Author Archives: Cesare Bianchi

Vino, export da record: verso quota 7 miliardi nel 2021

Il vino italiano è sempre più bevuto all’estero. Nel primo semestre 2021 l’export italiano di vino supera infatti per la prima volta la quota di 3 miliardi di euro, arrivando a 3,3 miliardi: un valore che proietta le aspettative per questo primo anno post-pandemico oltre la soglia dei 7 miliardi. Si tratta di un record assoluto nella storia dell’industria vinicola italiana, confermato dalle elaborazioni dell’Osservatorio del vino di Unione italiana Vini (Uiv) sui dati Istat del primo semestre di quest’anno. Secondo lo studio, il rimbalzo delle spedizioni tricolori nel mondo, favorito dalla ripresa dei consumi nei principali Paesi clienti, è evidente non solo sul 2020, che segna un +16% in valore e un +6% anche dei volumi, arrivando sopra quota 10 milioni di ettolitri, ma anche sulla media del triennio 2015/2018 pre-Covid. 

Gli spumanti ‘girano’ a regimi più che raddoppiati

In particolare, nel primo semestre del 2021, il segmento dei vini confezionati eguaglia le performance del 2019 (+6%), mentre gli spumanti ‘girano’ a regimi più che raddoppiati, con ritmi straordinari negli Usa e in Germania. Negli Stati Uniti, infatti, gli spumanti italiani segnano +75% sulla media 2015/18, contro +45% della Francia. Sui vini confezionati, invece, sempre in rapporto alla media del periodo pre-pandemia, negli Usa il 2021 segna +12% contro +2% del 2019, in Germania +18% contro +5%, e in Canada +19% contro +4%.

Assecondare la crescita, anche attraverso la promozione

Debolezze diffuse invece in UK, dove si riscontra un peggioramento rispetto ai ritmi già negativi del 2019 (-8% contro -4%), e Giappone, dove si scende in terreno leggermente negativo contro una crescita del 12% registrata prima dello scoppio della pandemia. Per il segretario generale di Uiv, Paolo Castelletti, “Ora è necessario assecondare questa crescita, anche attraverso l’ausilio della promozione e del nuovo plafond di 25 milioni di euro ai nastri di partenza entro l’autunno”.

In aumento tutti i principali segmenti ad alto valore aggiunto

Quanto ai dati di confronto annuo, grazie a un balzo poderoso registrato soprattutto tra aprile e giugno, tutti i principali segmenti ad alto valore aggiunto segnano crescite. I vini spumanti salgono a +26% (780 milioni di euro), i vini frizzanti superano la soglia dei 200 milioni (+3%), e i vini fermi confezionati crescono del +16%, con il top dei rossi a denominazione che segnano +23% (860 milioni di euro). In regresso risultano solo i bag-in-box (-7%), vini che avevano fortemente beneficiato dalle restrizioni imposte dai lockdown nel 2020, e gli ‘sfusi’, che soffrono della impietosa concorrenza spagnola sulle principali destinazioni.

Gli effetti collaterali della pandemia su giovani e bambini

Gli effetti collaterali della pandemia, in termini di benessere psicofisico e salute mentale, colpiscono in misura maggiore i bambini e i giovani. Tanto che quasi quattro persone su dieci in 29 Paesi del mondo pensano che un effetto collaterale della pandemia sarà proprio il peggioramento della salute mentale e del benessere di giovani e bambini. Lo rileva un sondaggio Ipsos, secondo il quale la perdita di concentrazione e attenzione è ritenuto uno dei problemi maggiori dal 41% degli intervistati, e in Italia il 39% dei cittadini ritiene che la principale causa di disturbo per i bambini fino agli undici anni al loro ritorno a scuola è data dalla difficoltà di reintegrarsi tra compagni, docenti e staff.  Inoltre, il 36% ritiene che il disturbo di concentrazione e attenzione sarà rilevante, e se il 28% ritiene che difficilmente i ragazzi torneranno a un’attività fisica regolare, il 26% crede che avranno problemi nel mantenere le buone maniere.

