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La matematica? Mette l’ansia anche all’Intelligenza Artificiale 

Un recente studio ha evidenziato come GPT-3, GPT-3.5 e GPT-4, modelli di intelligenza artificiale, associno la matematica a concetti negativi, alimentando l’ansia e la difficoltà che molti studenti italiani affrontano durante gli studi superiori, soprattutto in vista degli esami di maturità. Secondo lo studio pubblicato sulla rivista scientifica Big Data and Cognitive Computing, anche i grandi modelli di linguaggio come GPT-3, GPT-3.5 e persino GPT-4 associano la matematica ad aspetti fortemente negativi, come “difficile”, “frustrante” o “noioso”.
Questo comportamento è stato misurato attraverso le reti di “forma mentis comportamentale”, una sorta di mappa cognitiva che permette di comprendere la percezione di un concetto analizzando le sue associazioni con altri concetti. I risultati sono stati sorprendenti: GPT-3 e GPT-3.5, nella loro capacità di diffondere conoscenza, hanno associato la matematica a concetti noiosi, ansiosi, problematici e negativi, come un noioso viaggio su un’isola deserta, senza alcuna connessione positiva con le sue applicazioni reali e avventurose. 

Chat Gpt percepisce la matematica come… uno studente

“Questo risultato è in linea con le percezioni negative sulla matematica che abbiamo riscontrato negli studenti italiani delle scuole superiori”, afferma il professor Massimo Stella, co-autore dello studio e docente di psicometria presso il Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università di Trento. “A differenza dei professionisti che intraprendono carriere scientifiche e vedono la matematica come un tesoro creativo e pratico, questi modelli la considerano come qualcosa di astratto, distante dai progressi scientifici e dalla comprensione del mondo reale”.
Questa tendenza a percepire la matematica in modo negativo potrebbe avere gravi conseguenze, creando uno squalo nel tranquillo mare della conoscenza. Questi modelli di linguaggio agiscono come specchi psico-sociali, riflettendo pregiudizi e atteggiamenti che sono stati incorporati nel loro “DNA” linguistico durante il processo di allenamento. La mancanza di trasparenza rende difficile monitorare l’effetto delle risposte fornite da questi modelli. Non è ancora chiaro se queste associazioni negative possano influenzare negativamente alcuni utenti, aggravando l’ansia matematica già esistente.

Il rischio di estremizzare sentimenti negativi

Gli autori dello studio ritengono che le interazioni sociali con questi modelli potrebbero esacerbare gli stereotipi o le insicurezze preesistenti riguardo alla matematica tra gli studenti e persino tra i genitori. Potrebbero confermare atteggiamenti negativi già presenti o alimentare messaggi subliminali che la matematica è difficile per certi gruppi specifici. Questo fenomeno, noto come “minaccia dello stereotipo”, può influenzare le performance accademiche. Tali atteggiamenti negativi possono ostacolare l’apprendimento delle competenze tecniche in matematica e statistica, come una tempesta che impedisce di raggiungere l’isola della conoscenza.

Le paure dei modelli di linguaggio

Questo ci avverte che i modelli di linguaggio, nonostante la loro potenza, hanno anche le loro paure. Come noi, possono essere intimiditi dalla matematica. La sfida per il futuro è navigare attraverso queste tempeste, correggendo tali pregiudizi, in modo che questi modelli possano guidarci verso un mare di conoscenza più sereno e proficuo.

Intelligenza artificiale, quanto ne sappiamo noi italiani?

Anche i doppiatori italiani si sono uniti allo sciopero contro i turni massacranti e l’uso dell’Intelligenza Artificiale. Nel frattempo, un noto quotidiano italiano ha deciso di sfidare i propri lettori ogni giorno, pubblicando un articolo scritto con ChatGPT e mettendo in palio abbonamenti e champagne per chi riuscirà a individuarlo tra le pagine del giornale. Tuttavia, l’IA sembra aver scalzato il metaverso dal podio della notiziabilità. I prompt, ovvero i programmi che creano testi e contenuti in modo automatico, stanno diventando sempre più diffusi e rischiano di sostituire lavori ripetitivi che non richiedono la creatività e la passione dell’uomo. Ma quali sono i reali numeri del fenomeno in Italia?

