Author Archives: Cesare Bianchi

Il cambiamento climatico minaccia l’umanità, ma non è troppo tardi per arrestarlo

Quanto sanno gli abitanti del mondo di cambiamento climatico? E come pensano sia possibile prendersi maggiormente cura dell’ambiente? Ha fatto luce su questi aspetti l’Annual WIN World Survey (WWS – 2020) da poco pubblicata da WIN International, l’associazione leader mondiale nelle ricerche di mercato e nei sondaggi. L’indagine, realizzata in 34 Paesi del mondo su un campione di quasi 30 mila persone, analizza punti di vista e opinioni relativi alla percezione del cambiamento climatico nel 2020 e all’importanza dello sviluppo sostenibile a livello mondiale. In base ai dati raccolti, l’85% della popolazione mondiale considera il cambiamento climatico una minaccia per l’umanità, e il 54% ritiene che non sia ancora troppo tardi per combatterlo, con il supporto e l’esempio di governi e aziende, ma senza dimenticare la responsabilità dei singoli individui. Ma come si colloca l’Italia nel quadro internazionale? 

Gli italiani meno ottimisti 

In linea con la media mondiale, l’89% degli Italiani ritiene che il cambiamento climatico sia una grave minaccia per l’umanità, un dato leggermente più alto rispetto alla media europea che si attesta all’84%. Gli italiani sembrano anche un po’ meno ottimisti del resto dei cittadini europei: il 52% dei nostri connazionali pensa che ci sia ancora tempo per arginare il cambiamento climatico, contro un 57% dei cittadini europei.

Responsabilità pubblica e impegno privato

Il 67% della popolazione mondiale ritiene che i veri sforzi in termini di sostenibilità debbano essere fatti dalle aziende e dai governi piuttosto che dai soli individui. il 66% della popolazione mondiale afferma che vorrebbe vivere in modo più sostenibile, anche se spesso non apporta le necessarie modifiche ai propri comportamenti. Ben più alta rispetto alla media mondiale ed europea è invece la quota di Italiani che ritiene che le proprie azioni quotidiane possano realmente aiutare a proteggere e preservare l’ambiente e ad arginare il cambiamento climatico: sono 88% gli italiani che lo pensano. Vilma Scarpino, Presidente di WIN International Association e CEO BVA Doxa, ha dichiarato: “I cittadini di tutto il mondo sono consapevoli della loro responsabilità quando si tratta di applicare comportamenti sostenibili nella loro vita quotidiana ma, allo stesso tempo, si aspettano che anche le imprese e i governi facciano la loro parte. Considerando che molti vogliono vivere in modo più sostenibile, gli sforzi dei governi e delle aziende verso la sostenibilità potrebbero anche essere un fattore trainante per il cambiamento comportamentale degli individui”.

Proteggere una attività commerciale dai ladri

Mettere in sicurezza la propria attività commerciale è oggi più che mai una necessità di tutti coloro i quali custodiscono della merce particolarmente rilevante dal punto di vista economico all’interno dei locali in cui avviene la vendita.

Subire un furto infatti, il più delle volte comporta perdite per diverse migliaia di euro, il che non è certamente piacevole e in alcuni casi può determinare anche la chiusura dell’attività commerciale stessa. Per evitare questo tipo di problema, si preferisce adottare tutte quelle contromisure che consentono in maniera adeguata di dissuadere eventuali malintenzionati dal commettere un furto.

Quale soluzione è più efficace?

Sicuramente il posizionare delle telecamere rappresenta una soluzione interessante in quanto potrebbe indurre tante persone a rinunciare ai propri loschi intenti. Ad ogni modo, sempre più le cronache riportano episodi di furti avvenuti nonostante la presenza delle telecamere a circuito chiuso, con i malintenzionati che vanno ad indossare maschere e cappucci per rendersi non riconoscibili e dunque eludere questo tipo di misura di sicurezza.

Le inferriate apribili

Tenuto conto di questo, la soluzione migliore è sicuramente quella di provvedere a far installare le inferriate di sicurezza in ferro. Le inferriate di sicurezza, ed in questo caso specifico quelle apribili, rappresentano una barriera veramente solida e resistente, difficile da superare e per questo praticamente perfetta per difendere l’ingresso principale di una qualsiasi attività commerciale.