Perdita di concentrazione e difficoltà a reintegrarsi nel rientro a scuola 

Anche per quanto riguarda i ragazzi con un’età compresa dai 12 ai 15 anni, il 40% degli intervistati a livello internazionale ritiene che la perdita di concentrazione e attenzione sia uno dei problemi maggiori, e per la maggioranza dei cittadini italiani (36%) la principale causa è data dalla difficoltà di reintegrarsi tra compagni, docenti e staff. Per quanto invece riguarda i ragazzi con un’età compresa dai 16 ai 18 anni, il 40% degli intervistati a livello internazionale ritiene che la perdita di concentrazione e attenzione sia uno dei problemi maggiori. Invece per il 22% degli italiani i ragazzi dovranno affrontare le preoccupazioni legate al Covid-19 e l’11% non riconosce quelli potrebbero essere gli effetti indesiderati.

Scuole aperte o chiuse?

La maggioranza degli italiani (35%) dichiara che al rientro a scuola i ragazzi avranno disturbi riguardanti la salute mentale e il benessere fisico. Inoltre, in Italia, il 27% crede che i bambini non siano in grado di recuperare l’educazione mancata, il 28% pensa che ci saranno tassi di disoccupazione più elevati e maggiori guadagni persi, il 32% che ci sarà meno esercizio fisico e un peggioramento psichico, il 27% afferma che ci saranno problemi di socializzazione. Per quanto riguarda il tema delle scuole aperte o chiuse, ovvero, se per prevenire la pandemia da Covid-19 si ritiene opportuno chiudere gli edifici scolastici, il 42% degli italiani la considera un’opzione accettabile. Una percentuale ben al di sotto della media internazionale del 62%, mentre il 28% degli italiani non lo ritiene accettabile contro il 18% a livello internazionale. 

Migliorare l’accesso all’istruzione con il sostegno finanziario

Per migliorare l’accesso all’istruzione dopo la pandemia il sostegno finanziario per le spese scolastiche è fondamentale per il 48% degli italiani e il 37% degli intervistati a livello internazionale. Ma in cosa bisognerebbe investire secondo gli italiani per migliorare l’accesso all’istruzione? Garantire gli investimenti alla scuola e allo staff (35%), accesso a internet più veloce (32%), investire nell’istruzione dei docenti (28%), estendere gli orari scolastici per le settimane in cui hanno chiuso (25%), investire in programmazione digitale e nell’acquisto di pc, tablet e portatili (23%), e il 2% afferma non sia opportuno investire in nessuna delle precedenti.

Quattro giorni di lavoro a settimana? Un’opzione da valutare

La settimana lavorativa di soli quattro giorni potrebbe presto diventare una realtà anche in Italia. In altri Paesi, dove è già stata sperimentata, si è rivelata un successo. Ad esempio in Islanda è stato condotto un test su 2.500 lavoratori, circa l’1% della popolazione attiva, riducendo sensibilmente il numero di ore passate in ufficio e verificandone i risultati. E non si tratta di un esperimento temporaneo: è durato infatti dal 2015 al 2019, in cui le “cavie” hanno visto abbassarsi il monte ore settimanali da 40 e 35-36, fino ad arrivare a una settimana composta di soli 4 giorni lavorativi. I dipendenti erano impiegati in diversi settori del pubblico, dagli ospedali agli uffici amministrativi, dai servizi sociali alle scuole materne. Va però sottolineato che, a fronte di un calo delle ore di lavoro, lo stipendio è rimasto lo stesso: si è scoperto, che mantenendo intatto lo stipendio e riducendo il tempo destinato alla propria occupazione professionale, la produttività dei lavoratori non è solo rimasta identica, ma in molti casi è addirittura aumentata. 

Più salute, meno stress

Non solo: al pari della produttività, l’esperimento islandese ha rilevato che in questo modo migliorava anche la qualità di vita dei lavoratori. E il maggior benessere riguarda tutti i campi dell’esistenza: salute, stress percepito e work-life balance. Il test islandese non è però un caso isolato. Esistono infatti molti altri Paesi europei che stanno indagando questa possibilità, come Spagna, Finlandia e Germania che non escludono di prevedere la settimana corta.

Accadrà anche in Italia?

