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Anno nero per la wedding industry: crollo del 90%

Nel 2020 oltre la metà dei matrimoni è stata rinviata, quelli “stranieri” addirittura cancellati, e le nozze delle coppie che hanno deciso comunque di non rinunciare a sposarsi sono state celebrate in forma ridotta. Insomma, il 2020 è stato un anno veramente nero per la wedding industry, che ha registrato un crollo di circa il 90% del fatturato rispetto all’anno precedente, passando dai 15 miliardi del 2019 ai quasi due del 2020. A rendere note le stime provvisorie sulla crisi del settore è la Federmep, la Federazione che raccoglie imprese e professionisti del settore matrimoni. Stime ben peggiori delle anticipazioni pubblicate dall’Istat, che riportano una variazione negativa dei matrimoni del 50,3% nei primi dieci mesi dell’anno, ovvero dai 170 mila del 2019 agli 85 mila del 2020.

I dati Istat sulla nuzialità dimezzata sono fin troppo rosei

“I dati Istat sulla nuzialità dimezzata sono drammaticamente fin troppo rosei – spiega la presidente di Federmep, Serena Ranieri – perché non tengono conto né degli sposi che hanno deciso di unirsi civilmente rinviando la festa, né di coloro che hanno allo stesso modo celebrato le nozze, ma non nelle modalità sognate. Senza poi contare l’azzeramento del ‘destination wedding’, eventi ad alto budget e altissimo indotto – continua Ranieri -. Il risultato è che si si sono volatilizzati circa 13 miliardi di fatturato, con previsioni veramente pessime per almeno la prima metà del 2021. Prova ne è che fino al 5 marzo le attività resteranno chiuse per decreto – prosegue Ranieri – con l’aggravante che stanno arrivando numerose richieste di rinvio per i matrimoni in programma in primavera”.

Necessario un dialogo tra Governo e associazioni di categoria

Un panorama drammatico, quello prospettato, che giustifica il fatto che i 50 mila operatori economici della filiera, oltre agli aiuti concreti, finora miseri, pretendono che si faccia chiarezza sul futuro, perché gli eventi richiedano programmazione, riferisce Askanews.

“Siamo consapevoli che la priorità è la salute – sottolinea Ranieri -, ma non accettiamo l’idea che i matrimoni siano potenziali cluster. Al governo, quindi, chiediamo di aprire sin da subito il dialogo con le associazioni di categoria per definire i protocolli sanitari in tempo utile, prima che la stagione vada in fumo”.

Si auspica una nuova fase di recupero e di ripresa del settore

L’intesa si cerca anche a livello regionale, dando modo agli operatori e associazioni di categoria di dare voce alle esigenze specifiche. “Fermo restando che la battaglia portata avanti è unica in tutto il Paese – afferma Maria Ponte di Federmep Sicilia – chiediamo un confronto con la Regione per fare in modo che la crisi, anche se già da tempo in atto, possa ben presto lasciare spazio a una nuova fase di recupero e di ripresa del settore. Siamo, infatti, fiduciosi rispetto alla volontà di agire, senza aspettare passivamente che tutto passi”.

Italiani sempre più eco-friendly: per gli imballaggi preferiscono carta e cartone

Tra i tanti aspetti – molti decisamente difficili – che hanno caratterizzato il 2020, ce ne sono però alcuni che fanno ben sperare per il futuro, non solo nostro ma anche del pianeta. Innanzitutto, uno dei trend emersi nel corso degli ultimi mesi – legato ai vincoli imposti dalla pandemia, ma che sicuramente rimarrà tra le abitudini di tutti noi – c’è sicuramente il cambio di rotta nella modalità dei consumi, che hanno decisamente virato verso l’e-commerce. Secondo un’indagine condotta da AstraRicerche per Comieco, Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli imballaggi a base cellulosica, il 68,2% degli intervistati nell’ultimo anno ha aumentato la frequenza di acquisto sulle piattaforme digitali. Considerando solo il periodo natalizio, gli acquisti online hanno raggiunto il 30% sul totale delle vendite, più del doppio rispetto al 2019. E questo trend, secondo gli esperti, dovrebbe proseguire anche in futuro, quando le cose saranno tornate a una maggiore normalità.