Il 48,5% degli italiani non ha mai sentito parlare di ChatGPT

Per rispondere a questa domanda, la digital intelligence company The Fool ha condotto una ricerca basata su una survey fatta a 1.000 persone tra i 16 e i 64 anni in Italia nel mese di febbraio, utilizzando i dati di GWI. La survey ha evidenziato che il 48,5% degli intervistati non ha mai sentito parlare di ChatGPT, il sistema di intelligenza artificiale sviluppato da OpenAI. Solo l’8% degli intervistati ha dichiarato di usarlo, mentre il resto ne ha solo sentito parlare o non ne conosce le caratteristiche. Tuttavia, il 34% degli intervistati ha mostrato un qualche livello di interesse verso ChatGPT.

La maggior parte di chi lo usa lo trova utile

Tra coloro che utilizzano ChatGPT, la maggior parte lo fa almeno una volta a settimana, se non tutti i giorni. I casi d’uso principali sono il miglioramento o l’integrazione del lavoro già svolto, la sperimentazione e il divertimento, e la ricerca di informazioni e fatti. Il 75% degli utilizzatori trova ChatGPT utile.
Tuttavia, la survey ha anche rivelato che il 58% degli intervistati è preoccupato che gli strumenti di intelligenza artificiale possano essere usati per scopi poco o per niente etici, come la disinformazione o per aiutarsi nei compiti scolastici. Il 41% è preoccupato per l’impatto che gli strumenti di intelligenza artificiale possono avere sugli artisti e i creativi, mentre il 40% crede che i progressi nei tool di AI possano migliorare il lavoro. Infine, il 26% degli intervistati non è preoccupato per come gli strumenti di intelligenza artificiale possano essere sviluppati.

C’è ancora una bassa consapevolezza degli strumenti di IA

In conclusione, la ricerca di The Fool su ChatGPT e l’intelligenza artificiale ha rivelato una bassa consapevolezza dell’esistenza di ChatGPT tra gli intervistati, ma anche un discreto interesse tra coloro che ne hanno sentito parlare. La maggior parte degli utilizzatori lo trova utile per migliorare o integrare il proprio lavoro. Tuttavia, una percentuale significativa di intervistati ha espresso preoccupazioni sull’utilizzo etico degli strumenti di intelligenza artificiale. 

Big Data: il mercato italiano vale 2,41 miliardi di euro

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Big Data & Business Analytics della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2022 il mercato Data Management e Analytics in Italia raggiungerà 2,41 miliardi di euro, +20% rispetto all’anno scorso. La crescita è trainata soprattutto dalla componente software (54% del mercato, +25%), mentre la spesa in risorse infrastrutturali cresce in maniera meno sostenuta, sotto la media del mercato. Il buon andamento coinvolge tutti i settori merceologici, ma in controtendenza con gli anni precedenti, nel 2022 sono GDO/Retail, PA e Sanità i comparti che segnano la crescita più marcata. Il budget Analytics destinato a servizi di Public Cloud sale invece a un ritmo doppio rispetto alla media di mercato, e sfiora un quarto della spesa in soluzioni e servizi di Data Management & Analytics.

Le difficoltà delle grandi aziende e delle Pmi 

Nelle grandi aziende permane la difficoltà nell’inserimento di ruoli professionali specializzati su gestione e analisi dei dati: il 49% dichiara di aver introdotto almeno un Data Scientist, il 76% un Data Analyst e il 59% un Data Engineer. Inoltre, il 66% delle grandi realtà ha sperimentato tempi di recruiting più lunghi, e circa il 40% tassi di turnover più elevati. Quanto alle Pmi, il 55% dichiara di aver portato avanti investimenti in ambito Data Management & Analytics o prevede di farlo entro fine anno. Percentuale in crescita rispetto al 2021, ma che non mostra importanti accelerazioni rispetto agli ultimi tre anni. E quattro aziende su dieci non hanno alcuna figura dedicata all’analisi dei dati.