Anche nel nostro Paese ci sono esempi che si muovono in analoga direzione: è il caso della Raffin House Technology di Brunico, in Alto Adige, che ha testato la settimana lavorativa di 4 giorni anziché i canonici 5, con risultati molto soddisfacenti sia per l’azienda sia per i dipendenti.  .Ma si tratta davvero di un futuro percorribile per il nostro Paese? “Incontrando ogni giorno molti dirigenti, manager e professionisti qualificati ho conosciuto le più differenti modalità di organizzazione della settimana lavorativa, a livello nazionale e internazionale e non ci sono dubbi nell’affermare che con l’introduzione dello smart working le imprese possano effettivamente prendere in seria considerazione l’introduzione della settimana lavorativa corta, conducendo dapprima dei test su un numero selezionato di dipendenti” ha detto Carola Adami, co-fondatrice della società italiana di head hunting Adami & Associati. “E’ notizia di pochi giorni fa che lo stesso Giappone desidera introdurre la settimana corta, e non a caso” spiega Adami. “Tutti conosciamo il Giappone come un Paese in cui l’attaccamento dei dipendenti e all’azienda è fortissimo, tanto da toccare talvolta lo stacanovismo; è però anche vero che questo Paese sta affrontando problemi come la produttività bassa, il calo demografico e il calo dei consumi. Introducendo la settimana corta, e quindi aumentando il tempo libero da dedicare alla famiglia o alla formazione, si potrebbe raggiungere il doppio obiettivo di aumentare la produttività e di rilanciare i consumi” continua Adami. Potrebbe essere questa una strada percorribile anche da noi, considerando che “In Italia si affrontano problemi simili a quelli giapponesi: basta guardare ai dati relativi all’andamento demografico, alla produttività e alle ore lavorate”. Non bisogna dimenticare infatti che l’Italia è il secondo Paese in Europa per quantità di ore settimanali lavorate, che sono mediamente 7 in più rispetto a quelle della Germania.

La felicità? Una birra in compagnia

Tra le abitudini preferite dagli italiani, e di cui si è sentita di più la mancanza negli ultimi mesi, c’è sicuramente quella di uscire con gli amici per mangiare e bere qualcosa insieme, in un locale. Una piccola cosa, ma che regala buonumore e serenità. Ed è proprio questa l’idea di felicità che hanno i nostri connazionali per l’estate 2021: in questa fase di tentativi di ritorno alla normalità, anche i desideri sono più raggiungibili: come era prevedibile, in cima alla lista delle “prime cose che vogliono tornare a fare in compagnia” c’è il sogno di un viaggio con gli amici (31%)… ma subito dopo, per circa 1 italiano su 4 (23%), il piacere più grande è andare al ristorante/pizzeria con gli amici o passare una serata insieme davanti a una birra (23%). A dipingere lo scenario di questo “new normal” è uno studio commissionato da Osservatorio Birra all’Istituto Piepoli, che mostra attese e speranze degli italiani verso l’estate e le riaperture, dopo mesi di convivenza con coprifuoco e distanziamento sociale. La ricerca “Il nuovo fuori casa degli italiani”, realizzata su un campione di 1.000 italiani maggiorenni rappresentativo della popolazione 18-64 anni, mostra che la voglia di tornare ad uscire e incontrarsi è comprensibilmente tanta, con la consapevolezza che questo ritorno alla socialità perduta andrà conquistato e mantenuto con responsabilità.

Prudenza, ma anche socialità

Dalla ricerca si scopre che i nostri connazionali sono prudenti, come hanno imparato a fare e come continueranno a farlo. Ma emerge anche tanta voglia di normalità nel quotidiano, in particolare nei luoghi del fuori casa. È un desiderio diffuso, ma particolarmente sentito tra i consumatori di birra, che dimostrano una voglia al di sopra della media di riconquistare la convivialità ed i momenti extradomestici condivisi con amici e famigliari. In generale, la quasi totalità degli italiani (92%) ritiene importante tornare a condividere il tempo libero fuori casa. Ma nei mesi di restrizioni sono gli appassionati di birra ad aver sentito più di tutti (l’82% contro il 69% dei non consumatori), la mancanza di luoghi di aggregazione come bar, ristoranti, pizzerie, pub e locali. E saranno sempre loro il motore della ripartenza del fuori casa. Quasi 8 beer lover su 10 (78%) dichiarano che passeranno più tempo condiviso al di fuori delle mura domestiche nei prossimi mesi, contro il 71% dei non consumatori.

Presto, una birra!

La birra, più delle altre, si conferma la bevanda socializzante per eccellenza. Tanto che con il 61% delle preferenze, la birra è stata la più consumata in questo periodo di graduali riaperture, davanti a caffè (43%), acqua (34%) e vino (38%). E, nelle intenzioni degli italiani, resterà la più bevuta fuori casa anche nei prossimi mesi, doppiando, con il 67% delle preferenze, caffè (28%), aperitivi e cocktail (24%). 