Imballaggi, meglio se eco e smaltiti correttamente

L’analisi evidenzia quindi che se da una parte gli italiani, nonostante l’emergenza, si sono adattati a nuove modalità di acquisto, dall’altra hanno dovuto fare i conti con un numero maggiore di imballaggi, in particolare in carta e cartone, da smaltire in casa: per il 41% degli intervistati il principale effetto degli acquisti online. Tante abitudini sono cambiate ma fortunatamente non tutte: la raccolta differenziata rimane infatti un punto fermo, confermandosi come il sistema migliore per gestire i rifiuti, complice anche l’ impegno costante della filiera del packaging nel progettare imballaggi sempre più “sostenibili” e facili da riciclare: dall’utilizzo di monomateriale, alla produzione con fibre di recupero.

La carta è il materiale più sostenibile, dicono i consumatori

Secondo gli ultimi dati Cepi (Confederazione Europea dell’Industria Cartaria) nel 2020 l’Italia è l’unico Paese ad aver aumentato l’utilizzo di macero (+1%) per la produzione industriale, parte della quale destinata anche all’e-commerce. Un dato importante che dimostra l’attenzione del comparto industriale alle richieste del mercato, con una capacità di riciclo in aumento. Questo grazie anche alla recente attivazione di due nuove cartiere, ma anche dei consumatori, sempre più sensibili e attenti alla sostenibilità del packaging. In base alle indicazioni emerse dall’indagine di AstraRicerche, bel il 39,2% degli intervistati ha notato un miglioramento in termini di maggiore riciclabilità e minore overpackaging (30,4%) e hanno identificato la carta/cartone come materiale più sostenibile per il packaging dei prodotti acquistati online (84%). Insomma, sì all’e-commerce, ma sì anche alla tutela del pianeta.

Esporre i figli online su Instagram

Comprendere il fenomeno dell’esposizione dei figli attraverso i post sui social, e la condivisione di immagini e video che li riguardano, soprattutto su Instagram. È quanto ha voluto fare Eurispes, che ha effettuato un’analisi dei figli esposti online dai genitori sul social di istantanee visive per eccellenza, Instagram. Tramite un’indagine Osint, realizzata dal data journalist Livio Varriale, l’istituto di ricerca ha monitorato in particolare i post contenenti uno dei seguenti hashtag, figli, figlio, figlia, figlie, durante il periodo compreso fra il 1° gennaio 2018 e il 10 ottobre 2020. I post analizzati sono risultati 736.182, e hanno ottenuto complessivamente 96.488.755 like.

Gli hashtag più utilizzati: amore, love, mamma

Secondo l’indagine gli hashtag più utilizzati, insieme a quelli ricercati, sono stati amore, love, mamma, famiglia, family, baby, vita, bambini, genitori. In fondo alla top 20 si posiziona la parola papà, mentre i post contenenti la parola bambini e baby, che quindi descrivono i più piccoli, totalizzano insieme il 5,50%. La presenza della parola mamma fa comprendere anche il genere che pubblica di più le foto dei minori, ovvero le donne. In fondo alla classifica ci sono invece i genitori di genere maschile. I papà rappresentano quindi una fetta minima, sia per pubblicazione dei contenuti sia per citazione da parte delle madri dei loro figli.

È necessario pubblicare le foto dei propri figli?

Dalla ricerca emerge una particolare concentrazione su consulenze sia psicologiche sia pedagogiche, didattica digitale e a distanza, rapporto genitori-figli e consigli per riuscire nell’impresa di essere padri e madri.

Ma è necessario pubblicare le foto dei propri figli? Questo interrogativo ripercorre frequentemente la sociologia moderna dinanzi all’esposizione incontrollata delle immagini di tanti minori sui social per mano dei genitori. Pubblicare le foto dei figli sui social, espone i minorenni a tante insidie e la prima è quella del mancato rispetto della privacy. Nella ricerca è stata analizzata la parola figlio declinata in tutti i suoi generi, ma questo non vuol dire che le foto dei minori siano circoscritte solo alle circostanze descritte.

Esposti all’ingegneria sociale finalizzata all’adescamento

Cosa ancora più allarmante è che, pubblicando le foto dei figli minori, li si espone anche all’ingegneria sociale finalizzata all’adescamento da parte di persone malintenzionate. Pubblicare dettagli di vita privata sui social rappresenta un’arma in più per chi avvicina i bambini con l’intento di guadagnare la loro fiducia. Bisogna, forse, riflettere sulla necessità di un’educazione al digitale che renda i genitori più consapevoli dei meccanismi alla base delle piattaforme di condivisione sociale.

