Author Archives: Cesare Bianchi

Più estroversi online, ma attenzione alle relazioni pericolose

Dalle app per il dating ai social media fino ai forum, conoscere persone online è sempre più diffuso. Tanto che incontrare gli altri sul web è diventato facile e normale. Quasi un italiano su tre (29,1%) dichiara infatti di sentirsi più facilmente a suo agio online, e il 32,5% afferma anche di essere più estroverso e sicuro di sé. Quest’impennata delle relazioni online, incentivata anche dal lockdown, presenta però anche un lato meno positivo. Nonostante molte persone si sentano più sole e isolate al contempo non avvertono la necessità di stabilire un contatto “reale” con gli altri.

Lo ha scoperto Kaspersky in una ricerca condotta a livello nazionale, che mostra come il 50,7% di chi usa abitualmente social media, o forum, avverta la solitudine pur passando online almeno cinque ore al giorno.

Usare le app di dating e sentirsi profondamente soli

Secondo Marvi Santamaria, autrice del blog Match and The City ed esperta di relazioni online, “se è vero che i mezzi non sono neutri, al contempo i mezzi digitali sono utilizzati da persone, e nel caso delle dating app il loro cuore è proprio il ‘materiale umano’ che le popola e interagisce”.

Da un lato accade quindi di usare le app per conoscere nuove persone, ma sentirsi profondamente soli. Questo perché dal canto loro le app, poiché sono progettate per rendere l’esperienza fruibile facilmente e velocemente, possono influenzare le interazioni rendendole altrettanto veloci e superficiali.

Il legame emotivo è più forte nel mondo digitale

D’altronde vanno considerate le aspettative di chi usa queste app. Inoltre, non è vero che non si possa trovare un rapporto più profondo sul web, tutt’altro, sono tantissime le coppie formate online. Circa un quinto (19,5%) degli italiani intervistati ritiene infatti che il legame emotivo stabilito nel mondo digitale sia addirittura più forte di quello nel mondo reale.

“La tecnologia ha senza dubbio svolto un ruolo cruciale nel migliorare la vita sociale – commenta Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky -. Se da un lato queste piattaforme possono offrire indubbi vantaggi dall’altro dobbiamo anche tenere a mente le sfide e i rischi che portano con loro”. Le persone che incontriamo online potrebbero non essere esattamente chi dicono di essere.

Quando il cybercrimine sfrutta il desiderio di amare

Non è tutto. Anche le applicazioni più popolari per il dating possono trasformarsi in esche lanciate dai cybercriminali per mettere in pericolo la sicurezza digitale degli utenti. Secondo Kaspersky alcuni malware sfruttano proprio i nomi di oltre 20 app o la parola chiave dating. E nel 2019 sono stati diffusi più di 1900 file malevoli con l’obiettivo di nascondere trojan per scaricare altri malware, attivare abbonamenti a pagamento, adware, e notifiche pubblicitarie indesiderate.

Ma ci sono anche cybercriminali esperti di phishing, che approfittano del desiderio di amare per sottrarre dati, denaro e identità digitali.

Effetto Covid pesa sul sistema imprenditoriale italiano, ma il bilancio è positivo

Nel secondo trimestre di quest’anno nonostante il rallentamento dell’economia il bilancio tra aperture e chiusure delle imprese italiane resta positivo, con un aumento di +19.855 unità contro +29.227 del 2019. Ed è il Sud a contribuire a quasi la metà del saldo attivo, che comunque mette a segno il peggior risultato dei secondi trimestri dell’ultimo decennio. L’effetto Covid-19 continua dunque a pesare sulla natività e mortalità del sistema imprenditoriale italiano. Tra aprile e giugno emerge l’indebolimento della voglia di fare impresa degli italiani, con 57.922 iscrizioni di nuove imprese contro le 92.150 del secondo trimestre 2019, il 37% in meno. È quanto risulta dall’analisi trimestrale Movimprese, condotta da Unioncamere e InfoCamere, sui dati del Registro delle Imprese delle Camere di Commercio.

Frenano le cancellazioni, più artigiani e 45% imprese al Sud

Secondo l’analisi però frenano anche le cancellazioni, che si attestano a 38.067 quest’anno rispetto alle 62.923 dell’anno precedente (-39,5%). Da notare come al bilancio del trimestre abbia contribuito per circa un terzo (il 32,5%) la componente artigiana, che ha chiuso il periodo con un saldo attivo di 6.456 imprese (18.943 le iscrizioni di nuove imprese contro 12.487 cessazioni).