È statisticamente provato infatti che i malintenzionati, anziché perdere tempo e provare a forzare l’inferriata che si trovano davanti, preferiscano direttamente cambiare obiettivo e prendere di mira una attività commerciale che non presenta una soluzione simile a sua difesa. Tra l’altro grazie alla normativa vigente dell’investimento (il “Bonus Casa”) è al momento possibile portare in detrazione la spesa e dunque recuperare fino al 50% della somma spesa.

Sostenibilità alimentare, per gli italiani fa rima con tutela dell’ambiente

I temi della sostenibilità e dell’ecologia sono tra quelli sui quali gli italiani sono più sensibili e attenti. Tanto che 7 nostri connazionali su 10 riferiscono che per loro la sostenibilità alimentare corrisponde al rispetto dell’ambiente nella produzione del cibo. Il dato emerge dalla nuova indagine Waste Watcher International ‘Il gusto della biodiversità’, promossa con il Gruppo Unitec e Assomela su rilevazione Ipsos. 

Cosa si intende per “sostenibile”?

L’indagine ha esplorato anche quale sia il significato del termine “sostenibile” quando riferito a un prodotto alimentare. I nostri connazionali, in base al sondaggio, per il 67,7% fanno coincidere la sostenibilità con il rispetto dell’ambiente: agricoltura e industria alimentare, quindi, risultano sostenibili se operano con criteri di tutela della natura e delle sue caratteristiche di biodiversità. Il 50,1% degli italiani, 1 su 2, identifica la sostenibilità alimentare con la prevenzione degli sprechi, il 43,7% con alimenti non confezionati in imballaggi in plastica, il 37,1% con prodotti a km0 e il 36,7% con la stagionalità della loro produzione e fruizione. Un terzo esatto degli italiani, il 33,9%, dichiara che un alimento è sostenibile se la sua produzione è compatibile e rispettosa della biodiversità.

Lotta agli sprechi

Nell’ambito della sostenibilità c’è poi il vastissimo tema della prevenzione degli sprechi. I dati della nuova indagine sottolineano che la prevenzione dello spreco alimentare può giovarsi dei sistemi innovativi e di un approccio alimentare ‘smart’ nella metodologia di proposta al consumatore dell’ortofrutta: ne sono convinti in vastissima maggioranza gli italiani. Ben 9 su 10 (l’89%) ritengono sia utile suddividere frutta e verdura in base a diverse categorie di qualità, affinché ciascuna tipologia di prodotto possa essere scelta dal consumatore in base allo specifico utilizzo finale. 

Sicurezza, salute e stili di vita

“Nell’anno pandemico si sono rese più evidenti le interconnessioni a ricaduta globale del nostro tempo – ha dichiarato Andrea Segrè, che dirige l’Osservatorio Waste Watcher International – Attentare alla biodiversità danneggiando la natura ha un forte impatto sulla sicurezza alimentare e la salute umana: le scelte di produzione agricola, trasformazione alimentare, trasporto, acquisto, gestione e fruizione del cibo sono fra le principali cause dell’allarmante perdita di biodiversità e incidono sul cambiamento climatico. Ci ha colpito verificare la accresciuta sensibilità degli italiani sul tema: 7 su 10 (68%) dimostrano di saper correttamente definire la biodiversità come ‘una molteplicità di specie animali, vegetali e microorganismi’ e 4 italiani su 10 conoscono bene il collegamento fra la perdita di biodiversità e l’alterazione degli ecosistemi, con conseguenze rilevanti per l’abitabilità terrestre, come la pandemia Covid-19. Esiste, infine, uno stile alimentare che, secondo gli italiani, è più rappresentativo della biodiversità, la dieta mediterranea, secondo il 63% degli intervistati, 6 su 10”. 