Importanti differenze tra il livello di maturità delle medie e piccole imprese

Così come già evidenziato negli scorsi anni, permangono importanti differenze tra il livello di maturità delle medie (50-249 addetti) e piccole (10-49 addetti) imprese. Le imprese di medie dimensioni hanno un livello medio di adozione delle tecnologie più alto delle piccole. Inoltre, solo un terzo dichiara di non avere personale dedicato, almeno parzialmente, all’analisi dei dati. La forbice tra piccole e medie registra comunque leggeri segnali di riduzione rispetto agli scorsi anni. Le piccole e medie imprese che hanno figure interne si affidano spesso anche a consulenti esterni, prevalentemente in maniera spot su specifici progetti.

Il Data Strategy Index

La ricerca ha costruito un indice di maturità complessivo relativo a tre ambiti (Data Management & Architecture, Business Intelligence e Descriptive Analytics, e Data Science), che mostra come solo il 15% delle grandi aziende può dirsi ‘avanzato’, mentre il 30% ‘intraprendente’, il 22% ‘prudente’ e il 33% ‘immaturo’ o ‘ai primi passi’. Negli ambiti Business Intelligence e Descriptive Analyticsle grandi organizzazioni però sono a buon punto. L’83% dichiara la presenza di competenze e il 69% sfrutta strumenti di Data Visualization avanzati. Sul fronte Data Science, prosegue la crescita delle organizzazioni che hanno avviato almeno una sperimentazione in ambito Advanced Analytics (65%). Le funzioni in cui la Data Science trova maggiore applicazione sono Marketing, Vendite, e Produzione, in cui risulta più semplice valorizzare in termini economici i risultati portati dalle singole progettualità.

Esports, che business: in Italia valgono 47 milioni di euro

Gli italiani sono appassionati di sport, sia come giocatori sia come spettatori, anche nel mondo digitale. Tanto che quello degli esports oggi è un settore in decisa crescita e che vanta un aumento dell’impatto economico superiore del 4%. È questo il quadro che emerge dalla seconda edizione del “Landscape del settore esports in Italia”, commissionato dall’associazione di settore italiana IIDEA a Nielsen. 
“Gli esports sono un segmento del settore dei videogiochi sempre più sviluppato anche nel nostro Paese, non solo in termini di fruizione da parte del pubblico, ma anche di maturazione e professionalizzazione dell’ecosistema locale”, ha commentato Marco Saletta, Presidente di IIDEA. La ricerca realizzata da Nielsen si basa su dati raccolti attraverso un’indagine ad hoc sugli stakeholder del settore (team, organizzatori, publisher e altre tipologie di operatori), integrata con dati di settore elaborati secondo l’expertise di Nielsen Sports. Secondo le stime di Nielsen, riferisce Adnkronos, l’impatto economico complessivo generato dal settore in Italia, che comprende impatto economico diretto e indiretto, ammonta a oltre 47 milioni di euro.

