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Lavoro sempre più “senior”: l’età media degli occupati sale a 44 anni

Altro che ricambio generazionale e slogan come largo ai giovani. Il mondo del lavoro italiano invecchia, e lo fa più in fretta della popolazione generale.

Secondo un’analisi di Confesercenti basata su dati Istat, INPS e registri camerali, nel 2024 l’età media dei lavoratori ha raggiunto i 44,2 anni, oltre due in più rispetto al 2019. Un trend che riflette il calo della presenza giovanile e la crescita degli over 50, inclusi più di un milione di pensionati rientrati in attività.

Il fenomeno è più accentuato al Centro Italia

Anche se il fenomeno riguarda l’intero Paese, è più accentuato nel Centro Italia, dove la media tocca i 44,6 anni, seguito dal Nord (44,4) e dal Sud (43,8). Le cause di questa tendenza sono note a tutti: percorsi di studio più lunghi, requisiti pensionistici più rigidi e un quadro demografico segnato dal calo delle nascite. Ma sorprende come l’invecchiamento nel lavoro superi quello dell’intera popolazione, cresciuto di soli due mesi nello stesso arco temporale.

Negli ultimi vent’anni, il numero totale di occupati è cresciuto di oltre 1,6 milioni di unità. Ma questo dato nasconde un profondo squilibrio: i lavoratori under 34 sono diminuiti di oltre 2 milioni, quelli tra i 35 e i 49 anni sono calati di quasi un milione, mentre gli over 50 sono aumentati di quasi 5 milioni. Tra questi, anche molti pensionati tornati in attività, spesso liberi professionisti o lavoratori autonomi, ma anche circa 360.000 dipendenti.

Il mancato ricambio generazionale è un pericolo per le imprese

Anche il mondo dell’imprenditoria non sfugge alla tendenza. L’età media degli imprenditori è passata da 51,1 a 51,9 anni. In alcune regioni, come Umbria, Toscana e Liguria, si superano già i 53 anni. Il Lazio rappresenta un’eccezione con una lieve flessione, mentre la Lombardia vanta il primato degli imprenditori più giovani (49,2 anni).

I giovani sono delle “Cenerentole”

Il ritorno al lavoro dopo la pensione e la difficoltà per i giovani di entrare nel mercato sono anche il frutto di un contesto lavorativo che viene via via impoverito. Tra inflazione, carico fiscale e contratti non rappresentativi – i cosiddetti “pirata” – circa 800mila lavoratori, soprattutto nei settori del commercio e del turismo, risultano sottoinquadrati e privi di tutele fondamentali.

Serve un cambio di rotta

Secondo Nico Gronchi, presidente di Confesercenti, è il momento di agire con politiche mirate: incentivi fiscali per le imprese under 35, detassazione degli aumenti contrattuali più qualificati, e valorizzazione della contrattazione collettiva. Solo così, conclude, sarà possibile frenare l’inverno demografico del lavoro e restituire prospettive alle nuove generazioni.

L’email marketing garantisce ancora risultati concreti in termini di coinvolgimento e conversione 

Il canale email, spesso considerato superato o sottovalutato, ancora oggi è centrale per molte realtà, soprattutto in ambito B2C, dove la comunicazione personalizzata e diretta è cruciale. 

Il report Email Marketing Benchmark di GetResponse mostra come in un contesto segnato dall’incertezza degli algoritmi, e da costi crescenti per la visibilità online, la posta elettronica rimanga uno dei pochi strumenti capaci di garantire controllo, tracciabilità e ritorni stabili nel tempo.

Nonostante l’apparente concorrenza di canali più moderni, come i social media, l’email marketing è infatti uno strumento che continua a offrire risultati concreti in termini di coinvolgimento e conversione.

Automotive, finanza e retail si confermano i settori che ne sfruttano meglio le potenzialità

Il settore automotive guida la classifica dei settori dove l’email marketing continua a essere utilizzato con profitto.
Con un tasso medio di apertura delle email del 53,54%, l’automotive è seguito da finanza (52,12%), marketing/advertising (50,39%) e commercio al dettaglio (49,62%). Tutti valori superiori alla media europea, che si attesta al 42,6%.