Il saldo attivo caratterizza tutte le regioni e tutte le aree del paese, con il Sud e Isole in particolare evidenza. Le 8.905 imprese in più del Mezzogiorno rappresentano infatti il 45% dell’intero saldo nazionale. Il valore più elevato si registra infatti in Campania, che ha chiuso il trimestre con 3.143 imprese in più rispetto al 31 marzo scorso. A seguire Lazio (+2.386), Lombardia (+1.920) e Puglia (+1.859).

Saldo attivo per tutti i comparti

Anche a livello settoriale si registrano saldi attivi per tutti i macro-comparti, a partire dal commercio (+6.291), seguito dalle costruzioni (+5.222) e dai servizi di alloggio e ristorazione (+3.425). In termini percentuali, l’avanzamento più sensibile (+1,4% su base trimestrale) si registra nei servizi alle imprese (2.944 le imprese in più), seguiti dalle attività professionali, scientifiche e tecniche (+1,3% l’incremento nel trimestre, pari a 2.828 imprese in più) e dalle attività finanziarie e assicurative (+1,1% corrispondente ad un aumento di 1.366 unità).

Arretrano le società di persone, rallentano quelle di capitale

Delle circa 20mila imprese in più alla fine del trimestre, il 65% circa ha la forma dell’impresa individuale (12.972 unità). Rispetto ai periodi più recenti, l’analisi della nati-mortalità delle imprese per forme giuridiche segnala nel secondo trimestre 2020 un rallentamento della dinamica delle società di capitale. Pur aumentando di 7.938 unità, il loro tasso di crescita trimestrale (+0,45%) appare infatti più che dimezzato rispetto allo stesso periodo del 2019, quando fu pari all’1,03%. Unica forma giuridica in arretramento, nel trimestre aprile e giugno, è quella delle società di persone, che registrano -1.230 unità, pari a una riduzione dello 0,13% dello stock di imprese di questo tipo.

Giugno 2020, migliora il clima di fiducia per consumatori e imprese

Dopo mesi pesanti, migliora leggermente il clima di fiducia di imprese e consumatori. A decretare questa spinta verso l’alto del sentiment degli italiani è l’Istat, sulla base dei dati raccolti a giugno 2020. Gli indicatori sono tutti in salita rispetto al mese di maggio: sia l’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 94,3 a 100,6) sia l’indice composito del clima di fiducia delle imprese (da 52,7 a 65,4). Anche se la crescita riguarda tutte le componenti, ci sono però delle differenze in termini di intensità: migliora nettamente per il clima economico (da 72,9 a 87,2) e per il clima futuro (l’indice passa da 93,1 a 105,6) mentre il clima personale e quello corrente registrano incrementi più contenuti (da 100,9 a 104,5 e da 95,0 a 96,4, rispettivamente).

La fiducia delle imprese meno dinamica rispetto a quella dei cittadini

Sono invece decisamente più cauti i miglioramenti relativi al clima di fiducia delle imprese, che restano comunque depressi rispetto ai dati registrati nei mesi antecedenti l’emergenza sanitaria dovuta al coronaviurs. In particolare, l’Istituto di Statistica rileva che nell’industria l’indice di fiducia del settore manifatturiero sale da 71,5 a 79,8 e nelle costruzioni aumenta da 108,4 a 124,0. Per il comparto dei servizi, si evidenzia una risalita dell’indice sia nei servizi di mercato (da 38,9 a 51,7) sia nel commercio al dettaglio (l’indice passa da 68,0 a 79,1). 

Il “clima” nei diversi settori merceologici

L’indice di fiducia delle imprese ha però andamenti molto diversi a seconda dei settori merceologici: nell’industria manifatturiera migliorano sia i giudizi sugli ordini sia le attese di produzione. Le scorte di prodotti finiti sono giudicate in lieve accumulo rispetto al mese scorso. Per le costruzioni, l’aumento dell’indice è determinato da un deciso miglioramento dei giudizi sugli ordini a cui si unisce un aumento delle aspettative sull’occupazione presso l’impresa. Nei servizi di mercato, l’incremento dell’indice è determinato da un forte aumento delle attese sugli ordini il cui saldo rimane però ancora negativo; i giudizi sia sugli ordini sia sull’andamento generale dell’azienda registrano un lieve miglioramento. Con riferimento al commercio al dettaglio, recuperano decisamente le aspettative sulle vendite future il cui saldo torna positivo per la prima volta dall’inizio degli effetti della pandemia. Per concludere, le scorte di magazzino sono ritenute in diminuzione, tuttavia le imprese manifestano un lieve peggioramento dei giudizi sulle vendite. Il miglioramento della fiducia è diffuso sia alla grande distribuzione sia a quella tradizionale.