L’impatto economico diretto e indiretto

L’impatto economico diretto, ossia direttamente collegato all’occupazione generata dal settore, è di circa 38 milioni di euro a fronte dei 30 della precedente analisi. Di questi, il 55% (20,9 milioni) viene generato dai team di esports, seguiti dagli organizzatori con il 22% (8,4 milioni) e dai publisher con il 5% (2 milioni). Il restante 18% (6,7 milioni) viene generato da altre tipologie di società che operano nel mondo Esports (es. venue dedicate, produttori hardware, sviluppatori e altre categorie non assimilabili alle precedenti). Le principali categorie di spesa, in termini di occupazione, variano in relazione alla tipologia di entità considerata. I ruoli che all’interno del settore pesano maggiormente sul totale dei costi per il personale sostenuti sono pro-player, content creator e analyst/coach per i team, caster e commentatori, project manager e content creator per gli organizzatori e occupazioni in ambito marketing e PR per i publisher. L’impatto economico indiretto, generato da tutte le spese correlate al mondo degli Esports, come i servizi ausiliari e il merchandising, è invece superiore a 10 milioni di euro. A differenza di quanto rilevato per l’impatto diretto, sono i publisher che contribuiscono maggiormente con il 64% (circa 6,9 milioni) del totale. I team generano il 19% del valore indiretto mentre gli organizers il 14%. Il rimanente 3% (348mila) è riconducibile alle restanti categorie di società operanti nel settore. Le principali categorie di spesa sono marketing, travel/accomodation, finance/legal e amministrazione per i team, HR/personale, equipment e rental, finance/legal e amministrazione per gli organizzatori e infine marketing e merchandising per i publisher.

L’interesse degli stakeholder

I fan esports e sono un target esigente per quello che riguarda le prestazioni, le esperienze di gioco e il coinvolgimento. I risultati ottenuti tramite partnership, eventi ed experience, hanno dato agli attori coinvolti nel mondo esports una connotazione di eccellenza e un vantaggio competitivo in termini di percezione del proprio brand. Oltre ad incrementare l’awareness i brand hanno anche ottenuto buoni risultati in termini di customer acquistion nonché di networking e interazioni B2B. La partecipazione al mondo Esports sta avvenendo sia per via diretta (tramite la fornitura di prodotti dedicati) che indiretta (attraverso sponsorizzazioni o altre tipologie di investimenti). Indipendentemente dal posizionamento, i brand (endogeni ed esogeni) hanno come obiettivo quello di interagire e posizionarsi all’interno di un settore dinamico, caratterizzato da tratti quali innovazione e avanguardia.

Stanno per sparire le password?

Password addio? Forse sì. In effetti, le password sono un vero e proprio attentato alla nostra memoria. “Negli ultimi anni c’è stato un allarmante aumento del numero di password che una persona deve ricordare”, scrive El Paìs. Un recente rapporto rileva, ad esempio, che i dipendenti delle piccole e medie imprese ne utilizzano fino a 85 mentre quelli delle grandi aziende, in media, circa 25. Ora la domanda è: ma le password come le conosciamo oggi scompariranno prima o poi?

Come si stanno muovendo Apple e Google

In effetti la domanda non è poi così campata in aria. Colossi tecnologici come Apple e Google stanno infatti cercando di sviluppare soluzioni “in modo che gli utenti non debbano memorizzare tutte queste credenziali e assicurarsi che siano al sicuro” scrive il quotidiano di Madrid. Ad esempio, Apple, con il suo nuovo sistema operativo per iPhone, ha avviato una sostituzione della password, tanto che gli smartphone “sono più veloci nell’accesso, più facili da usare e molto più sicuri”, afferma l’azienda.
In pratica, questo nuovo sistema “consente all’utente di accedere a qualsiasi applicazione o servizio tramite Face ID o Touch ID, i sistemi di riconoscimento facciale e di identificazione delle impronte digitali Apple, senza inserire manualmente alcuna chiave di accesso” riporta ancora il quotidiano. 

Sistemi più efficaci contro il phishing

Questi sistemi, poi,  sono più efficaci nel contrastare ad esempio il phishing, poichè tali tecnologie impediscono di inserire le nostre credenziali o i dati sensibili in siti fraudolenti pronti a rubarle, dato che l’identificazione come utente è gestita in un point-to-point crittografato tra il nostro dispositivo e il servizio online a cui si desidera accedere. Oggi i nuovi strumenti Apple hanno chiavi di accesso crittografate e sincronizzate su tutti i dispositivi della Mela tramite il portachiavi iCloud. Se viene utilizzato un dispositivo non compatibile con questo sistema di archiviazione cloud, viene generato un codice QR che deve essere scansionato con l’iPhone. Sebbene questo metodo di accesso sembri abbastanza promettente, non tutte le app attualmente lo supportano.