Flessibilità è la parola chiave per 8 professionisti su 10

DoveVivo Lab è l’osservatorio che indaga le tendenze e lo stile di vita della community internazionale di studenti e giovani lavoratori di DoveVivo, la coliving company europea presente in 14 città. Nel suo secondo sondaggio sono stati intervistati i lavoratori per capire come hanno affrontato lo smart working durante la pandemia e indagarne le aspettative per il futuro. E secondo più della metà dei professionisti intervistati si tornerà a lavorare stabilmente in ufficio. Il 67% dichiara infatti che con la pandemia alle spalle si ricomincerà a lavorare in presenza. Anche se la parola d’ordine del futuro per gli intervistati è flessibilità.

L’80% vorrebbe andare in ufficio 1 o 2 volte a settimana

Per il 18% degli intervistati lo smart working sparirà completamente, lasciando il posto a una settimana in ufficio 5 giorni su 5. Il 33% dichiara invece che immagina un futuro in cui lo smart working rimarrà un’abitudine stabile, con almeno 3 giorni a settimana in cui sarà possibile lavorare da casa. Quanto alle preferenze, però, emerge una situazione molto diversa: la parola chiave più amata dai professionisti è flessibilità. Il 80% di loro dichiara infatti che vorrebbe andare in ufficio 1 o 2 volte a settimana, oppure vorrebbe poter scegliere se fare smart working giorno per giorno. Il restante 20% invece vorrebbe tornare in ufficio tutti i giorni.

Positiva l’esperienza con le riunioni da casa

Generalmente positiva, comunque, l’esperienza con le riunioni da casa per 7 lavoratori su 10. Il 50% dichiara di aver capito che lo smart working è efficace come il lavoro in presenza, mentre il 31% lamenta una comunicazione poco empatica attraverso lo schermo del pc e la difficoltà nel riuscire a trovare il tempo per fissare le riunioni. La possibilità di gestire il tempo in maniera differente è l’aspetto più apprezzato dello smart working: il 51% dei lavoratori ha dichiarato, infatti, di essere riuscito a trasformare il tragitto casa-ufficio in tempo dedicato alle passioni. La comodità della casa, invece, ha permesso al 24% di lavorare meglio. Il 19% poi ha apprezzato la possibilità di aver potuto condividere più tempo con la famiglia, o la presenza di coinquilini o partner (6%).

Tra difficoltà e più tempo a disposizione

Ma lo smart working ha generato anche difficoltà. Secondo il 32% si è sentita la mancanza delle occasioni di viaggiare, conoscere nuovi colleghi e lanciare progetti. Aspetto altrettanto negativo (31%) la difficoltà di separare la giornata lavorativa dalla vita privata, mentre secondo il 19% l’aspetto peggiore è stato l’isolamento, e il 18% non ha gradito la scomodità della ‘postazione lavorativa domestica’.
Nonostante la possibilità di avere più tempo a disposizione il 21% ha dichiarato di aver lavorato ancora più del solito. Il 58%, però, ha affermato di aver dedicato il tempo guadagnato a interessi personali e affetti, mentre il 21% si è reso conto dell’importanza dell’aggiornamento professionale e ha colto l’occasione per partecipare a corsi di formazione.

Acquisti alimentari domestici in aumento nel primo trimestre del 2021

In attesa della riapertura a pieno ritmo dei ristoranti, gli italiani si sono organizzati a casa, facendo volare gli acquisti di prodotti gourmet come il pesce (+21%) e le bollicine (+55%), tra i top sellers nei primi tre mesi del 2021. Nel primo trimestre del 2021 procede quindi, anche se a ritmo meno sostenuto, l’aumento degli acquisti alimentari domestici. Secondo il panel Ismea-Nielsen, dopo aver chiuso il 2020 con un +7,4% sui primi tre mesi dello stesso anno, la spesa di cibi e bevande registra un ulteriore spunto di crescita di quasi il 3% sul 2019, attestandosi comunque di ben il 12% sopra un’annata “normale” come il 2019.