I tassi di clic confermano questa tendenza, con la finanza al 5,01%, l’IT al 4,68%, l’automotive al 4,49% e il settore media/editoria al 4,36%.
Questi risultati non si limitano a mostrare quali settori ottengono più interazioni, ma suggeriscono anche come pratiche più strutturate, contenuti pertinenti e frequenza regolare degli invii giochino un ruolo decisivo.

Bassa incidenza di disiscrizioni e segnalazioni spam

Al contrario, ristorazione (2,11%) o immobiliare (2,32%) faticano a ottenere gli stessi risultati, spesso a causa di strategie più generiche, invii sporadici o messaggi poco segmentati.

Uno degli elementi che conferma la solidità del canale email è la bassa incidenza di disiscrizioni e segnalazioni spam. In tutti i settori analizzati, il tasso di disiscrizione resta tra lo 0,05% e lo 0,12%, mentre le segnalazioni spam si mantengono al di sotto dello 0,02%. Numeri che indicano un buon livello di accettazione del canale da parte degli utenti e che rafforzano l’idea che la pertinenza dei contenuti sia la variabile più determinante.
Quando le email rispondono a un interesse reale o forniscono un contenuto informativo di qualità, non solo vengono lette, ma favoriscono un rapporto continuativo.

Uno strumento accessibile a tutti, non servono competenze tecniche elevate

In settori come quello finanziario o tecnologico, ad esempio, newsletter con aggiornamenti normativi o analisi di scenario diventano strumenti di orientamento.
Nel retail, invece, la personalizzazione basata sul comportamento di acquisto può migliorare sensibilmente il tasso di coinvolgimento.

Sebbene l’email marketing venga talvolta percepito come uno strumento tecnico o riservato a realtà strutturate, negli ultimi anni si è assistito a una semplificazione delle piattaforme e all’introduzione di soluzioni pensate anche per imprese di piccole dimensioni.
Oggi, anche le Pmi e le microimprese possono utilizzare funzionalità avanzate come l’invio automatizzato, la segmentazione dinamica o i suggerimenti intelligenti di contenuto, senza necessariamente possedere competenze tecniche elevate.

Italia online: il 52% dei cittadini esposto a pericoli digitali

La rete è entrata stabilmente nella vita degli italiani, ma non sempre in modo sicuro. Secondo l’ultimo report pubblicato dall’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni), il 52% degli italiani ha avuto esperienze dirette con contenuti dannosi online: dalla disinformazione all’hate speech, fino a fenomeni gravi come il revenge porn.

La ricerca – che ha coinvolto oltre 7.000 persone dai 6 anni in su – delinea un Paese altamente connesso ma ancora impreparato ad affrontare i rischi digitali.

Solo i giovani manifestano le loro preoccupazioni

La consapevolezza del problema c’è: più dell’80% degli italiani si dichiara preoccupato per la presenza di contenuti pericolosi in rete. Eppure, quasi la metà della popolazione (44%) non sente l’esigenza di chiedere supporto o informarsi su come navigare in modo più sicuro.
I giovani sotto i 18 anni, al contrario, tendono a parlarne più facilmente, soprattutto con genitori e insegnanti.

Internet parte della quotidianità, ma mancano le competenze

Il 90% degli italiani accede ogni giorno a Internet, con un uso intensivo: quasi uno su due trascorre più di quattro ore online. Pochi però hanno strumenti adeguati per orientarsi nel mondo digitale: quasi due terzi degli intervistati (64,6%) non conosce i criteri con cui gli algoritmi selezionano e mostrano i contenuti.

Solo il 7% della popolazione dimostra una solida alfabetizzazione digitale.