Boom per l’edilizia green. L’abitare del futuro è sostenibile

Puntare a costruzioni sempre più attente alla salute e all’impatto ambientale. Il mercato dell’edilizia green è in decisa crescita, uno scenario confermato anche dal World Green Building Council, secondo cui le infrastrutture e gli edifici punteranno a dimezzare del 40% le emissioni di carbonio entro il 2030, e del 100% entro il 2050. E con l’eco-bonus anche l’Italia vedrà un’accelerazione dell’edilizia ecosostenibile. Ma puntare sul green non ha solo effetti benefici sull’ambiente, a migliorare sarà anche la qualità della vita. Una ricerca del National Center for Biotechnology Information evidenzia infatti come gli edifici sostenibili contribuiscano alla diminuzione dei livelli di cortisolo dei dipendenti. E secondo un’indagine di Harvard Business Review lavorare all’interno di edifici green aumenta del 40% la produttività.

I 10 trend in ambito edilizio per i prossimi anni

Ma quali saranno i trend dell’abitare green per il prossimo futuro? Prima di tutto, case prefabbricate. A farla da padrone saranno infatti le case prefabbricate dotate di certificazioni green. Più sicure a livello sismico, favoriscono anche la riduzione del consumo energetico, e sono meno impattanti sull’ambiente, riporta Ansa. Secondo trend, l’utilizzo di additivi per ridurre le emissioni di CO2. Chryso ICARE, ad esempio, è una tecnologia implementata che consente ai produttori di cemento di abbattere la CO2 emessa. Terzo trend, spazio all’intelligenza artificiale. Gestiti in maniera automatizzata e integrata, gli smart buildings rappresenteranno uno dei principali leitmotiv dell’edilizia nel futuro post emergenza.

L’importanza delle Net-Zero Emissions

L’attenzione alla qualità della vita è il quarto trend. Gli edifici green garantiscono infatti un miglior comfort abitativo, e un notevole risparmio energetico aumentando la produttività e diminuendo lo stress. Occhio poi alle Net-Zero Emissions. La riduzione delle emissioni incorporate di carbonio entro il 2050 rappresenta uno degli aspetti principali dello scenario post emergenza, ed è la quinta tendenza dell’edilizia sostenibile. Ampio ricorso quindi ai pannelli solari (sesto trend), che riducono il consumo di combustibili fossili, utilizzano energia pulita e inesauribile. E non producono inquinamento.

5G, AI ed economia circolare

Gli impianti di connessione ultraveloce rappresenteranno il nuovo standard in ambito edilizio, favorendo la costruzione di edifici intelligenti. Il settimo trend vede infatti l’automatizzazione dei servizi attraverso l’utilizzo di robot, intelligenza artificiale e stampanti 3D. Segno di una visione incessante su un futuro hi-tech che si prenda cura del Pianeta. Ma il futuro sarà anche circolare (ottavo trend). La circular economy favorisce infatti nuove opportunità commerciali e garantisce un sistema di raccolta differenziata totale.

E se l’utilizzo della realtà aumentata in ambito edilizio favorisce la riduzione dei costi e agevola gli spostamenti (nono trend) sarò necessario ripensare gli spazi. Meno postazioni e meno consumi per ripensare adi ambienti di lavoro diffusi e non più centralizzati (decimo trend). Soprattutto per quanto riguarda gli uffici.

Più estroversi online, ma attenzione alle relazioni pericolose

Dalle app per il dating ai social media fino ai forum, conoscere persone online è sempre più diffuso. Tanto che incontrare gli altri sul web è diventato facile e normale. Quasi un italiano su tre (29,1%) dichiara infatti di sentirsi più facilmente a suo agio online, e il 32,5% afferma anche di essere più estroverso e sicuro di sé. Quest’impennata delle relazioni online, incentivata anche dal lockdown, presenta però anche un lato meno positivo. Nonostante molte persone si sentano più sole e isolate al contempo non avvertono la necessità di stabilire un contatto “reale” con gli altri.

Lo ha scoperto Kaspersky in una ricerca condotta a livello nazionale, che mostra come il 50,7% di chi usa abitualmente social media, o forum, avverta la solitudine pur passando online almeno cinque ore al giorno.

Usare le app di dating e sentirsi profondamente soli

Secondo Marvi Santamaria, autrice del blog Match and The City ed esperta di relazioni online, “se è vero che i mezzi non sono neutri, al contempo i mezzi digitali sono utilizzati da persone, e nel caso delle dating app il loro cuore è proprio il ‘materiale umano’ che le popola e interagisce”.