Industria e servizi, a sorpresa ci sono… posti vacanti

Evidentemente non è sempre vero che sia impossibile trovare un’occupazione. Certo, è un’operazione complicata specie in alcune aree d’Italia e sicuramente la pandemia non ha aiutato. Però ci sono delle spiragli di ottimismo, che fanno ben sperare per l’andamento del mercato del lavoro anche nei prossimi mesi. In base alle stime preliminari diffuse dall’Istat, infatti, risultano esserci diversi posti vacanti nelle imprese dell’industria e dei servizi anche nel primo trimestre del 2021. L’Istituto di Statistica precisa che la definizione “posti vacanti” si riferisce alle ricerche di personale che, alla data di riferimento (l’ultimo giorno del trimestre), sono iniziate e non ancora concluse. In altre parole, i posti di lavoro retribuiti (nuovi o già esistenti, purché liberi o in procinto di liberarsi) per i quali il datore di lavoro cerca attivamente al di fuori dell’impresa un candidato adatto ed è disposto a fare sforzi supplementari per trovarlo.

Oltre l’1% di ruoli “scoperti”, in numero maggiore nell’industria

Nel primo trimestre 2021, il tasso di posti vacanti destagionalizzato – per il totale delle imprese con dipendenti – si attesta all’1,0% nel complesso delle attività economiche, all’ 1,2% nell’industria e all’1,1% nei servizi. Rispetto al trimestre precedente la situazione appare abbastanza stabile, seppur con un incremento più marcato nell’industria (+0,3 punti percentuali) e più leggero nei servizi (+0,1 punti percentuali). Per le imprese con almeno 10 dipendenti, il tasso di posti vacanti è pari all’1% e aumenta solo nel comparto dell’industria (+0,2 punti percentuali). Questo dato conferma una maggiore dinamicità nei comparti industriali rispetto a quello dei servizi, sebbene entrambi risultino in positivo.

Come viene effettuata la rilevazione

L’Istat effettua questa analisi trimestrale fin dal 2016, anche nelle PMI ovvero le piccole e medie imprese con almeno 10 dipendenti. Il tasso di posti vacanti è il rapporto percentuale fra il numero di posti vacanti e la somma di questi ultimi con le posizioni lavorative occupate. Tale indicatore può fornire informazioni utili per interpretare l’andamento congiunturale del mercato del lavoro, dando segnali anticipatori sul numero di posizioni lavorative occupate. I dati si riferiscono, come anticipato, ai comparti dell’industria e dei servizi e si basano su due rilevazioni: la rilevazione mensile sull’occupazione, gli orari di lavoro, le retribuzioni e il costo del lavoro nelle grandi imprese (GI), condotta sulle imprese con almeno 500 dipendenti, e la rilevazione trimestrale sui posti vacanti e le ore lavorate (Vela), condotta sulle imprese fino a 499 dipendenti. 

Il digitale per risollevarsi dall’emergenza, ma solo un’azienda su 4 conosce Impresa 4.0

L’unico strumento capace di ridurre i divari territoriali, di genere, di età fra i diversi settori produttivi acuiti dalla pandemia? E’ solo uno, ed è il digitale. Ad affermarlo con decisione è il dossier di Unioncamere, appena presentato  all’Assemblea dei presidenti delle Camere di commercio. “L’utilizzo delle nuove tecnologie limita le differenze tra piccole e medio-grandi aziende, contribuisce a sostenere la governance delle imprese manifatturiere a conduzione familiare, agevola il recupero delle aziende dei servizi, più tartassate dal Covid” recita il report. Certo, sono ancora tante le difficoltà, a cominciare dai dati odierni: solo il 26% delle imprese italiane è a conoscenza del Piano Impresa 4.0 e, tra queste, il 9%, pur conoscendolo, comunque non investe. E per le altre? Le grandi opportunità offerte dalle tecnologie non sono (ancora) all’ordine del giorno.