La prima educazione digitale avviene in famiglia 

L’educazione digitale spesso inizia in casa. L’80% delle famiglie stabilisce regole sull’uso di Internet da parte dei figli.
I metodi sono diversi: i genitori più giovani optano per controlli rigidi e limiti di tempo, mentre quelli over 45, in particolare se con un’istruzione più alta, preferiscono il dialogo e la supervisione attiva.

Come reagiscono gli italiani ai contenuti pericolosi?

Quando si trovano davanti a contenuti inappropriati, la maggior parte delle persone reagisce: oltre l’80% cambia canale, evita la fonte o abbandona la piattaforma.

Ma solo un italiano su tre verifica l’attendibilità delle notizie prima di condividerle. Anche in questo caso, il livello di istruzione influenza fortemente i comportamenti: chi ha studiato di più è anche più critico e reattivo.

Italiani sempre più connessi, ma poco preparati 

Il quadro che emerge è chiaro: in Italia l’accesso alla rete è ormai capillare, ma manca un’adeguata preparazione.
L’AGCOM sottolinea l’urgenza di rafforzare l’educazione digitale, a partire dalle scuole e dalle famiglie, per colmare il divario tra connessione e consapevolezza.

Office fatigue estiva: come contrastarla?

In un momento in cui molte aziende stanno progressivamente riducendo il ricorso allo smart working, prende forma il fenomeno della ‘office fatigue’ o affaticamento da ufficio: un senso di spossatezza mentale e fisica legato alla routine del lavoro in presenza. E alimentato da fattori esterni come il caldo, i ritmi serrati e la difficoltà a ritagliarsi momenti per sé.

Durante la stagione estiva, con le temperature in aumento e le città che si svuotano, recarsi in ufficio può trasformarsi in una vera e propria sfida quotidiana. Non solo dal punto di vista logistico, ma anche emotivo. 
Per questo motivo HelloFresh, in collaborazione con Nadia Piazzon, psicologa del lavoro e consulente risorse umane, propongono alcuni accorgimenti per il benessere quotidiano per contrastare l’office fatigue.

Caldo e routine frammentata contribuiscono alla spossatezza

L’equilibrio tra energia che si dedica al lavoro e momenti per sé stessi è la chiave per vivere una situazione di benessere fisico e mentale.
Per combattere la cosiddetta office fatigue prima che diventi cronica bastano poche regole, riposo adeguato, moderata attività fisica e alimentazione sana.

Con una buona organizzazione del tempo, sia in ufficio sia a casa, si possono quindi adottare comportamenti virtuosi che migliorano la qualità della vita.
“Il fenomeno dello smart working si sta modificando gradualmente e molti dipendenti sono richiamati ad alcuni giorni obbligatori in presenza – spiega Nadia Piazzon -. In estate, caldo, routine frammentata e spostamenti, specialmente per i pendolari, contribuiscono a un senso di spossatezza che potrebbe incidere negativamente sull’umore e sulla produttività”.

Iniziare la giornata con un “intento estivo”

Tra le raccomandazioni per mantenere il benessere mentale ed emotivo anche nei periodi più caldi e intensi, HelloFresh e Nadia Piazzon consigliano di iniziare la giornata con un ‘intento estivo’.
Al mattino, prima di entrare in modalità operativa, è utile prendersi qualche minuto per formulare un’intenzione leggera, ma concreta, legata alla stagione, come, ad esempio, concedersi una pausa all’aria aperta in pausa pranzo.

Oppure, creare micro-rituali freschi alla scrivania, come una borraccia con acqua aromatizzata (menta, lime, cetriolo) o un mini diffusore con oli essenziali freschi (agrumi, eucalipto). 

Preparare la cena come gesto di decompressione

Al rientro dal lavoro trasformare la preparazione della cena in un momento personale, quasi meditativo, può aiutare a ‘chiudere il capitolo ufficio’.
Piatti semplici e gustosi permettono di impegnare le mani in modo creativo, coinvolgere i sensi e ritrovare una ritualità positiva.

