei lavoratori ha raggiunto i 44,2 anni, oltre due in più rispetto al 2019. Un trend che riflette il calo della presenza giovanile e la crescita degli over 50, inclusi più di un milione di pensionati rientrati in attività.

Il fenomeno è più accentuato al Centro Italia

Anche se il fenomeno riguarda l’intero Paese, è più accentuato nel Centro Italia, dove la media tocca i 44,6 anni, seguito dal Nord (44,4) e dal Sud (43,8). Le cause di questa tendenza sono note a tutti: percorsi di studio più lunghi, requisiti pensionistici più rigidi e un quadro demografico segnato dal calo delle nascite. Ma sorprende come l’invecchiamento nel lavoro superi quello dell’intera popolazione, cresciuto di soli due mesi nello stesso arco temporale.

Negli ultimi vent’anni, il numero totale di occupati è cresciuto di oltre 1,6 milioni di unità. Ma questo dato nasconde un profondo squilibrio: i lavoratori under 34 sono diminuiti di oltre 2 milioni, quelli tra i 35 e i 49 anni sono calati di quasi un milione, mentre gli over 50 sono aumentati di quasi 5 milioni. Tra questi, anche molti pensionati tornati in attività, spesso liberi professionisti o lavoratori autonomi, ma anche circa 360.000 dipendenti.

Il mancato ricambio generazionale è un pericolo per le imprese

Anche il mondo dell’imprenditoria non sfugge alla tendenza. L’età media degli imprenditori è passata da 51,1 a 51,9 anni. In alcune regioni, come Umbria, Toscana e Liguria, si superano già i 53 anni. Il Lazio rappresenta un’eccezione con una lieve flessione, mentre la Lombardia vanta il primato degli imprenditori più giovani (49,2 anni).

I giovani sono delle “Cenerentole”

Il ritorno al lavoro dopo la pensione e la difficoltà per i giovani di entrare nel mercato sono anche il frutto di un contesto lavorativo che viene via via impoverito. Tra inflazione, carico fiscale e contratti non rappresentativi – i cosiddetti “pirata” – circa 800mila lavoratori, soprattutto nei settori del commercio e del turismo, risultano sottoinquadrati e privi di tutele fondamentali.

Serve un cambio di rotta

Secondo Nico Gronchi, presidente di Confesercenti, è il momento di agire con politiche mirate: incentivi fiscali per le imprese under 35, detassazione degli aumenti contrattuali più qualificati, e valorizzazione della contrattazione collettiva. Solo così, conclude, sarà possibile frenare l’inverno demografico del lavoro e restituire prospettive alle nuove generazioni.

Cyberattacchi alle industrie: danni da milioni di dollari per le aziende europee

Per il mondo dell’industria europea, la minaccia informatica non è più una possibilità remota, ma una costante con effetti economici potenzialmente devastanti. Secondo uno studio condotto da Kaspersky in collaborazione con VDC Research, oltre il 60% delle imprese industriali nell’area EMEA ha subito danni economici superiori al milione di dollari a causa di cyberattacchi.

Una percentuale importante di aziende – quasi il 10% – ha invece quantificato le perdite in oltre 5 milioni, e in alcuni casi si è superata la soglia dei 10 milioni di dollari.

Lo stato della sicurezza OT nelle industrie

L’indagine, raccolta nel rapporto “Securing OT with Purpose-built Solutions”, si è basata su interviste rivolte a più di 250 decision maker operanti in settori strategici come energia, trasporti, manifattura e servizi essenziali.

Dallo studio emerge un quadro piuttosto critico: molte imprese non sono ancora attrezzate per affrontare con efficacia le minacce informatiche che colpiscono i sistemi OT, ovvero le tecnologie operative fondamentali per garantire la produzione e il funzionamento degli impianti.

Un impatto a catena: dalla produzione ai ricavi

Le violazioni informatiche comportano conseguenze che si riflettono su ogni aspetto dell’azienda. I costi più pesanti derivano dalle azioni di risposta agli incidenti, spesso gestite da team interni o affidate a fornitori esterni specializzati.