Lockdown e prezzi più alti, la top ten dei prodotti rincarati

I consumatori lo stanno verificando giornalmente. A partire dal mese di febbraio, quando il lockdown non era ancora iniziato, fino al mese di maggio i prezzi di molti prodotti sono aumentati considerevolmente. La denuncia arriva dall’Unione Nazionale Consumatori, che ha stilato una classifica dei prodotti e dei servizi più rincarati durante l’emergenza Covid scoprendo vere e proprie speculazioni sui prezzi.

Dagli e-book alla frutta fresca alla farina l’associazione ha verificato aumenti fino a oltre il 30%. E punta il dito su chi sta approfittando dell’emergenza per aumentare i prezzi in maniera ingiustificata.

E-book, frutta secca e pc sul podio dei più cari

Secondo l’Unione il record dei rincari spetta alla voce e-book download, che in soli 3 mesi registra un rialzo del 30,4%. Un aumento che ha sfruttato l’esigenza di trascorrere il tempo con una buona lettura durante la clausura forzata in casa.

Al secondo posto la frutta fresca, che cresce del +12,8%, e al terzo gli apparecchi per il trattamento dell’informazione (computer portatili e fissi, palmari, tablet, notebook) incrementati del 12%.

“In pratica – afferma l’avvocato Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori – si è approfittato dello smart working e dell’obbligo degli studenti di seguire le lezioni a distanza per fare rialzi a danno di lavoratori e famiglie”.

L’indice generale aumentato solo dello 0,1% dimostra c’è chi ha approfittato per lucrare

Analoga sorte per gli accessori per apparecchi per il trattamento dell’informazione (monitor e stampanti), collocati al quarto posto della classifica (+11,3%). Sfruttamento simile anche per  gli apparecchi per la telefonia fissa, cresciuti del +7,7%.

“Evidentemente i telefoni fissi che si avevano non potevano bastare dal momento che tutta la famiglia era ‘reclusa’ tra le quattro mura di casa e c’è chi ha pensato bene di cogliere questa necessità per guadagnarci – aggiunge Massimiliano Dona -. Insomma, a fronte di un indice generale aumentato da febbraio a maggio solo dello 0,1%, c’è chi ha approfittato dei beni che gli italiani hanno dovuto prendere o acquistare maggiormente per via dell’emergenza Coronavirus, per lucrare”.

La voglia di pane fatto in casa influisce sulla classifica

Così che si spiega anche il sesto posto della classifica, quello occupato da vegetali surgelati (+4,8%), bene sostituto dei vegetali freschi, e il settimo, le patate, ricercate per la loro caratteristica di conservarsi più a lungo (+4,4%).

Alla pari, altri articoli di cancelleria, ossia evidenziatori, matite, penne e cartucce a getto d’inchiostro e toner, anche queste collegate allo smart working (+4,4%).

In ottava posizione cacao e cioccolato in polvere, tipico comfort food ( +4,3%), e in nona posizione un ex aequo tra pasta e couscous (+4,2%) e apparecchi per cottura cibi, come forni, forni a microonde, piani cottura (+4,2%).

Chiude la top ten la farina (+3,8%). Insomma, la voglia di pane, pizza e dolci fatti in casa ha decisamente influito sulle ultime due voci della graduatoria.

Gli italiani in quarantena migliorano il proprio inglese

Gli italiani in quarantena sono super connessi, i canali e le risorse digitali continuano a posizionarsi come un’alternativa chiave. Anche quando si tratta di migliorare il proprio livello di inglese. Da diverse settimane siamo confinati nelle nostre case per superare la crisi sanitaria, e durante tutto questo tempo c’è chi ha approfittato per imparare o migliorare la conoscenza della lingua inglese.