Obiettivo password addio

L’eliminazione delle password è comunque diventata una delle principali sfide per le grandi aziende tecnologiche per risolvere alcuni problemi di sicurezza sul web. Ma ci sono degli svantaggi: uno dei problemi con i sistemi di autenticazione che utilizzano l’identificazione biometrica è che non si può modificare. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Tel Aviv in Israele, però, ha già fatto sapere  di aver capito come aggirare una gran parte dei sistemi di riconoscimento facciale, dato che pure i sistemi biometrici non sono infallibili. Insomma, le password prima o poi spariranno: ma non sarà oggi.

Meta sta pianificando funzionalità a pagamento per le sue app

Lo riporta il sito specializzato in tecnologia The Verge, che ha potuto visionare un memo interno inviato di recente ai dipendenti della società di Mark Zuckerberg: pare che Meta si stia apprestando a mettere in piedi un team ad hoc per pianificare possibili funzionalità a pagamento per le sue app Facebook, Instagram e WhatsApp.
La nuova divisione, sottolinea The Verge, è la prima seria incursione di Meta nella creazione di funzionalità a pagamento nelle sue principali app, che insieme contano miliardi di utenti in tutto il mondo.

Un gruppo di lavoro ad hoc: il New Monetization Experiences 

Il gruppo di lavoro costituito da Meta è stato chiamato New Monetization Experiences, e sarà guidato da Pratiti Raychoudhury, che in precedenza ricopriva il ruolo di capo della ricerca di Meta.
“Vediamo opportunità per creare nuovi tipi di prodotti, funzionalità ed esperienze per cui le persone sarebbero disposte a pagare e per cui sarebbero entusiaste di pagare”, ha affermato a The Verge John Hegeman, vicepresidente Monetizzazione di Meta, che supervisiona il gruppo e che ha fatto intendere per l’implementazione delle funzionalità “un orizzonte temporale di cinque anni”.

Da Twitter a TikTok tutti i social vogliono “monetizzare” sui creators

In realtà, sulle piattaforme di Meta sono già presenti funzionalità a pagamento, come ad esempio nei gruppi di Facebook, in cui gli amministratori possono addebitare l’accesso a contenuti esclusivi. Oppure su WhatsApp, dove ad alcune aziende viene addebitata la possibilità di inviare messaggi ai propri clienti. Instagram ha invece recentemente annunciato che i creatori potrebbero anche iniziare ad addebitare un abbonamento per l’accesso a contenuti esclusivi. Del resto, anche altri social come Twitter e TikTok hanno iniziato a testare contenuti a pagamento per i creators, riferisce Ansa.

Diminuiscono i ricavi: colpa degli investimenti dirottati sul Metaverso?

La decisone di apportare funzionalità a pagamento per le proprie app arriva dopo un calo di introiti per la società sia nella raccolta pubblicitaria sia negli investimenti dirottati nel Metaverso, la nuova scommessa della compagnia. L’ultima trimestrale di luglio ha infatti certificato ricavi diminuiti anno su anno per la prima volta in assoluto. Di fatto, l’azienda di Zuckerberg è alle prese con la contrazione del settore e con la modifica firmata Apple del suo sistema App Tracking Transparency, che dà la possibilità agli utenti di non fornire informazioni dettagliate agli inserzionisti. Insomma, riferisce Il Giornale, per Meta le stime non sorridono, ed è previsto ‘un anno difficile’ sul lato economico. Secondo Hegeman, quindi, le funzionalità a pagamento potrebbero diventare una parte significativa dell’attività di Meta a lungo termine.