Questo tempo di ‘transizione’ tra lavoro e serata, riporta Askanews, è prezioso per ricalibrarsi emotivamente.
Inoltre, interrompere il lavoro ogni due ore per osservare elementi naturali come piante, cielo o paesaggi, anche solo in formato fotografico, permette di ridurre l’affaticamento visivo e mentale. Anche brevi esposizioni a stimoli naturali hanno effetti positivi sul tono dell’umore e sulla concentrazione.

Matrimonio: nel 2024 in Italia costa in media 23.800 euro

Emerge dal Rapporto sul Settore Nuziale 2025 di Matrimonio.com: nel 2024 in media  un matrimonio costatava poco meno di 23.800 euro, l’8% in più rispetto all’anno precedente.
Ma chi sono le coppie di oggi? Persone attente ai contenuti digitali (oltre una coppia su 4 crea un sito di matrimonio su cui pubblicare i dettagli da condividere con gli invitati), finanziariamente indipendenti (il 49% paga le nozze di tasca propria) e conviventi già molto prima di pronunciare il fatidico “sì” (80%). 

E se tra i Millennials è un vero boom di matrimoni (70%), nel 2024 si comincia a registrare un incremento significativo del numero dei nozze celebrate dai nativi digitali, che salgono al 18%. Nel 2023 la GenZ rappresentava solo l’1% degli sposi.
E in termini statistici, le coppie della GenZ attualmente rappresentano 1 matrimonio su 5 tra tutti quelli celebrati in Italia.

Nozze che durano 3 giorni con più di 100 invitati

Considerando la tendenza a organizzare nozze che possono durare fino a tre giorni e tenendo presente la sempre maggiore personalizzazione di questo tipo di evento, non sorprende che attualmente la spesa media di un matrimonio, esclusi luna di miele e anello di fidanzamento, si aggiri intorno ai 23.781 euro, l’8% in più rispetto all’anno precedente.

Il 42% delle coppie assicura di aver speso almeno 25.000 euro, e il 20% sono arrivate a 35.000.
Per il 42% (+2%) l’attuale situazione economica ha avuto un impatto sostanziale sul preventivo e la pianificazione.
Per quanto riguarda la lista degli invitati resta stabile a una media di 106. Quasi la metà dei matrimoni celebrati nel 2024 (46%) aveva più di 100 invitati.

Un evento destinato a restare per sempre nella memoria

Una cosa è certa: le coppie vogliono investire nel loro giorno speciale e nei fornitori che lo renderanno magico. Questo spiega come mai tendano a ingaggiare una media di 12 professionisti.
Ciò che desiderano è trascorrere quanto più tempo possibile con familiari e amici, pertanto scelgono di organizzare nozze personalizzate in grado di coinvolgere tutti. Tanto che il 56% delle coppie ha optato per organizzare matrimoni che durano 2 o più giorni.

Rendere il proprio matrimonio un evento personalizzato fin nei minimi dettagli e destinato a restare per sempre impresso nella mente degli invitati è la priorità per le coppie di oggi.

Sposalizi “a tema” ispirati a film o serie TV

Non importa il numero degli ospiti o la data quanto l’esperienza che si vuol regalare agli invitati, il look and feel generale e la scelta di temi e luoghi che rispecchino la personalità degli sposi.

Per più di 8 coppie su 10 è prioritario il benessere degli invitati, il 72% dà importanza al risultato e all’atmosfera generale dell’evento e il 47% crede fortemente che il proprio matrimonio debba riflettere i gusti e il carattere della coppia. Con 2 coppie italiane su 10 che scelgono un matrimonio a tema ispirandosi a un libro, un film una serie TV o un argomento che le appassiona.

Cyberattacchi alle industrie: danni da milioni di dollari per le aziende europee

Per il mondo dell’industria europea, la minaccia informatica non è più una possibilità remota, ma una costante con effetti economici potenzialmente devastanti. Secondo uno studio condotto da Kaspersky in collaborazione con VDC Research, oltre il 60% delle imprese industriali nell’area EMEA ha subito danni economici superiori al milione di dollari a causa di cyberattacchi.