“La digitalizzazione vale fino a 7 punti di Pil”

“La digitalizzazione vale fino a 7 punti di Pil, ma abbiamo ancora un ritardo enorme da colmare”, ha detto il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli. “Il Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenta una occasione unica, però occorre coinvolgere attivamente milioni di Pmi, di artigiani e di lavoratori autonomi. I Punti Impresa Digitali realizzati dalle Camere di commercio hanno introdotto in questi anni oltre 350mila aziende alle tecnologie abilitanti attraverso migliaia di corsi di formazione, di assessment e di supporti operativi. E oggi questa speciale rete è una best practice a livello internazionale riconosciuta da OCSE e Commissione europea”.

“Le Camere di commercio ritengono fondamentale – spiega Sangalli – che vengano forniti assistenza e supporto alle Pmi nei prossimi cruciali anni adottando il modello della statunitense SBA (Small Business Administration). Non serve creare uno strumento ex novo, ma bisogna affidare a livello territoriale questo incarico alle Camere di commercio, il referente più vicino alle micro, piccole e medie imprese sui temi cruciali per lo sviluppo del nostro Paese”.

La svolta digital consente di tornare velocemente ai valori pre-Covid

Secondo i dati di Unioncamere e del Centro studi Guglielmo Tagliacarne, il 70% delle micro e piccole imprese che ha avviato la svolta digital ritiene di poter raggiungere i livelli di produttività pre-Covid già nel 2022 (contro il 61% di quelle che ancora non hanno messo in campo investimenti nelle nuove tecnologie), allineandosi così alla quota di medio-grandi imprese che hanno la medesima previsione. Le imprese familiari hanno risentito particolarmente dei riflessi negativi della crisi pandemica e solo in 6 casi su 10 confidano in un recupero entro il 2022. Tra quelle che hanno investito nel digitale, però, la quota sale al 70%. Lo stesso vale per le imprese dei servizi: il 61% di quelle digitalizzate (contro il 53% di quelle non digitalizzate) punta all’azzeramento degli effetti del Covid entro il 2022.

Quasi 4 milioni di nuovi posti di lavoro necessari entro il 2025

Nei prossimi cinque anni serviranno quasi 4 milioni di nuovi posti di lavoro, di cui oltre 740mila nella PA, mentre nel settore privato la richiesta sarà compresa tra 1,7 e 2,1 milioni di dipendenti, e 1-1,1 milioni di lavoratori autonomi. Nel primo caso, il turnover dovrebbe riguardare circa 1,2 milioni di lavoratori, nel caso degli autonomi, invece, la stima è di 680mila. In sostanza, quindi, circa il 70% delle opportunità lavorative che si verranno a creare entro il 2025 sarà legata alla sostituzione di personale oggi occupato. È quanto mostrano le Previsioni dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia a medio termine (2021-2025), elaborate nell’ambito del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere, in collaborazione con ANPAL.

Ipotesi per due scenari

Nel complesso, quindi, tra il 2021 e il 2025 i settori privati e pubblici potrebbero esprimere un fabbisogno compreso tra 3,5 e 3,9 milioni di lavoratori, di cui 2,6 milioni per necessità di sostituzione del personale ora occupato, e a seconda dello scenario di riferimento, 900mila-1,3 milioni per la crescita dello stock occupazionale dovuta all’espansione economica. Lo scenario avverso, che incorpora l‘ipotesi di recrudescenza del Covid-19, e quello invece più favorevole, sono stati elaborati a partire dalle stime del Governo e considerano anche l’impatto dei diversi interventi di politica economica previsti dall’esecutivo, in particolare, dal piano finanziato dall’Unione Europea Next Generation.

Tassi di crescita più elevati per informatica e Tlc, finanza e salute

Nel dettaglio, i servizi esprimeranno un incremento compreso tra 860mila e 1,1 milioni di occupati nell’intero quinquennio, mentre per i settori industriali si stima una variazione dello stock compresa tra 63mila e 128mila lavoratori, e per l’agricoltura, tra 9mila e 29mila unità. I tassi di crescita medi annui più elevati si evidenziano nelle filiere informatica e telecomunicazioni, finanza e consulenza, e salute, che comprende sia i settori industriali della farmaceutica e del biomedicale sia i servizi socio-sanitari pubblici e privati. A livello settoriale, nel quinquennio dovranno essere sostituiti circa 340mila occupati nella filiera salute (per oltre la metà determinata dalla domanda di dipendenti pubblici per la sanità), 387mila unità negli altri servizi pubblici e privati (soprattutto nei servizi generali della PA), e 451mila lavoratori nel commercio e turismo (per il 75% nel commercio).