Da un lato accade quindi di usare le app per conoscere nuove persone, ma sentirsi profondamente soli. Questo perché dal canto loro le app, poiché sono progettate per rendere l’esperienza fruibile facilmente e velocemente, possono influenzare le interazioni rendendole altrettanto veloci e superficiali.

Il legame emotivo è più forte nel mondo digitale

D’altronde vanno considerate le aspettative di chi usa queste app. Inoltre, non è vero che non si possa trovare un rapporto più profondo sul web, tutt’altro, sono tantissime le coppie formate online. Circa un quinto (19,5%) degli italiani intervistati ritiene infatti che il legame emotivo stabilito nel mondo digitale sia addirittura più forte di quello nel mondo reale.

“La tecnologia ha senza dubbio svolto un ruolo cruciale nel migliorare la vita sociale – commenta Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky -. Se da un lato queste piattaforme possono offrire indubbi vantaggi dall’altro dobbiamo anche tenere a mente le sfide e i rischi che portano con loro”. Le persone che incontriamo online potrebbero non essere esattamente chi dicono di essere.

Quando il cybercrimine sfrutta il desiderio di amare

Non è tutto. Anche le applicazioni più popolari per il dating possono trasformarsi in esche lanciate dai cybercriminali per mettere in pericolo la sicurezza digitale degli utenti. Secondo Kaspersky alcuni malware sfruttano proprio i nomi di oltre 20 app o la parola chiave dating. E nel 2019 sono stati diffusi più di 1900 file malevoli con l’obiettivo di nascondere trojan per scaricare altri malware, attivare abbonamenti a pagamento, adware, e notifiche pubblicitarie indesiderate.

Ma ci sono anche cybercriminali esperti di phishing, che approfittano del desiderio di amare per sottrarre dati, denaro e identità digitali.

Effetto Covid pesa sul sistema imprenditoriale italiano, ma il bilancio è positivo

Nel secondo trimestre di quest’anno nonostante il rallentamento dell’economia il bilancio tra aperture e chiusure delle imprese italiane resta positivo, con un aumento di +19.855 unità contro +29.227 del 2019. Ed è il Sud a contribuire a quasi la metà del saldo attivo, che comunque mette a segno il peggior risultato dei secondi trimestri dell’ultimo decennio. L’effetto Covid-19 continua dunque a pesare sulla natività e mortalità del sistema imprenditoriale italiano. Tra aprile e giugno emerge l’indebolimento della voglia di fare impresa degli italiani, con 57.922 iscrizioni di nuove imprese contro le 92.150 del secondo trimestre 2019, il 37% in meno. È quanto risulta dall’analisi trimestrale Movimprese, condotta da Unioncamere e InfoCamere, sui dati del Registro delle Imprese delle Camere di Commercio.

Frenano le cancellazioni, più artigiani e 45% imprese al Sud

Secondo l’analisi però frenano anche le cancellazioni, che si attestano a 38.067 quest’anno rispetto alle 62.923 dell’anno precedente (-39,5%). Da notare come al bilancio del trimestre abbia contribuito per circa un terzo (il 32,5%) la componente artigiana, che ha chiuso il periodo con un saldo attivo di 6.456 imprese (18.943 le iscrizioni di nuove imprese contro 12.487 cessazioni).

Il saldo attivo caratterizza tutte le regioni e tutte le aree del paese, con il Sud e Isole in particolare evidenza. Le 8.905 imprese in più del Mezzogiorno rappresentano infatti il 45% dell’intero saldo nazionale. Il valore più elevato si registra infatti in Campania, che ha chiuso il trimestre con 3.143 imprese in più rispetto al 31 marzo scorso. A seguire Lazio (+2.386), Lombardia (+1.920) e Puglia (+1.859).

Saldo attivo per tutti i comparti

Anche a livello settoriale si registrano saldi attivi per tutti i macro-comparti, a partire dal commercio (+6.291), seguito dalle costruzioni (+5.222) e dai servizi di alloggio e ristorazione (+3.425). In termini percentuali, l’avanzamento più sensibile (+1,4% su base trimestrale) si registra nei servizi alle imprese (2.944 le imprese in più), seguiti dalle attività professionali, scientifiche e tecniche (+1,3% l’incremento nel trimestre, pari a 2.828 imprese in più) e dalle attività finanziarie e assicurative (+1,1% corrispondente ad un aumento di 1.366 unità).