Ma come si è evoluto lo studio dell’inglese da casa in queste settimane? E c’è davvero voglia di imparare? Per rispondere a queste domande ABA English, l’accademia di inglese digitale con più di 30 milioni di studenti nel mondo, ha condotto uno studio dal titolo L’inglese si impara anche a casa. Il sondaggio ha preso in considerazione l’opinione di oltre 1.400 italiani e spagnoli sui loro progressi con l’inglese, e sulle abitudini di studio durante le settimane di quarantena.

Studiare da più di 3 ore a 5 ore a settimana

Una delle principali evidenze del sondaggio di ABA English è che il 77% degli italiani intervistati dichiara di aver migliorato il proprio livello di inglese nelle ultime settimane. Il 39% degli intervistati dedica più di 3 ore a settimana allo studio dell’l’inglese, la metà di loro per più di 5 ore. Nello specifico, il 40% degli intervistati sostiene di aver migliorato il suo inglese da beginner (A1) a lower intermediate (A2), mentre il 43% afferma di aver migliorato il suo inglese nei livelli intermedi, fra lower intermediate (A2) e upper intermediate (B2).

Comprensione orale, grammatica e speaking gli aspetti più studiati

Quali sono gli aspetti dello studio dell’inglese a cui gli italiani stanno dedicando maggiore interesse? Al primo posto la comprensione orale, un aspetto fondamentale per il 68% degli intervistati, seguita dall’approfondimento della grammatica (41%), e lo speaking (41%), ovvero la lingua “parlata”. Ma oltre all’utilizzo dell’applicazione mobile e al campus virtuale di ABA English, gli “allievi” di dichiarano di completare il loro studio con video lezioni (44%), serie tv in lingua originale (34%), e notizie rigorosamente in lingua inglese (23%).

Inglese più necessario per trovare lavoro dopo l’emergenza COVID-19

Una delle principali motivazioni dell’interesse degli italiani per lo studio dell’inglese si ricollega al mondo del lavoro. Il 59% ritiene che la padronanza dell’inglese sarà ancora più necessaria per trovare lavoro dopo l’attuale crisi sanitaria. Quasi due terzi degli intervistati afferma inoltre di utilizzare l’inglese nel suo lavoro. E 9 intervistati su 10 sostengono che raccomanderebbero ad amici e familiari di approfittare di questi giorni per migliorare il loro inglese da casa, per essere più preparati possibile nel futuro.

Meno morti per incidenti stradali grazie all’intelligenza artificiale

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2018 sono 1,5 milioni le persone decedute a causa di incidenti stradali in tutto il mondo, di cui più della metà pedoni e ciclisti. La buona notizia è che, almeno in Italia, dall’inizio del nuovo millennio il numero dei decessi dovuti a incidenti stradali è diminuito notevolmente. Da quanto emerge da un’elaborazione a cura del Centro Studi Auto Aziendali su dati Istat le vittime sono passate dalle 7.096 nel 2001 alle 3.378 nel 2017, con un calo, quindi, del 52,4%. Il risultato raggiunto dipende dall’effetto congiunto di diversi fattori di miglioramento, da quelli introdotti nella normativa stradale al maggior numero di controlli, dal miglioramento delle infrastrutture a quello avvenuto nella qualità delle auto. Ma anche dalla sempre maggiore disponibilità dei dati rilevati dai sensori installati a bordo dei veicoli, e soprattutto dall’AI, che consente un’interpretazione dei dati sempre più sofisticata.

Telecamere di bordo, sistemi di geolocalizzazione e app

Telecamere di bordo, sensori, scatole nere e sistemi di geolocalizzazione: oggi sulle automobili esiste già una grande quantità di soluzioni tecnologiche che permettono di raccogliere dati al fine di aumentare la sicurezza sulle strade. Si tratta di informazioni sulla localizzazione del veicolo, su stili di guida o consumi, nonché sulla possibilità di monitorare lo stato d’uso del veicolo e dei parametri esterni, come condizioni stradali e atmosferiche, traffico, o situazioni di rischio. Ci sono però anche altre soluzioni, come l’app VizibleZone, sviluppata da una startup israeliana per arginare il problema degli incidenti stradali dovuti ai cosiddetti pedoni invisibili, quelli che spuntano all’ultimo momento davanti a un’auto, che spesso non riesce a fermarsi in tempo. Grazie all’AI l’app crea modelli stradali basati sui dati GPS anonimizzati, raccolti dagli smartphone di pedoni e automobilisti, e segnala sui device eventuali pericoli, riporta IlFattoQuotidiano.