Una percentuale importante di aziende – quasi il 10% – ha invece quantificato le perdite in oltre 5 milioni, e in alcuni casi si è superata la soglia dei 10 milioni di dollari.

Lo stato della sicurezza OT nelle industrie

L’indagine, raccolta nel rapporto “Securing OT with Purpose-built Solutions”, si è basata su interviste rivolte a più di 250 decision maker operanti in settori strategici come energia, trasporti, manifattura e servizi essenziali.

Dallo studio emerge un quadro piuttosto critico: molte imprese non sono ancora attrezzate per affrontare con efficacia le minacce informatiche che colpiscono i sistemi OT, ovvero le tecnologie operative fondamentali per garantire la produzione e il funzionamento degli impianti.

Un impatto a catena: dalla produzione ai ricavi

Le violazioni informatiche comportano conseguenze che si riflettono su ogni aspetto dell’azienda. I costi più pesanti derivano dalle azioni di risposta agli incidenti, spesso gestite da team interni o affidate a fornitori esterni specializzati.

A questo si aggiungono le perdite di fatturato dovute al blocco delle attività, la necessità di riparare o sostituire attrezzature danneggiate, il pagamento di eventuali riscatti ai cybercriminali, oltre alla perdita di materiali o prodotti già in fase di lavorazione. Il danno, dunque, non è solo immediato ma anche strutturale, poiché colpisce la capacità produttiva e la reputazione dell’azienda.

La vera criticità: le interruzioni non pianificate

Particolarmente critici sono i tempi di inattività non previsti: quasi sei aziende su dieci hanno dichiarato che le interruzioni causate da attacchi durano mediamente tra le quattro e le ventiquattro ore.
In settori dove la continuità operativa è essenziale, anche una breve pausa può causare ritardi nelle consegne, mancati guadagni e tensioni con clienti e fornitori. E in molti casi, si tratta di danni difficilmente recuperabili.

“Ignorare la cybersicurezza è un rischio che le aziende non possono permettersi”

Come sottolinea Andrey Strelkov, responsabile della linea di prodotti per la sicurezza industriale di Kaspersky, l’adozione di strategie di prevenzione non può prescindere da un rafforzamento della cybersecurity.

Le aziende industriali, secondo l’esperto, non possono permettersi di trascurare questa dimensione. I tempi di fermo costano caro e le falle nella sicurezza possono mettere a repentaglio non solo il bilancio, ma la stessa sopravvivenza sul mercato.

L’e-commerce B2B in Europa vale il doppio del B2C

Nel 2025 il valore dell’e-commerce B2b in Europa varrà oltre 1.600 miliardi di euro, il doppio rispetto agli oltre 840 miliardi del B2c.
La crescita del B2b (+8,9%) rispetto al 2025 è spinta dalla necessità di rendere più efficienti, trasparenti e flessibili i rapporti commerciali tra imprese. Un’accelerazione che tocca tutti i comparti merceologici e che coinvolge attivamente anche l’Italia, sempre più presente nei marketplace internazionali e nei canali digitali.

Secondo i dati emersi dall’ottava edizione del Focus B2B Digital Commerce di Netcomm, l’e-commerce B2b si consolida ormai come una vera e propria infrastruttura strategica dell’economia moderna, destinata a trasformare le filiere produttive, distributive e relazionali.

“Un motore per la competitività industriale”

“Il commercio digitale B2b non è più solo una leva di efficienza, ma un motore per la competitività del sistema industriale italiano e globale – afferma Roberto Liscia, Presidente Netcomm -. Stiamo assistendo a una trasformazione profonda nel modo in cui le imprese si relazionano, vendono e crescono. Dalle Pmi ai grandi gruppi, le aziende che adottano piattaforme digitali, AI e modelli omnicanale sono in grado di esportare meglio, disintermediare i canali tradizionali e costruire relazioni durature con i clienti. I rapporti B2b sono inoltre il cuore dell’export italiano, soprattutto nei settori a più alto valore aggiunto, come il Lifestyle, la Componentistica e l’Agroalimentare. Oggi, grazie al digitale, le imprese possono sviluppare contratti vendor, gestire potenziali clienti internazionali, offrire customer experience personalizzate e scalare i processi di vendita globali in modo efficiente e sostenibile”.