Il fabbisogno occupazionale delle filiere

Per i servizi si stima tra il 2021 e il 2025 un fabbisogno occupazionale compreso tra 2,8 e 3 milioni di unità, quasi l’80% del totale, mentre la richiesta dell’industria ammonterà a 660-726mila occupati, e dell’agricoltura a 110-130mila unità. Per commercio e turismo emerge una domanda di occupati compresa tra 568mila e 698mila unità, per oltre la metà determinata dalla necessità di turnover dei lavoratori del solo commercio. Per la filiera finanza e consulenza, riporta Agi, il fabbisogno stimato è di 500-543mila occupati, viste le esigenze di consulenze tecniche negli ambiti dell’ICT che nei prossimi anni potrebbero incrementare per le misure volte a sviluppare la digitalizzazione e l’innovazione. 

Come potare un albero alto

Gli interventi di potatura sono davvero importanti per garantire agli alberi una buona salute e un aspetto sempre gradevole. Se siamo consapevoli di non avere la giusta esperienza per effettuare la potatura di un albero alto, meglio prima chiedere consiglio ad un esperto o rivolgersi direttamente a una azienda che si occupi della manutenzione giardini.

Nel caso in cui decidessimo di procedere autonomamente, la prima cosa valutare è il tipo di effetto che vogliamo ottenere da questa operazione.

Quando e come effettuare il taglio

Chiaramente la potatura va fatta nel momento in cui la pianta è in riposo vegetativo, dunque in inverno o in autunno. Dopo aver posizionato la scala poggiandola sull’albero, ed essersi accertati che questa sia ben salda a terra, è possibile iniziare a salire sino a raggiungere i rami da tagliare.

È preferibile utilizzare una imbracatura di sicurezza avvolgendo la cinghia attorno all’albero, in maniera da tutelarsi in caso di eventuali cadute. Dopo aver valutato quali siano i rami da tagliare, possiamo procedere con l’operazione di taglio possibilmente applicando dell’ apposito mastice sulle zone in cui abbiamo effettuato il taglio, così da evitare l’insorgere di muffe nell’albero o marciume.

La giusta tecnica

Il consiglio è sempre quello di partire dai rami più piccoli andando così a sfoltire la chioma. Nel caso in cui rami da tagliare siano particolarmente grandi e si renda dunque necessario utilizzare una motosega, è bene chiedere aiuto ad una seconda persona che possa sorreggere questo strumento quando non necessario e dare le giuste indicazioni per il taglio dal basso potendo godere di una visuale migliore.

In alternativa, considera che anche le forbici telescopiche possono essere preziose per le operazioni di taglio, proprio perché puoi allungarle e dunque raggiungere più comodamente il ramo da recidere.

Tenendo conto di queste indicazioni puoi provare ad effettuare autonomamente la potatura degli alberi ad alto fusto. Nel caso in cui dovessi intuire si tratti di una operazione troppo complicata meglio cercare l’aiuto di un esperto, sia per il benessere della pianta che per la tua sicurezza.

Più del 20% dei lavoratori ha paura di perdere il lavoro

Fra Covid, incertezza economica e timore della disoccupazione più del 20% dei lavoratori dipendenti italiani teme di perdere il lavoro. Non è tutto, il 61% di loro pensa che se troverebbe una nuova occupazione sarebbe con stipendio e qualifica più bassi, mentre chi è già disoccupato impiega in media 8-9 mesi per trovare un nuovo lavoro. Sono i dati del primo report di #FragilItalia, l’osservatorio di AreaStudi Legacoop nato dalla collaborazione con Ipsos e Centro studi di Unioncamere Emilia-Romagna. Attraverso lo strumento dell’indagine di opinione e del ricorso ai più recenti e affidabili dati disponibili, il report intende monitorare l’evoluzione dei principali fenomeni sociali ed economici che segnano questa fase della storia italiana.