A questo si aggiungono le perdite di fatturato dovute al blocco delle attività, la necessità di riparare o sostituire attrezzature danneggiate, il pagamento di eventuali riscatti ai cybercriminali, oltre alla perdita di materiali o prodotti già in fase di lavorazione. Il danno, dunque, non è solo immediato ma anche strutturale, poiché colpisce la capacità produttiva e la reputazione dell’azienda.

La vera criticità: le interruzioni non pianificate

Particolarmente critici sono i tempi di inattività non previsti: quasi sei aziende su dieci hanno dichiarato che le interruzioni causate da attacchi durano mediamente tra le quattro e le ventiquattro ore.
In settori dove la continuità operativa è essenziale, anche una breve pausa può causare ritardi nelle consegne, mancati guadagni e tensioni con clienti e fornitori. E in molti casi, si tratta di danni difficilmente recuperabili.

“Ignorare la cybersicurezza è un rischio che le aziende non possono permettersi”

Come sottolinea Andrey Strelkov, responsabile della linea di prodotti per la sicurezza industriale di Kaspersky, l’adozione di strategie di prevenzione non può prescindere da un rafforzamento della cybersecurity.

Le aziende industriali, secondo l’esperto, non possono permettersi di trascurare questa dimensione. I tempi di fermo costano caro e le falle nella sicurezza possono mettere a repentaglio non solo il bilancio, ma la stessa sopravvivenza sul mercato.

Dazi USA, 7 imprese italiane su 10 stanno già “correndo ai ripari”  

Le tensioni commerciali con gli Stati Uniti spingono le imprese italiane a correre ai ripari. Secondo un’indagine condotta da Unioncamere e dal Centro Studi Tagliacarne, il 70% delle aziende sta già adottando contromisure per contrastare gli effetti negativi che potrebbero derivare dall’introduzione di nuovi dazi da parte del governo statunitense.

Nonostante gli Stati Uniti rappresentino una fetta significativa dell’export italiano, le aziende tricolore dimostrano una discreta capacità di adattamento grazie a una buona diversificazione dei mercati: mediamente, ogni impresa esporta verso 11 Paesi diversi. Questo fattore potrebbe attenuare l’impatto delle eventuali barriere doganali.

Le Camere di commercio come punto di riferimento

A Roma, durante l’Assemblea di Unioncamere, il presidente Andrea Prete ha evidenziato il ruolo cruciale delle Camere di commercio nel supportare l’internazionalizzazione delle imprese, soprattutto quelle di piccole dimensioni. Un’analisi realizzata da Ipsos conferma che il 43% degli imprenditori vede nelle Camere un alleato importante per l’accesso ai mercati esteri, mentre quasi uno su due ritiene che possano essere fondamentali nell’affrontare le sfide future.

Prete ha anche sottolineato che oltre 7 miliardi di euro di esportazioni aggiuntive potrebbero derivare proprio dalle piccole imprese, se adeguatamente sostenute.

Le principali preoccupazioni delle aziende tricolore

Il primo timore legato ai dazi americani è la possibile riduzione dell’export, indicata dal 56% delle aziende coinvolte nell’indagine. Seguono l’aumento dei costi di approvvigionamento (26%) e il calo delle vendite di beni intermedi destinati a prodotti venduti sul mercato statunitense (22%).

Il 19% delle imprese, inoltre, teme una maggiore concorrenza da parte di produttori esteri che potrebbero orientarsi verso l’Unione Europea come alternativa agli USA.

Quali sono le strategie adottate?

Le strategie per affrontare i nuovi scenari sono varie. Il 33% delle aziende prevede di aumentare i prezzi di vendita, mentre un quarto degli imprenditori guarda ai mercati europei come possibile alternativa. Il 18% pensa a un’espansione verso Paesi extra-UE.

Solo una piccola percentuale (3%) considera di spostare parte della produzione direttamente negli Stati Uniti.

L’Italia tra i principali esportatori verso gli USA

Il nostro Paese si conferma tra i maggiori esportatori europei verso gli Stati Uniti, con una quota del 22,3% delle aziende coinvolte nell’export diretto, seconda solo alla Francia (22,6%). In termini di valore, nel 2024 l’export italiano verso gli USA ha superato i 65 miliardi di euro, pari al 10,8% dell’intero export nazionale.