La digitalizzazione delle filiere

Il commercio digitale B2b facilita l’integrazione tra i diversi attori della filiera, consentendo una riduzione significativa dei tempi e dei costi totali di idversi processi. Dall’Order to Cash (il processo di ricezione ed evasione degli acquisti dei clienti) alla condivisione intelligente degli stock tra magazzini e canali, nonché la gestione di modelli avanzati come il Dropshipping (la vendita di prodotti online che non prevede il possesso fisico o la gestione in magazzino). E ancora, dal Co-marketing digitale (partnership strategica tra attività commerciali) alla configurazione semplificata di offerte complesse.

Sempre più aziende scelgono, inoltre, di disintermediare la distribuzione per migliorare il controllo sui prezzi, aumentare i margini di vendita e raccogliere dati sui clienti finali.

Piattaforme e marketplace: verso un ecosistema integrato

Oltre ai grandi marketplace globali, si afferma sempre più il modello del Corporate Marketplace, piattaforme digitali proprietarie che permettono alle imprese di valorizzare il proprio ecosistema, integrare fornitori e clienti e gestire la complessità industriale su un’unica infrastruttura digitale.

Al centro della trasformazione del commercio B2b ci sono le tecnologie emergenti. AI, Machine Learning, Headless & Composable Commerce stanno rivoluzionando ogni aspetto dell’esperienza d’acquisto tra imprese.
Questa rivoluzione tecnologica impone però anche un’evoluzione dei ruoli professionali.
Il venditore B2b, ad esempio, si trasforma in Brand Ambassador, capace di operare in un contesto omnicanale e ibrido, con nuove competenze digitali e relazionali.

Con la transizione ecologica e digitale sale il Pil: +1,1% nel 2035, +8,4% nel 2050

In uno scenario Net Zero Transformation, ovvero, se si decidesse di accelerare la transizione ecologica e digitale, il sistema produttivo nazionale potrebbe registrare benefici già nel 2035: Pil superiore dell’1,1% rispetto a uno scenario di base, e tasso di disoccupazione inferiore dello 0,7%. 
l trend positivo continuerebbe negli anni successivi, e nel 2050 il Pil sarebbe superiore dell’8,4% a quello tendenziale.

Questo, grazie al rallentamento del riscaldamento globale, all’innovazione e all’aumento dell’efficienza energetica, che contribuirebbero anche a ridurre la spesa per i danni ambientali e ad aumentare le entrate fiscali. 
È il quadro che emerge dal Rapporto ‘Scenari per l’Italia al 2035 e al 2050. Il falso dilemma tra competitività e sostenibilità’, realizzato dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile ETS (ASviS) in collaborazione con Oxford Economics

“È a questo scenario virtuoso che dobbiamo guardare”

In questo modo, nonostante l’aumento degli investimenti pubblici, si registrerebbe anche un miglioramento del rapporto debito pubblico/Pil rispetto allo scenario di base. 

“È a questo scenario virtuoso che dobbiamo guardare, rispetto agli altri tre analizzati: Net Zero, Transizione Tardiva, Catastrofe Climatica – sottolinea Enrico Giovannini, direttore scientifico ASviS. – Dobbiamo accelerare la transizione, non rallentarla, e sostenerla con investimenti innovativi a tutto campo, perché questo produrrebbe risultati positivi per tutti i settori sia al 2035, sia al 2050, con l’ovvia eccezione dell’estrazione e della produzione di combustibili fossili. Rispetto allo scenario di base, il valore aggiunto della manifattura resterebbe invariato nel 2035, ma crescerebbe del 9,3% nel 2050. E quello dei servizi aumenterebbe dello 0,5% nel 2035 e del 5,9% nel 2050”.