Arretrano le società di persone, rallentano quelle di capitale

Delle circa 20mila imprese in più alla fine del trimestre, il 65% circa ha la forma dell’impresa individuale (12.972 unità). Rispetto ai periodi più recenti, l’analisi della nati-mortalità delle imprese per forme giuridiche segnala nel secondo trimestre 2020 un rallentamento della dinamica delle società di capitale. Pur aumentando di 7.938 unità, il loro tasso di crescita trimestrale (+0,45%) appare infatti più che dimezzato rispetto allo stesso periodo del 2019, quando fu pari all’1,03%. Unica forma giuridica in arretramento, nel trimestre aprile e giugno, è quella delle società di persone, che registrano -1.230 unità, pari a una riduzione dello 0,13% dello stock di imprese di questo tipo.

Giugno 2020, migliora il clima di fiducia per consumatori e imprese

Dopo mesi pesanti, migliora leggermente il clima di fiducia di imprese e consumatori. A decretare questa spinta verso l’alto del sentiment degli italiani è l’Istat, sulla base dei dati raccolti a giugno 2020. Gli indicatori sono tutti in salita rispetto al mese di maggio: sia l’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 94,3 a 100,6) sia l’indice composito del clima di fiducia delle imprese (da 52,7 a 65,4). Anche se la crescita riguarda tutte le componenti, ci sono però delle differenze in termini di intensità: migliora nettamente per il clima economico (da 72,9 a 87,2) e per il clima futuro (l’indice passa da 93,1 a 105,6) mentre il clima personale e quello corrente registrano incrementi più contenuti (da 100,9 a 104,5 e da 95,0 a 96,4, rispettivamente).

La fiducia delle imprese meno dinamica rispetto a quella dei cittadini

Sono invece decisamente più cauti i miglioramenti relativi al clima di fiducia delle imprese, che restano comunque depressi rispetto ai dati registrati nei mesi antecedenti l’emergenza sanitaria dovuta al coronaviurs. In particolare, l’Istituto di Statistica rileva che nell’industria l’indice di fiducia del settore manifatturiero sale da 71,5 a 79,8 e nelle costruzioni aumenta da 108,4 a 124,0. Per il comparto dei servizi, si evidenzia una risalita dell’indice sia nei servizi di mercato (da 38,9 a 51,7) sia nel commercio al dettaglio (l’indice passa da 68,0 a 79,1). 

Il “clima” nei diversi settori merceologici

L’indice di fiducia delle imprese ha però andamenti molto diversi a seconda dei settori merceologici: nell’industria manifatturiera migliorano sia i giudizi sugli ordini sia le attese di produzione. Le scorte di prodotti finiti sono giudicate in lieve accumulo rispetto al mese scorso. Per le costruzioni, l’aumento dell’indice è determinato da un deciso miglioramento dei giudizi sugli ordini a cui si unisce un aumento delle aspettative sull’occupazione presso l’impresa. Nei servizi di mercato, l’incremento dell’indice è determinato da un forte aumento delle attese sugli ordini il cui saldo rimane però ancora negativo; i giudizi sia sugli ordini sia sull’andamento generale dell’azienda registrano un lieve miglioramento. Con riferimento al commercio al dettaglio, recuperano decisamente le aspettative sulle vendite future il cui saldo torna positivo per la prima volta dall’inizio degli effetti della pandemia. Per concludere, le scorte di magazzino sono ritenute in diminuzione, tuttavia le imprese manifestano un lieve peggioramento dei giudizi sulle vendite. Il miglioramento della fiducia è diffuso sia alla grande distribuzione sia a quella tradizionale.

Lockdown e prezzi più alti, la top ten dei prodotti rincarati

I consumatori lo stanno verificando giornalmente. A partire dal mese di febbraio, quando il lockdown non era ancora iniziato, fino al mese di maggio i prezzi di molti prodotti sono aumentati considerevolmente. La denuncia arriva dall’Unione Nazionale Consumatori, che ha stilato una classifica dei prodotti e dei servizi più rincarati durante l’emergenza Covid scoprendo vere e proprie speculazioni sui prezzi.

Dagli e-book alla frutta fresca alla farina l’associazione ha verificato aumenti fino a oltre il 30%. E punta il dito su chi sta approfittando dell’emergenza per aumentare i prezzi in maniera ingiustificata.