Il 18% teme che l’azienda in cui lavora sia costretta a chiudere

“La situazione di incertezza sui tempi e sulle modalità della ripresa economica, legata al persistere dell’emergenza sanitaria, trova conferma nelle preoccupazioni dei lavoratori dipendenti circa la possibilità di conservare il proprio posto di lavoro, la difficoltà di ritrovare una nuova occupazione in tempi ragionevoli e che mantenga invariate qualifica e retribuzione”, commentano degli analisti. Il 23% del campione del sondaggio ritiene infatti probabile di perdere il posto di lavoro e il 18% che l’azienda in cui lavora sia costretta a chiudere.

Il colpo più pesante della crisi è già ricaduto sull’Italia più fragile

Come evidenzia il report, sono le categorie più svantaggiate, oltre ai giovani e le donne a sentirsi più a rischio di altri. Infatti, rispetto al dato medio di chi teme di perdere il lavoro, le categorie che più avvertono questo rischio sono il ceto popolare (46%), gli under 30 (31%), e le donne (27%). Parallelamente, a fronte del 18% che complessivamente lega questa probabilità alla chiusura della propria azienda, il ceto popolare registra un 43% e le regioni del Sud e insulari il 23%. Insomma, “Il colpo più pesante della crisi è già ricaduto sull’Italia più fragile”.

Il timore principale nella ricerca di una nuova occupazione è l’età avanzata 

In caso di perdita del posto di lavoro o di chiusura dell’azienda, l’80% (89% di chi vive nel Nord Ovest, 88% nel Nord Est e nella fascia di età 31-50 anni) cercherebbe nuovamente lavoro come dipendente (il 47% nello stesso settore, il 32% in un settore diverso), mentre il 12% sarebbe propenso ad avviare un’attività imprenditoriale (17% per il ceto popolare, 16% nel Centro Nord) e il 9% si ritirerebbe. I principali timori nella ricerca di una nuova occupazione risultano l’età avanzata (55%), il doversi accontentare di un contratto a termine o precario (44%), dover accettare uno stipendio più basso (39%), la contrazione del mercato del lavoro (34%), e dover accettare un demansionamento (23%), riporta Adnkronos.

Anno nero per la wedding industry: crollo del 90%

Nel 2020 oltre la metà dei matrimoni è stata rinviata, quelli “stranieri” addirittura cancellati, e le nozze delle coppie che hanno deciso comunque di non rinunciare a sposarsi sono state celebrate in forma ridotta. Insomma, il 2020 è stato un anno veramente nero per la wedding industry, che ha registrato un crollo di circa il 90% del fatturato rispetto all’anno precedente, passando dai 15 miliardi del 2019 ai quasi due del 2020. A rendere note le stime provvisorie sulla crisi del settore è la Federmep, la Federazione che raccoglie imprese e professionisti del settore matrimoni. Stime ben peggiori delle anticipazioni pubblicate dall’Istat, che riportano una variazione negativa dei matrimoni del 50,3% nei primi dieci mesi dell’anno, ovvero dai 170 mila del 2019 agli 85 mila del 2020.

I dati Istat sulla nuzialità dimezzata sono fin troppo rosei

“I dati Istat sulla nuzialità dimezzata sono drammaticamente fin troppo rosei – spiega la presidente di Federmep, Serena Ranieri – perché non tengono conto né degli sposi che hanno deciso di unirsi civilmente rinviando la festa, né di coloro che hanno allo stesso modo celebrato le nozze, ma non nelle modalità sognate. Senza poi contare l’azzeramento del ‘destination wedding’, eventi ad alto budget e altissimo indotto – continua Ranieri -. Il risultato è che si si sono volatilizzati circa 13 miliardi di fatturato, con previsioni veramente pessime per almeno la prima metà del 2021. Prova ne è che fino al 5 marzo le attività resteranno chiuse per decreto – prosegue Ranieri – con l’aggravante che stanno arrivando numerose richieste di rinvio per i matrimoni in programma in primavera”.