Sono oltre 4 miliardi gli utenti globali dei social media

Per la precisione sono 4,62 miliardi le persone che, in tutto il mondo, utilizzano i social media. Un dato impressionante, che conferma che il 58,4% della popolazione globale sia diventata nel corso del tempo fan delle piattaforme social Al di la dei pregiudizi e dei giudizi spesso superficiali che riguardano l’universo social, è un dato di fatto che questi strumenti abbiamo completamente rivoluzionato il modo di comunicare, informarsi, intrattenersi e pure lavorare. Insomma, i social fanno talmente parte della nostra vita che vengono addirittura celebrati con un Social Media Day, giornata che cade il 30 giugno di ogni anno.

Come è iniziata

Il Social Media Day è stato introdotto per la prima volta nel 2010 peri iniziativa del sito specializzato americano Mashable dopo aver visto l’impatto di queste piattaforme sulla società e anche sul mondo del lavoro. La prima piattaforma di social media è stata Friendster nel 2002, poi è arrivato Linkedin nel 2003 e Facebook nel 2004 che ha fatto realmente emergere la portata di questi strumenti. L’aggiunta più recente all’elenco dei pesi massimi dei social media, riferisce Ansa, è TikTok. L’app è stata lanciata nel 2016 ed è diventata popolare soprattutto tra i giovani grazie alle sue funzionalità di musica e video. Oggi tra le piattaforme di social media più utilizzate ci sono Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, WhatsApp e TikTok.

2 ore e 27 minuti l’utilizzo medio giornaliero

Ma ci sono anche altri dati interessanti relativi all’uso dei social, oltre ai numeri relativi alla platea globale. Secondo una statistica di SmartinsIghts oltre la metà della popolazione globale usa i social media (il 58,4%, pari a 4.62 miliardi di persone), l’utilizzo medio giornaliero è di 2 ore e 27 minuti. Queste piattaforme sono però diventate un grimaldello per i cybercriminali per risalire alle abitudini degli utenti e alle password usate. Per questo gli esperti della società di sicurezza Yoroi consigliano di limitare la condivisione di informazioni personali, usare email, login e password diverse per i differenti servizi che usiamo, costruire password lunghe, robuste e complesse senza riferimento a hobby, passioni e residenza. 

Il buono dei social

L’impatto socio-economico e culturale dei social media sulla società e sull’economia è stato impressionante e il Social Media Day riconosce questo potere. Un altro motivo per cui Mashable ha lanciato la giornata mondiale dei social è per dimostrare il ruolo che queste piattaforme hanno e hanno avuto sulle comunicazioni in tutto il mondo. Nonostante tutte le preoccupazioni associate ai social media, è una dato di fatto che le piattaforme più utilizzate hanno dato voce alle persone comuni e hanno dato spesso l’opportunità di informare l’opinione pubblica.

ecommerce in Italia, come siamo messi? Bene, ma non benissimo

L’e-commerce è “esploso” in tutto il mondo, soprattutto a seguito della pandemia di coronavirus che ha cambiato radicalmente le modalità di acquisto degli italiani. L’onda lunga dello shopping on line ha coinvolto tutti i paesi, seppur con delle diversità. Ci sono le piazze da sempre più orientate al digitale, e invece dei paesi che ancora dimostrano qualche resistenza. Comunque sia, il mercato dell’e-commerce B2C, nel mondo, vale 4.280 miliardi di dollari e raggiungerà quota 4.891 miliardi nel corso del 2021. 

Italia, pesano i ritardi nell’adozione tecnologica

Il valore del mercato e-commerce a livello globale è immenso, quindi. In questo contesto, dove si colloca l’Italia? Non nelle posizioni più alte, penalizzando il Belpaese che non riesce ad aggiudicarsi questo tesoretto: pesano i ritardi nell’adozione di tecnologia all’avanguardia e nell’utilizzo strategico del content marketing. Lo sostiene una indagine condotta da Timotico, società di comunicazione integrata. “Ci sono aziende – afferma con un comunicato Federica Argentieri, Ad e fondatrice di Timotico – anche molto affermate da generazioni che si trovano in crisi dal momento che la concorrenza online gli sta rubando grossissime fette di mercato”. L’80% delle Pmi coinvolte nell’indagine afferma di avere un proprio sito web, “ma sono poche quelle con siti ottimizzati, performanti anche su mobile e costantemente aggiornati. E questo nonostante il fatto che 50 milioni di italiani siano connessi ogni giorno”.