Il ricorso allo home-working sposta in casa parte dei consumi extradomestici

L’aumento registrato nei primi tre mesi del 2021 risente però ancora del perdurare delle restrizioni alla socialità e delle limitazioni del canale Horeca. Un trend destinato ad affievolirsi con le progressive riaperture, ma che secondo l’Ismea, non si esaurirà del tutto, anche per effetto del diffuso ricorso allo home-working, che ha spostato tra le mura di casa parte dei consumi dell’extradomestico. In ogni caso, il primo scorcio dell’anno si distingue per alcune tendenze opposte rispetto al quadro di inizio pandemia. Per la prima volta, infatti, a trainare la crescita sono i prodotti freschi sfusi rispetto ai prodotti confezionati (+3,7% contro il +2,5%), ma soprattutto, le bevande (+13%) rispetto ai generi alimentari (+1,7%).

Nuovo slancio per i prodotti che fungono “da compensazione alle privazioni”

Il contesto di maggior fiducia verso un’uscita sempre più vicina dalle restrizioni imposte dalla pandemia conferisce nuovo slancio ai prodotti che fungono “da compensazione alle privazioni”. Volano prodotti gourmet come il pesce e gli alcolici: vini, spumanti, birra e in generale tutta la categoria degli aperitivi. Tra i top sellers troviamo infatti vini e spumanti (+14,5%), trainati soprattutto dalle bollicine (+55%) per riflesso alla rinnovata voglia di festeggiare, e i prodotti ittici freschi (+21%).

Nuovo incremento per i “proteici di origine animale”

Dopo la ripartenza nel 2020, anche il comparto dei proteici di origine animale, come le carni (+9,8%), i salumi (+8,3%), e le uova (+14,5%), mettono a segno un nuovo incremento nel 2021, seppur con minore slancio (+1,3% le carni e +4,2% i salumi), e con alcuni segmenti in ripiegamento. Quello delle uova, ad esempio, che nel 2020 era stato il segmento più dinamico, apre il 2021 con un’attesa flessione (-4,3%), mantenendo comunque un divario positivo sui livelli di spesa del periodo pre-Covid.

In Cina la vita è più smart grazie all’AI. In mostra le novità più “intelligenti”

Grazie all’Intelligenza artificiale in Cina la vita è già più smart, e il quinto World Intelligence Congress, l’evento sull’AI di Tianjin, ha mostrato le ultime novità in fatto di tecnologie “intelligenti”. L’evento, svolto all’insegna del tema New Era of Intelligence: Empowering New Development, Fostering a New Pattern, ha attirato oltre 240 aziende e istituzioni, che hanno esposto le loro applicazioni più innovative. Secondo le statistiche rilasciate dalla China Academy of Information and Communications Technology, il settore globale dell’AI ha raggiunto i 156,5 miliardi di dollari nel 2020, con una crescita annuale del 12%.
“Tianjin ha creato una forte atmosfera di innovazione tecnologica da quando si è tenuto il primo World Intelligence Congress nel 2017 – osserva Li Xiaohong, presidente della Chinese Academy of Engineering -. Il Congresso diventerà una piattaforma di alto livello per la cooperazione e lo scambio scientifico e tecnologico internazionale”.

Espandere l’applicazione dell’AI per favorire il progresso della società digitale

“L’evoluzione del settore dell’Intelligenza artificiale dovrebbe soddisfare le esigenze dello sviluppo economico e sociale – dichiara Chen Zhaoxiong, presidente della China Electronics Technology Group Corporation -. L’industria dovrebbe espandere l’applicazione dell’AI in più aree e favorire il progresso della società digitale”. 
Intanto, durante il World Intelligence Congress, gli spettatori hanno potuto assistere a una performance musicale eseguita da una band composta da robot e persone, mentre allo stand espositivo di Hisense, marchio cinese di elettrodomestici, i visitatori hanno atteso in fila per poter osservare più da vicino un frigorifero intelligente in grado di consigliare i menu nonché di impartire lezioni di cucina attraverso video.

Dal riconoscimento per allenarsi ai veicoli senza equipaggio

Insomma, l’applicazione delle tecnologie intelligenti sta trasformando la vita quotidiana, tanto che in una comunità residenziale della Sino-Singapore Tianjin Eco-City, i percorsi per il jogging e le attrezzature per l’allenamento sono dotati di tecnologie di riconoscimento facciale, in grado di rilevare i dati dei residenti e registrarne i tempi e il consumo di calorie.
I residenti della comunità hanno anche installato in casa altoparlanti intelligenti con cui possono controllare i costi dell’acqua o del riscaldamento, nonché contattare i dottori della comunità per consultazioni mediche online.
Lo stand di Cainiao Network ha invece esposto veicoli senza equipaggio e robot per la consegna di pacchi.