Software in grado di fare analisi molto complesse

“Per incrementare la sicurezza dei veicoli in circolazione – afferma Luciano Bononi, professore all’Università di Bologna – l’enorme mole di dati oggi disponibile può essere elaborata da software in grado di fare tre tipi di analisi molto complesse, e cioè analisi predittive, prescrittive e cognitive”.

Se l’analisi predittiva consente di ricavare dai dati una previsione sugli eventi che si verificheranno in futuro, riferisce Ansa, l’analisi prescrittiva fornisce indicazioni su cosa sia opportuno fare per reagire nel modo migliore al verificarsi di determinati eventi.

Obiettivo, zero morti sulle strade

L’analisi cognitiva, invece, grazie alla messa a punto di algoritmi di AI sempre più avanzati, è in grado di trasformare i dati grezzi in conoscenza, e trasmettere queste informazioni all’uomo in linguaggio naturale, al fine di supportarlo nel prendere decisioni sempre più accurate, tempestive e corrette. La prospettiva, pertanto, “è che in futuro con questi sistemi di Intelligenza Artificiale si renderà sempre più sicura la guida dei veicoli – aggiunge Luciano Bononi – rendendo non più utopistico l’obiettivo zero morti sulle strade”.

Intelligenza artificiale, in Italia vale 200 milioni di euro

Anche in Italia l’Intelligenza artificiale avanza, e il suo mercato, tra software, hardware e servizi, nel 2019 ha raggiunto un valore 200 milioni di euro, di cui il 78% commissionato da imprese italiane e il 22% come export. Tra i settori industriali in cui l’AI è più diffusa, al primo posto banche e nel settore finanza, seguiti da manifattura, utility e assicurazioni. Sebbene la crescita del mercato e le percentuali di diffusione l’implementazione dell’Intelligenza artificiale in Italia da parte delle imprese non ha ancora favorito la sostituzione del lavoro umano. Lo ha rilevato la ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano.

Banche e finanza rappresentano il 25% del mercato

Tra i diversi settori industriali italiani l’AI è diffusa in particolare nelle banche e nel settore finanza, che rappresentano il 25% del mercato, nella manifattura (13%), nelle utility (13%) e nelle assicurazioni (12%). La quota principale della spesa (33%) è dedicata a progetti di Intelligent Data Processing, algoritmi per analizzare ed estrarre informazioni dai dati, seguiti da quelli di Natural Language Processing e di Chatbot/Virtual Assistant (28%), in grado di comprendere il linguaggio naturale ed eventualmente fornire risposte a un interlocutore.

Il 96% delle imprese non rileva effetti di sostituzione del lavoro umano

Secondo l’indagine del Politecnico di Milano, il 96% delle imprese che hanno già implementato soluzioni di Intelligenza artificiale non rileva effetti di sostituzione del lavoro umano da parte delle macchine. Solo l’1% nota come la sua implementazione abbia eliminato alcuni posti di lavoro, mentre il 3% sostiene di avere mitigato gli effetti sui lavoratori coinvolti grazie a strumenti di protezione sociale.

In generale, più che sostituire le capacità degli esseri umani, secondo la ricerca, l’Intelligenza artificiale le sta aumentando. Tanto che il 48% delle imprese evidenzia che le soluzioni di Intelligenza artificiale adottate non hanno direttamente coinvolto attività svolte dalle persone,  e il 28% pensa che le attività sostituite abbiano permesso ai lavoratori di dedicarsi con maggiore dedizione a quelle rimanenti. Il 24%, però, afferma che sono stati necessari ricollocamenti, anche parziali, dei lavoratori coinvolti.

Nei prodotti e servizi per i consumatori finali una diffusione ancora limitata

Nei prodotti e servizi acquistabili dai consumatori finali, però, la diffusione dell’Intelligenza artificiale è ancora limitata. Secondo la ricerca, solo il 5% di 407 categorie di prodotti o servizi sul mercato prevede questa funzionalità, percentuale che sale al 31% tra quelli nativamente elettronici, come smartphone e automobili, ma anche televisori, sistemi audio, fotocamere, e piccoli elettrodomestici, riporta Ansa.A oggi il 19% della spesa totale delle famiglie italiane è indirizzato a categorie merceologiche con almeno un prodotto o servizio che contiene AI.

Nel breve periodo, però, si prevede ampio spazio per nuove soluzioni.