Il peso dell’export varia però in modo significativo a livello locale. A Trieste, ad esempio, il 36,2% del fatturato delle imprese deriva dalle vendite negli USA. Percentuali elevate anche a L’Aquila (17,6%), Isernia (16%) e Grosseto (12,1%).

La forza della diversificazione

La resilienza del sistema produttivo italiano si fonda anche sulla capacità di diversificare i mercati. Le imprese manifatturiere del Nord-Ovest esportano in media verso 13 Paesi, quelle del Nord-Est in 11, mentre al Centro si scende a 9 e nel Mezzogiorno a 6.

Eccellenze come Reggio Emilia, Vercelli, Bologna e Ravenna guidano la classifica nazionale, con alcune aziende che raggiungono fino a 17 mercati.

ICT: 132.400 imprese (+2,1%) e 631.500 occupati (+3,4%) nel 2024

Lo evidenzia il primo Osservatorio Trimestrale del settore ICT, frutto della collaborazione tra Anitec-Assinform e InfoCamere: alla fine del 2024 il settore ICT italiano conta 132.400 imprese, per una crescita del 2,1% rispetto all’anno precedente, numeri che confermano il ruolo del comparto come uno dei motori della trasformazione digitale del Paese.

La suddivisione per comparti sottolinea la predominanza di Software e Consulenza IT, con 56.707 imprese e 379.607 addetti, seguiti dai Servizi IT, che contano 55.292 imprese e 125.430 addetti.
In calo invece le Telecomunicazioni, che registrano una diminuzione delle imprese attive rispetto all’anno precedente.
Complessivamente, il settore impiega 631.500 addetti, il 3,4% in più rispetto al 2023.

Startup e Pmi innovative, la componente dinamica del settore

Le startup e Pmi innovative rappresentano la componente più dinamica del settore, con 10.600 imprese attive, in crescita dell’1,8% rispetto al 2023, nonostante un leggero rallentamento rispetto agli anni precedenti.
Queste realtà impiegano oltre 50.400 addetti, registrando un aumento del 5,1% annuo.

A livello territoriale, le prime due regioni per ‘quoziente di localizzazione’ del settore ICT sono Lombardia e Lazio, seguite da Friuli-Venezia Giulia e Veneto, che mostrano tassi di crescita significativi nel settore.
In particolare, in Lombardia sono attive 30.017 imprese ICT, con un totale di 221.151 addetti, mentre nel Lazio si contano 16.255 imprese, che impiegano complessivamente 97.537 addetti.

Calo demografico ridotto rispetto a settori “non ICT”

La crescita demografica delle startup e Pmi innovative ICT ha continuato senza sosta dal 2020, anche se dal 2023 si registra un rallentamento.
Al contrario, nel settore non ICT, la tendenza è opposta, con un calo demografico iniziato verso la fine del 2022 che persiste fino a oggi.

“L’incremento continuo delle imprese e dell’occupazione conferma il ruolo del nostro settore per la trasformazione digitale del Paese – commenta Daniele Lombardo, consigliere con delega alle politiche per la trasformazione digitale delle Pmi di Anitec-Assinform -. I dati mostrano anche come, a fronte della crescita demografica, esistano sfide significative per il nostro settore a partire dall’eccessiva frammentazione, la disomogenea distribuzione nel territorio, inclusa la necessità di un maggiore sostegno alla crescita delle Pmi e delle startup innovative”.

Una guida verso il futuro per il Paese 

“Il passo nel futuro che il Paese deve fare dipende in modo strettissimo dalla forza del settore ICT, sia in termini di dinamiche imprenditoriali sia in termini di crescita di un’occupazione di elevata qualificazione – prosegue Paolo Ghezzi, direttore generale di InfoCamere -. Il Registro delle imprese si conferma un asset imprescindibile per conoscere da vicino e seguire nel tempo, in modo puntuale e aggiornato, tutti questi fenomeni, cogliendone l’impatto sulla struttura imprenditoriale complessiva del Paese, e l’effetto sui territori”.