Necessario un dialogo tra Governo e associazioni di categoria

Un panorama drammatico, quello prospettato, che giustifica il fatto che i 50 mila operatori economici della filiera, oltre agli aiuti concreti, finora miseri, pretendono che si faccia chiarezza sul futuro, perché gli eventi richiedano programmazione, riferisce Askanews.

“Siamo consapevoli che la priorità è la salute – sottolinea Ranieri -, ma non accettiamo l’idea che i matrimoni siano potenziali cluster. Al governo, quindi, chiediamo di aprire sin da subito il dialogo con le associazioni di categoria per definire i protocolli sanitari in tempo utile, prima che la stagione vada in fumo”.

Si auspica una nuova fase di recupero e di ripresa del settore

L’intesa si cerca anche a livello regionale, dando modo agli operatori e associazioni di categoria di dare voce alle esigenze specifiche. “Fermo restando che la battaglia portata avanti è unica in tutto il Paese – afferma Maria Ponte di Federmep Sicilia – chiediamo un confronto con la Regione per fare in modo che la crisi, anche se già da tempo in atto, possa ben presto lasciare spazio a una nuova fase di recupero e di ripresa del settore. Siamo, infatti, fiduciosi rispetto alla volontà di agire, senza aspettare passivamente che tutto passi”.

Italiani sempre più eco-friendly: per gli imballaggi preferiscono carta e cartone

Tra i tanti aspetti – molti decisamente difficili – che hanno caratterizzato il 2020, ce ne sono però alcuni che fanno ben sperare per il futuro, non solo nostro ma anche del pianeta. Innanzitutto, uno dei trend emersi nel corso degli ultimi mesi – legato ai vincoli imposti dalla pandemia, ma che sicuramente rimarrà tra le abitudini di tutti noi – c’è sicuramente il cambio di rotta nella modalità dei consumi, che hanno decisamente virato verso l’e-commerce. Secondo un’indagine condotta da AstraRicerche per Comieco, Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli imballaggi a base cellulosica, il 68,2% degli intervistati nell’ultimo anno ha aumentato la frequenza di acquisto sulle piattaforme digitali. Considerando solo il periodo natalizio, gli acquisti online hanno raggiunto il 30% sul totale delle vendite, più del doppio rispetto al 2019. E questo trend, secondo gli esperti, dovrebbe proseguire anche in futuro, quando le cose saranno tornate a una maggiore normalità.

Imballaggi, meglio se eco e smaltiti correttamente

L’analisi evidenzia quindi che se da una parte gli italiani, nonostante l’emergenza, si sono adattati a nuove modalità di acquisto, dall’altra hanno dovuto fare i conti con un numero maggiore di imballaggi, in particolare in carta e cartone, da smaltire in casa: per il 41% degli intervistati il principale effetto degli acquisti online. Tante abitudini sono cambiate ma fortunatamente non tutte: la raccolta differenziata rimane infatti un punto fermo, confermandosi come il sistema migliore per gestire i rifiuti, complice anche l’ impegno costante della filiera del packaging nel progettare imballaggi sempre più “sostenibili” e facili da riciclare: dall’utilizzo di monomateriale, alla produzione con fibre di recupero.

La carta è il materiale più sostenibile, dicono i consumatori

Secondo gli ultimi dati Cepi (Confederazione Europea dell’Industria Cartaria) nel 2020 l’Italia è l’unico Paese ad aver aumentato l’utilizzo di macero (+1%) per la produzione industriale, parte della quale destinata anche all’e-commerce. Un dato importante che dimostra l’attenzione del comparto industriale alle richieste del mercato, con una capacità di riciclo in aumento. Questo grazie anche alla recente attivazione di due nuove cartiere, ma anche dei consumatori, sempre più sensibili e attenti alla sostenibilità del packaging. In base alle indicazioni emerse dall’indagine di AstraRicerche, bel il 39,2% degli intervistati ha notato un miglioramento in termini di maggiore riciclabilità e minore overpackaging (30,4%) e hanno identificato la carta/cartone come materiale più sostenibile per il packaging dei prodotti acquistati online (84%). Insomma, sì all’e-commerce, ma sì anche alla tutela del pianeta.