E-book, frutta secca e pc sul podio dei più cari

Secondo l’Unione il record dei rincari spetta alla voce e-book download, che in soli 3 mesi registra un rialzo del 30,4%. Un aumento che ha sfruttato l’esigenza di trascorrere il tempo con una buona lettura durante la clausura forzata in casa.

Al secondo posto la frutta fresca, che cresce del +12,8%, e al terzo gli apparecchi per il trattamento dell’informazione (computer portatili e fissi, palmari, tablet, notebook) incrementati del 12%.

“In pratica – afferma l’avvocato Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori – si è approfittato dello smart working e dell’obbligo degli studenti di seguire le lezioni a distanza per fare rialzi a danno di lavoratori e famiglie”.

L’indice generale aumentato solo dello 0,1% dimostra c’è chi ha approfittato per lucrare

Analoga sorte per gli accessori per apparecchi per il trattamento dell’informazione (monitor e stampanti), collocati al quarto posto della classifica (+11,3%). Sfruttamento simile anche per  gli apparecchi per la telefonia fissa, cresciuti del +7,7%.

“Evidentemente i telefoni fissi che si avevano non potevano bastare dal momento che tutta la famiglia era ‘reclusa’ tra le quattro mura di casa e c’è chi ha pensato bene di cogliere questa necessità per guadagnarci – aggiunge Massimiliano Dona -. Insomma, a fronte di un indice generale aumentato da febbraio a maggio solo dello 0,1%, c’è chi ha approfittato dei beni che gli italiani hanno dovuto prendere o acquistare maggiormente per via dell’emergenza Coronavirus, per lucrare”.

La voglia di pane fatto in casa influisce sulla classifica

Così che si spiega anche il sesto posto della classifica, quello occupato da vegetali surgelati (+4,8%), bene sostituto dei vegetali freschi, e il settimo, le patate, ricercate per la loro caratteristica di conservarsi più a lungo (+4,4%).

Alla pari, altri articoli di cancelleria, ossia evidenziatori, matite, penne e cartucce a getto d’inchiostro e toner, anche queste collegate allo smart working (+4,4%).

In ottava posizione cacao e cioccolato in polvere, tipico comfort food ( +4,3%), e in nona posizione un ex aequo tra pasta e couscous (+4,2%) e apparecchi per cottura cibi, come forni, forni a microonde, piani cottura (+4,2%).

Chiude la top ten la farina (+3,8%). Insomma, la voglia di pane, pizza e dolci fatti in casa ha decisamente influito sulle ultime due voci della graduatoria.

Gli italiani in quarantena migliorano il proprio inglese

Gli italiani in quarantena sono super connessi, i canali e le risorse digitali continuano a posizionarsi come un’alternativa chiave. Anche quando si tratta di migliorare il proprio livello di inglese. Da diverse settimane siamo confinati nelle nostre case per superare la crisi sanitaria, e durante tutto questo tempo c’è chi ha approfittato per imparare o migliorare la conoscenza della lingua inglese.

Ma come si è evoluto lo studio dell’inglese da casa in queste settimane? E c’è davvero voglia di imparare? Per rispondere a queste domande ABA English, l’accademia di inglese digitale con più di 30 milioni di studenti nel mondo, ha condotto uno studio dal titolo L’inglese si impara anche a casa. Il sondaggio ha preso in considerazione l’opinione di oltre 1.400 italiani e spagnoli sui loro progressi con l’inglese, e sulle abitudini di studio durante le settimane di quarantena.

Studiare da più di 3 ore a 5 ore a settimana

Una delle principali evidenze del sondaggio di ABA English è che il 77% degli italiani intervistati dichiara di aver migliorato il proprio livello di inglese nelle ultime settimane. Il 39% degli intervistati dedica più di 3 ore a settimana allo studio dell’l’inglese, la metà di loro per più di 5 ore. Nello specifico, il 40% degli intervistati sostiene di aver migliorato il suo inglese da beginner (A1) a lower intermediate (A2), mentre il 43% afferma di aver migliorato il suo inglese nei livelli intermedi, fra lower intermediate (A2) e upper intermediate (B2).