“Una leva strategica per rafforzare il sistema produttivo e sociale”

In termini aggregati, il comparto industriale vedrebbe il valore aggiunto aumentare dell’1,7% nel 2035 e del 14,9% nel 2050, un valore maggiore di quello che sperimenterebbe la Germania nello stesso periodo.

“La sostenibilità è una leva strategica per rafforzare il sistema produttivo e sociale del nostro Paese ed è sbagliato pensare che ci sia contrapposizione tra sostenibilità e competitività – commenta Pierluigi Stefanini, presidente ASviS -. Come dimostrano le simulazioni condotte con Oxford Economics, l’inazione ha costi crescenti, mentre investire nella sostenibilità conviene, perché aumenta la redditività delle imprese e genera benessere sociale”.

Integrare la sostenibilità nel business porta benefici

Gli studi, già disponibili e citati nel Rapporto, dimostrano che le imprese italiane che investono in sostenibilità aumentano la produttività, la competitività e la solidità finanziaria.
Ad esempio, se il 34,5% delle Pmi e il 73,8% delle grandi imprese sono già impegnate in attività di tutela ambientale, quelle manifatturiere sostenibili registrano una produttività più alta del 5-8% rispetto alle altre.

Quasi il 50% delle imprese italiane ha adottato almeno una pratica di economia circolare, con risultati finanziari migliori, maggiori investimenti e minore indebitamento.
Il 92% delle imprese familiari e l’89% delle non familiari riconosce che integrare la sostenibilità nel business porta benefici, a partire dalla reputazione e fiducia nel brand: per questo è tra gli obiettivi prioritari dei prossimi tre anni. 

Dazi USA, 7 imprese italiane su 10 stanno già “correndo ai ripari”  

Le tensioni commerciali con gli Stati Uniti spingono le imprese italiane a correre ai ripari. Secondo un’indagine condotta da Unioncamere e dal Centro Studi Tagliacarne, il 70% delle aziende sta già adottando contromisure per contrastare gli effetti negativi che potrebbero derivare dall’introduzione di nuovi dazi da parte del governo statunitense.

Nonostante gli Stati Uniti rappresentino una fetta significativa dell’export italiano, le aziende tricolore dimostrano una discreta capacità di adattamento grazie a una buona diversificazione dei mercati: mediamente, ogni impresa esporta verso 11 Paesi diversi. Questo fattore potrebbe attenuare l’impatto delle eventuali barriere doganali.

Le Camere di commercio come punto di riferimento

A Roma, durante l’Assemblea di Unioncamere, il presidente Andrea Prete ha evidenziato il ruolo cruciale delle Camere di commercio nel supportare l’internazionalizzazione delle imprese, soprattutto quelle di piccole dimensioni. Un’analisi realizzata da Ipsos conferma che il 43% degli imprenditori vede nelle Camere un alleato importante per l’accesso ai mercati esteri, mentre quasi uno su due ritiene che possano essere fondamentali nell’affrontare le sfide future.

Prete ha anche sottolineato che oltre 7 miliardi di euro di esportazioni aggiuntive potrebbero derivare proprio dalle piccole imprese, se adeguatamente sostenute.

Le principali preoccupazioni delle aziende tricolore

Il primo timore legato ai dazi americani è la possibile riduzione dell’export, indicata dal 56% delle aziende coinvolte nell’indagine. Seguono l’aumento dei costi di approvvigionamento (26%) e il calo delle vendite di beni intermedi destinati a prodotti venduti sul mercato statunitense (22%).

Il 19% delle imprese, inoltre, teme una maggiore concorrenza da parte di produttori esteri che potrebbero orientarsi verso l’Unione Europea come alternativa agli USA.

Quali sono le strategie adottate?