Information security, le aziende italiane aumentano il budget per la sicurezza

In Italia il mercato dell’information security continua la sua scalata, e da parte delle aziende italiane per il terzo anno consecutivo prosegue la crescita degli investimenti in soluzioni e tecnologie per la sicurezza informatica. Tanto che nel 2019 questo mercato raggiunge un valore di 1,317 miliardi di euro, in aumento di poco meno dell’11% rispetto al 2018. La spesa in sicurezza delle imprese si concentra soprattutto in soluzioni di security tradizionali, che raccolgono il 52% degli investimenti, a fronte del 48% di investimenti nei servizi, che però risultano crescere maggiormente per il 45% delle aziende.

L’Intelligenza artificiale al centro dell’attenzione per le grandi imprese

I dati emergono da una ricerca dell’Osservatorio Information Security and Privacy della School of Management del Politecnico di Milano, presentata durante il convegno Security-enabled transformation: la resa dei conti nel capoluogo lombardo. Da quanto risulta dallo studio, la tecnologia al centro dell’attenzione è l’Intelligenza artificiale, già impiegata per la gestione della sicurezza dal 45% delle grandi imprese.

Il 55% delle organizzazioni ha completato l’adeguamento al GDPR

Sempre secondo l’indagine a fine 2019 il 55% delle imprese ha inoltre completato l’adeguamento al GDPR. Una percentuale più che raddoppiata rispetto all’anno precedente, quando erano il 24%. Il 45% delle stesse ha poi aumentato gli investimenti proprio a questo scopo. Il 61% delle imprese, invece, oggi ha in forza all’interno della propria organizzazione un Data Protection Officer. Ma ora si guarda agli effetti del Cybersecurity Act, che ha definito un sistema di certificazione per la sicurezza informatica a livello europeo, e che secondo il 76% degli executive porterà più garanzie di sicurezza, uniformità normativa, vantaggi competitivi e calo dei costi.

Aumenta la domanda di competenze, ma manca la maturità organizzativa

La spinta normativa e la crescita degli investimenti trainano la domanda anche di competenze nell’information security. Il 71% delle grandi imprese italiane afferma che il team interno ha già le competenze necessarie, mentre il 40% afferma di essere alla ricerca di nuovi profili. In particolare, il 51% è alla ricerca di Security Analyst, il 45% di Security Architect, e il 31% Security Engineer. Figure, queste, in cima alle richieste dei recruiter. Secondo la ricerca, allo stesso tempo appare però ancora scarsa la maturità organizzativa delle imprese. Nel 40% delle organizzazioni non esiste infatti una specifica funzione Information Security, che rimane all’interno del comparto It, e il responsabile della sicurezza è lo stesso Chief information officer (Cio).

Facebook, guerra ai deepfake in vista del voto Usa

Prosegue la guerra ai deepfake dichiarata da Facebook. Se a settembre il social network, insieme a colossi come Microsoft e Amazon, aveva lanciato l’iniziativa Deepfake Detection Challenge a dicembre si è alleato con Reuters per la creazione di un corso online per imparare i riconoscerli, e ora li mette al bando.

La compagnia di Mark Zuckerberg ha infatti annunciato che eliminerà dalla propria piattaforma i contenuti “manipolati allo scopo di ingannare”, considerati la nuova frontiera della disinformazione, preservando tuttavia le parodie e la satira. L’annuncio arriva in un momento in cui i social network sono chiamati a ripulire le proprie piattaforme da fake news e contenuti ingannevoli in vista delle elezioni presidenziali americane, che si terranno a fine 2020.

Video creati per creare uno scambio di identità

In un post firmato dalla vicepresidente del Global Policy Management, Monika Bickert, Facebook fa sapere che rimuoverà i contenuti modificati “in modo che non risultano evidenti a una persona comune, e che probabilmente indurrebbero a pensare che un soggetto del video abbia detto parole che in realtà non ha pronunciato”. I deepfake sono infatti video creati con una tecnica che sfrutta l’intelligenza artificiale per sovrapporre due volti in un video, creando uno scambio di identità e consentendo, appunto, di far dire a un politico frasi che non ha mai pronunciato. “Sebbene siano ancora rari su internet – prosegue Bickert – rappresentano una sfida significativa per la nostra industria e per la società”.