Comprensione orale, grammatica e speaking gli aspetti più studiati

Quali sono gli aspetti dello studio dell’inglese a cui gli italiani stanno dedicando maggiore interesse? Al primo posto la comprensione orale, un aspetto fondamentale per il 68% degli intervistati, seguita dall’approfondimento della grammatica (41%), e lo speaking (41%), ovvero la lingua “parlata”. Ma oltre all’utilizzo dell’applicazione mobile e al campus virtuale di ABA English, gli “allievi” di dichiarano di completare il loro studio con video lezioni (44%), serie tv in lingua originale (34%), e notizie rigorosamente in lingua inglese (23%).

Inglese più necessario per trovare lavoro dopo l’emergenza COVID-19

Una delle principali motivazioni dell’interesse degli italiani per lo studio dell’inglese si ricollega al mondo del lavoro. Il 59% ritiene che la padronanza dell’inglese sarà ancora più necessaria per trovare lavoro dopo l’attuale crisi sanitaria. Quasi due terzi degli intervistati afferma inoltre di utilizzare l’inglese nel suo lavoro. E 9 intervistati su 10 sostengono che raccomanderebbero ad amici e familiari di approfittare di questi giorni per migliorare il loro inglese da casa, per essere più preparati possibile nel futuro.

Meno morti per incidenti stradali grazie all’intelligenza artificiale

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2018 sono 1,5 milioni le persone decedute a causa di incidenti stradali in tutto il mondo, di cui più della metà pedoni e ciclisti. La buona notizia è che, almeno in Italia, dall’inizio del nuovo millennio il numero dei decessi dovuti a incidenti stradali è diminuito notevolmente. Da quanto emerge da un’elaborazione a cura del Centro Studi Auto Aziendali su dati Istat le vittime sono passate dalle 7.096 nel 2001 alle 3.378 nel 2017, con un calo, quindi, del 52,4%. Il risultato raggiunto dipende dall’effetto congiunto di diversi fattori di miglioramento, da quelli introdotti nella normativa stradale al maggior numero di controlli, dal miglioramento delle infrastrutture a quello avvenuto nella qualità delle auto. Ma anche dalla sempre maggiore disponibilità dei dati rilevati dai sensori installati a bordo dei veicoli, e soprattutto dall’AI, che consente un’interpretazione dei dati sempre più sofisticata.

Telecamere di bordo, sistemi di geolocalizzazione e app

Telecamere di bordo, sensori, scatole nere e sistemi di geolocalizzazione: oggi sulle automobili esiste già una grande quantità di soluzioni tecnologiche che permettono di raccogliere dati al fine di aumentare la sicurezza sulle strade. Si tratta di informazioni sulla localizzazione del veicolo, su stili di guida o consumi, nonché sulla possibilità di monitorare lo stato d’uso del veicolo e dei parametri esterni, come condizioni stradali e atmosferiche, traffico, o situazioni di rischio. Ci sono però anche altre soluzioni, come l’app VizibleZone, sviluppata da una startup israeliana per arginare il problema degli incidenti stradali dovuti ai cosiddetti pedoni invisibili, quelli che spuntano all’ultimo momento davanti a un’auto, che spesso non riesce a fermarsi in tempo. Grazie all’AI l’app crea modelli stradali basati sui dati GPS anonimizzati, raccolti dagli smartphone di pedoni e automobilisti, e segnala sui device eventuali pericoli, riporta IlFattoQuotidiano.

Software in grado di fare analisi molto complesse

“Per incrementare la sicurezza dei veicoli in circolazione – afferma Luciano Bononi, professore all’Università di Bologna – l’enorme mole di dati oggi disponibile può essere elaborata da software in grado di fare tre tipi di analisi molto complesse, e cioè analisi predittive, prescrittive e cognitive”.

Se l’analisi predittiva consente di ricavare dai dati una previsione sugli eventi che si verificheranno in futuro, riferisce Ansa, l’analisi prescrittiva fornisce indicazioni su cosa sia opportuno fare per reagire nel modo migliore al verificarsi di determinati eventi.

Obiettivo, zero morti sulle strade

L’analisi cognitiva, invece, grazie alla messa a punto di algoritmi di AI sempre più avanzati, è in grado di trasformare i dati grezzi in conoscenza, e trasmettere queste informazioni all’uomo in linguaggio naturale, al fine di supportarlo nel prendere decisioni sempre più accurate, tempestive e corrette. La prospettiva, pertanto, “è che in futuro con questi sistemi di Intelligenza Artificiale si renderà sempre più sicura la guida dei veicoli – aggiunge Luciano Bononi – rendendo non più utopistico l’obiettivo zero morti sulle strade”.