La tecnologia rende più pratica e funzionale la vita quotidiana

Con la costante evoluzione dei consumi, sono emersi anche nuovi metodi di pagamento, come la carta rossa, delle stesse dimensioni di una carta di debito, che brillava allo stand della Industrial and Commercial Bank of China.
“L’intelligenza artificiale ha cambiato le nostre vite – commenta Sun Ning, professore presso il College of Artificial Intelligence della Nankai University . Queste tecnologie non vengono applicate solo nel mercato di fascia alta, ma rendono più pratica e funzionale anche la vita quotidiana”. Tanto che la tecnologia ad esempio ora entra anche in biblioteca, dove è sufficiente riferire a un robot il nome del libro che si desidera consultare per essere guidati fino a esso. Dotati di un sistema di navigazione basato sul geomagnetismo e sulla tecnologia 5G, i robot hanno una precisione di posizionamento di uno o due metri.

Il cambiamento climatico minaccia l’umanità, ma non è troppo tardi per arrestarlo

Quanto sanno gli abitanti del mondo di cambiamento climatico? E come pensano sia possibile prendersi maggiormente cura dell’ambiente? Ha fatto luce su questi aspetti l’Annual WIN World Survey (WWS – 2020) da poco pubblicata da WIN International, l’associazione leader mondiale nelle ricerche di mercato e nei sondaggi. L’indagine, realizzata in 34 Paesi del mondo su un campione di quasi 30 mila persone, analizza punti di vista e opinioni relativi alla percezione del cambiamento climatico nel 2020 e all’importanza dello sviluppo sostenibile a livello mondiale. In base ai dati raccolti, l’85% della popolazione mondiale considera il cambiamento climatico una minaccia per l’umanità, e il 54% ritiene che non sia ancora troppo tardi per combatterlo, con il supporto e l’esempio di governi e aziende, ma senza dimenticare la responsabilità dei singoli individui. Ma come si colloca l’Italia nel quadro internazionale? 

Gli italiani meno ottimisti 

In linea con la media mondiale, l’89% degli Italiani ritiene che il cambiamento climatico sia una grave minaccia per l’umanità, un dato leggermente più alto rispetto alla media europea che si attesta all’84%. Gli italiani sembrano anche un po’ meno ottimisti del resto dei cittadini europei: il 52% dei nostri connazionali pensa che ci sia ancora tempo per arginare il cambiamento climatico, contro un 57% dei cittadini europei.

Responsabilità pubblica e impegno privato

Il 67% della popolazione mondiale ritiene che i veri sforzi in termini di sostenibilità debbano essere fatti dalle aziende e dai governi piuttosto che dai soli individui. il 66% della popolazione mondiale afferma che vorrebbe vivere in modo più sostenibile, anche se spesso non apporta le necessarie modifiche ai propri comportamenti. Ben più alta rispetto alla media mondiale ed europea è invece la quota di Italiani che ritiene che le proprie azioni quotidiane possano realmente aiutare a proteggere e preservare l’ambiente e ad arginare il cambiamento climatico: sono 88% gli italiani che lo pensano. Vilma Scarpino, Presidente di WIN International Association e CEO BVA Doxa, ha dichiarato: “I cittadini di tutto il mondo sono consapevoli della loro responsabilità quando si tratta di applicare comportamenti sostenibili nella loro vita quotidiana ma, allo stesso tempo, si aspettano che anche le imprese e i governi facciano la loro parte. Considerando che molti vogliono vivere in modo più sostenibile, gli sforzi dei governi e delle aziende verso la sostenibilità potrebbero anche essere un fattore trainante per il cambiamento comportamentale degli individui”.

Proteggere una attività commerciale dai ladri

Mettere in sicurezza la propria attività commerciale è oggi più che mai una necessità di tutti coloro i quali custodiscono della merce particolarmente rilevante dal punto di vista economico all’interno dei locali in cui avviene la vendita.

Subire un furto infatti, il più delle volte comporta perdite per diverse migliaia di euro, il che non è certamente piacevole e in alcuni casi può determinare anche la chiusura dell’attività commerciale stessa. Per evitare questo tipo di problema, si preferisce adottare tutte quelle contromisure che consentono in maniera adeguata di dissuadere eventuali malintenzionati dal commettere un furto.

Quale soluzione è più efficace?