Un corso online per imparare a individuare foto, video e audio falsi

Per capire se un video è stato manipolato, la compagnia si avvarrà perciò dei suoi 50 partner mondiali per il fact checking in 40 lingue. Già a settembre, il social network di Mark Zuckerberg era entrato in una coalizione composta da diverse aziende e università, la Deepfake Detection Challenge, impegnandosi a investire 10 milioni di dollari per creare video con ricercatori che spiegano come individuare i video contraffatti, riporta Ansa. L’alleanza con l’agenzia di stampa Reuters, invece, è stata stipulata allo scopo di creare un corso online che individui i video manipolati. Il corso dura 45 minuti ed è concepito per dare ai giornalisti gli strumenti per individuare ed evitare foto, video e audio falsi.

Fermare il fenomeno delle disinformazione online

L’iniziativa fa parte del Facebook Journalism Project, e nel corso del 2020 il social e l’agenzia di stampa terranno eventi pubblici congiunti sul tema.

“La collaborazione con Reuters è importante sia per i giornalisti sia per noi per fermare il fenomeno delle disinformazione online”, commenta la portavoce di Facebook Julia Bain. “Il 90% delle notizie manipolate che vediamo online – aggiunge Hazel Baker di Reuters – sono video contraffatti, penso sia un punto di partenza importante”. Per ora il materiale è disponibile in inglese, spagnolo, arabo e francese, e si pensa a una traduzione in altre 12 lingue

I differenziali retributivi in Italia, il gap non è solo tra uomini e donne

Nonostante presenti un calo, il gap retributivo uomo-donna in Italia resta ampio. Ma non è l’unico nel mondo italiano del lavoro. Se nel 2014 la differenza tra gli stipendi fra uomini e donne si attestava al +8,8% nel 2017 è pari al +7,4%. Questo, per effetto di una maggiore crescita della retribuzione oraria mediana delle donne (+2,4%) rispetto a quella degli uomini (+1%). Ma è “notevole” anche il differenziale retributivo tra i lavoratori nati in Italia e quelli nati all’estero, che secondo il rapporto Istat sui differenziali retributivi in Italia, è pari al 13,8%. Così come la retribuzione oraria mediana dei lavoratori con contratto full-time, che risulta del 19% superiore a quella dei part-time.

Il gap tra chi è nato in Italia e chi all’estero

Ordinando le posizioni lavorative secondo il valore crescente della retribuzione oraria, la mediana è il valore della retribuzione della posizione lavorativa centrale. Tale retribuzione oraria mediana fa registrare nel 2017 un aumento dell’1,7% rispetto al 2014, dello 0,4% rispetto al 2015 e dello 0,3% rispetto al 2016. Ma nel 2017 la metà delle posizioni lavorative percepiva una retribuzione oraria pari o inferiore a 11,25 euro (valore mediano). La fotografia scattata dal rapporto Istat sui differenziali retributivi in Italia, mostra inoltre che la retribuzione oraria mediana dei rapporti di lavoro di dipendenti nati in Italia (che sono l’83,3% del totale) è pari a 11,53 euro, ed è superiore di 1,40 euro rispetto a quella dei lavoratori nati all’estero.

Contratti a tempo indeterminato e a tempo pieno hanno una retribuzione oraria più alta

Le tipologie di lavoro più diffuse, ovvero i contratti a tempo indeterminato (pari al 65,5% dei rapporti totali) e i contratti a tempo pieno (pari al 68,3% dei rapporti totali) presentano una retribuzione oraria più alta rispetto alle altre tipologie. In particolare, la retribuzione oraria mediana dei lavoratori con contratto full-time (11,98 euro) è del 19% superiore a quella dei part-time, mentre per i rapporti di lavoro a tempo indeterminato il differenziale retributivo è più alto del 17,4% rispetto a quelli a tempo determinato.

Qualifiche ad alto input e a basso input di lavoro

A livello di qualifica contrattuale, riporta Adnkronos, nel 2017 gli impiegati e i dirigenti percepiscono una retribuzione oraria mediana pari a 14,04 euro, ovvero il 65,4% in più rispetto agli apprendisti. Per gli operai, che rappresentano il 62% circa delle posizioni lavorative totali, lo stesso differenziale è pari al 23,7%.

Le posizioni lavorative con almeno 90 giornate retribuite nell’anno, definite ad alto input di lavoro, rappresentano invece il 75% circa del totale, e registrano una retribuzione oraria mediana di 11,65 euro, con un differenziale retributivo del +13,5% rispetto a quelle a basso input.