Le strategie per affrontare i nuovi scenari sono varie. Il 33% delle aziende prevede di aumentare i prezzi di vendita, mentre un quarto degli imprenditori guarda ai mercati europei come possibile alternativa. Il 18% pensa a un’espansione verso Paesi extra-UE.

Solo una piccola percentuale (3%) considera di spostare parte della produzione direttamente negli Stati Uniti.

L’Italia tra i principali esportatori verso gli USA

Il nostro Paese si conferma tra i maggiori esportatori europei verso gli Stati Uniti, con una quota del 22,3% delle aziende coinvolte nell’export diretto, seconda solo alla Francia (22,6%). In termini di valore, nel 2024 l’export italiano verso gli USA ha superato i 65 miliardi di euro, pari al 10,8% dell’intero export nazionale.

Il peso dell’export varia però in modo significativo a livello locale. A Trieste, ad esempio, il 36,2% del fatturato delle imprese deriva dalle vendite negli USA. Percentuali elevate anche a L’Aquila (17,6%), Isernia (16%) e Grosseto (12,1%).

La forza della diversificazione

La resilienza del sistema produttivo italiano si fonda anche sulla capacità di diversificare i mercati. Le imprese manifatturiere del Nord-Ovest esportano in media verso 13 Paesi, quelle del Nord-Est in 11, mentre al Centro si scende a 9 e nel Mezzogiorno a 6.

Eccellenze come Reggio Emilia, Vercelli, Bologna e Ravenna guidano la classifica nazionale, con alcune aziende che raggiungono fino a 17 mercati.

Italia: cresce il business dei droni professionali

Il settore italiano dei droni sta vivendo un momento di forte slancio. Nel 2024, il comparto professionale – rivolto a imprese e pubbliche amministrazioni – ha raggiunto un valore di 160 milioni di euro, segnando una crescita del 10% rispetto all’anno precedente.

Secondo i dati dell’Osservatorio Droni e Mobilità Aerea Avanzata del Politecnico di Milano, presentati a Roma in occasione dell’evento “Innovazione tecnologica e transizione sostenibile”, l’80% degli operatori ritiene che il settore continuerà a crescere fino almeno al 2027.

Un panorama imprenditoriale che cambia

Attualmente, in Italia operano 657 aziende specializzate nel campo dei droni, leggermente meno rispetto agli anni passati. Ogni anno il 5% delle imprese chiude, soprattutto tra quelle di piccole dimensioni o di recente costituzione.

Al contempo, solo il 2% sono nuove attività, a conferma di un sistema in fase di riorganizzazione e rafforzamento.

Sperimentazione globale: pochi i progetti già attivi

A livello mondiale, l’Osservatorio ha esaminato 1.882 progetti legati all’uso dei droni dal 2019 al 2024: solo il 16% è effettivamente operativo. Questo evidenzia come molte applicazioni siano ancora in fase pilota o soggette a barriere normative e tecnologiche.

Le applicazioni si dividono in tre livelli di maturità

L’indagine condotta su 15 scenari applicativi ha evidenziato tre stadi evolutivi:
Stadio iniziale: riguarda il trasporto di persone tramite droni, con ancora molte criticità da superare.
In sviluppo: include il trasporto di merci, la manutenzione di infrastrutture e l’agricoltura di precisione. Serve investire in formazione e regolamentazione.
In fase avanzata: ispezioni, monitoraggio ambientale, sicurezza e ricerca rappresentano gli ambiti più consolidati, anche se necessitano di ulteriore spinte infrastrutturali e di sostenibilità economica.

Verso una filiera nazionale integrata

“È il momento di passare dalle sperimentazioni alla realtà operativa”, ha dichiarato Marco Lovera, docente del Politecnico di Milano. L’Italia, grazie alle sue competenze tecniche e normative, è pronta a diventare un riferimento in Europa. “Abbiamo tutte le carte in regola per guidare il cambiamento”, ha aggiunto Paola Olivares, direttrice dell’Osservatorio.