Sicuramente il posizionare delle telecamere rappresenta una soluzione interessante in quanto potrebbe indurre tante persone a rinunciare ai propri loschi intenti. Ad ogni modo, sempre più le cronache riportano episodi di furti avvenuti nonostante la presenza delle telecamere a circuito chiuso, con i malintenzionati che vanno ad indossare maschere e cappucci per rendersi non riconoscibili e dunque eludere questo tipo di misura di sicurezza.

Le inferriate apribili

Tenuto conto di questo, la soluzione migliore è sicuramente quella di provvedere a far installare le inferriate di sicurezza in ferro. Le inferriate di sicurezza, ed in questo caso specifico quelle apribili, rappresentano una barriera veramente solida e resistente, difficile da superare e per questo praticamente perfetta per difendere l’ingresso principale di una qualsiasi attività commerciale.

È statisticamente provato infatti che i malintenzionati, anziché perdere tempo e provare a forzare l’inferriata che si trovano davanti, preferiscano direttamente cambiare obiettivo e prendere di mira una attività commerciale che non presenta una soluzione simile a sua difesa. Tra l’altro grazie alla normativa vigente dell’investimento (il “Bonus Casa”) è al momento possibile portare in detrazione la spesa e dunque recuperare fino al 50% della somma spesa.

Sostenibilità alimentare, per gli italiani fa rima con tutela dell’ambiente

I temi della sostenibilità e dell’ecologia sono tra quelli sui quali gli italiani sono più sensibili e attenti. Tanto che 7 nostri connazionali su 10 riferiscono che per loro la sostenibilità alimentare corrisponde al rispetto dell’ambiente nella produzione del cibo. Il dato emerge dalla nuova indagine Waste Watcher International ‘Il gusto della biodiversità’, promossa con il Gruppo Unitec e Assomela su rilevazione Ipsos. 

Cosa si intende per “sostenibile”?

L’indagine ha esplorato anche quale sia il significato del termine “sostenibile” quando riferito a un prodotto alimentare. I nostri connazionali, in base al sondaggio, per il 67,7% fanno coincidere la sostenibilità con il rispetto dell’ambiente: agricoltura e industria alimentare, quindi, risultano sostenibili se operano con criteri di tutela della natura e delle sue caratteristiche di biodiversità. Il 50,1% degli italiani, 1 su 2, identifica la sostenibilità alimentare con la prevenzione degli sprechi, il 43,7% con alimenti non confezionati in imballaggi in plastica, il 37,1% con prodotti a km0 e il 36,7% con la stagionalità della loro produzione e fruizione. Un terzo esatto degli italiani, il 33,9%, dichiara che un alimento è sostenibile se la sua produzione è compatibile e rispettosa della biodiversità.

Lotta agli sprechi

Nell’ambito della sostenibilità c’è poi il vastissimo tema della prevenzione degli sprechi. I dati della nuova indagine sottolineano che la prevenzione dello spreco alimentare può giovarsi dei sistemi innovativi e di un approccio alimentare ‘smart’ nella metodologia di proposta al consumatore dell’ortofrutta: ne sono convinti in vastissima maggioranza gli italiani. Ben 9 su 10 (l’89%) ritengono sia utile suddividere frutta e verdura in base a diverse categorie di qualità, affinché ciascuna tipologia di prodotto possa essere scelta dal consumatore in base allo specifico utilizzo finale. 

Sicurezza, salute e stili di vita

“Nell’anno pandemico si sono rese più evidenti le interconnessioni a ricaduta globale del nostro tempo – ha dichiarato Andrea Segrè, che dirige l’Osservatorio Waste Watcher International – Attentare alla biodiversità danneggiando la natura ha un forte impatto sulla sicurezza alimentare e la salute umana: le scelte di produzione agricola, trasformazione alimentare, trasporto, acquisto, gestione e fruizione del cibo sono fra le principali cause dell’allarmante perdita di biodiversità e incidono sul cambiamento climatico. Ci ha colpito verificare la accresciuta sensibilità degli italiani sul tema: 7 su 10 (68%) dimostrano di saper correttamente definire la biodiversità come ‘una molteplicità di specie animali, vegetali e microorganismi’ e 4 italiani su 10 conoscono bene il collegamento fra la perdita di biodiversità e l’alterazione degli ecosistemi, con conseguenze rilevanti per l’abitabilità terrestre, come la pandemia Covid-19. Esiste, infine, uno stile alimentare che, secondo gli italiani, è più rappresentativo della biodiversità, la dieta mediterranea, secondo il 63% degli intervistati, 6 su 10”.