L’importanza dell’approccio professionale

In base ai dati raccolti nello studio, emerge con chiarezza che per emergere nel mondo dell’e-commerce non basta investire ingenti risorse in promozione se prima non si sono curati nel dettaglio i contenuti da proporre, differenziati a seconda degli obiettivi prefissati e del mezzo attraverso il quale sono comunicati. Anzi, riporta Askanews, potrebbe addirittura risultare controproducente, causando perdite sotto il profilo economico e reputazionale. Bisogna affidarsi a chi ha le capacità di fare content marketing, adottando un piano d’azione per la produzione e distribuzione di contenuti testuali, audio-video, foto e grafiche su siti web, blog, ecommerce e social che sia coerente con il brand aziendale. 

Dare al cliente, non solo vendere

Per vendere, però, non bisogna caricare l’utente di contenuti esclusivamente promozionali, che addirittura potrebbero avere l’effetto opposto e penalizzare la piattaforma. “È fondamentale – rivela l’indagine – alternare contenuti diversi e arricchirli con informazioni utili e di intrattenimento per le persone, in una proporzione del ’70/30′: 70% di contenuti reputazionali, ispirazionali, informativi e che coinvolgano sempre di più l’audience e 30% di contenuti destinati alla vendita pura”.

Covid: come cambiano, e cosa rivelano, le recensioni online dei clienti ai ristoranti

L’emergenza Covid-19 ha cambiato le regole e dettato nuovi equilibri per il settore dell’ospitalità. Mentre i ristoratori stanno combattendo una battaglia durissima i clienti hanno voglia di normalità, tornare a uscire per mangiare una pizza o un buon piatto al ristorante. Normalità, però, significa non essere assillati dai timori, ed è compito del ristorante, del bar o della pasticceria comunicare alla propria clientela sicurezza, dimostrando accortezza e attenzione a tutte le norme in vigore. Normalità per gli ospiti significa però anche lasciare recensioni. E RepUP, startup rivolta a gestori e titolari di ristoranti, bar, pizzerie, gelaterie e pasticcerie per la gestione dei commenti sulle piattaforme di recensioni online, ha condotto un’analisi prendendo in considerazione i dati degli mesi post lockdown.

Meno ospiti nei locali, più recensioni sulle piattaforme

“Quello che balza agli occhi dai nostri dati, ricavati dalla fusione di informazioni derivanti dalle principali piattaforme di recensioni, è che a fronte di un flusso inferiore di ospiti all’interno dei locali si osserva una tendenza inversa per quanto riguarda il numero di recensioni – spiega Salvatore Viola, Ceo di RepUP -. In pratica, le persone vanno meno nei ristoranti, ma scrivono di più su TripAdvisor e su Google”.

Questo, in realtà, può essere anche spiegato dal fatto che un’uscita sporadica diventa un “evento”, e proprio per questo si ha voglia di condividerla molto più di prima.

“Un locale su quattro non è riuscito ad affrontare la stagione estiva”

“Siamo partiti dal numero di locali attivi nell’ultimo anno sulle piattaforme di recensioni, circa 198mila, e abbiamo controllato quanti di essi hanno ripreso effettivamente l’attività negli ultimi mesi – racconta Andrea Orchesi, presidente RepUP -. Questi dati ci dicono che in Italia la percentuale dei locali che ha riaperto a pieno regime dopo il periodo di chiusura forzata varia di regione in regione”.

La forbice delle riaperture va infatti dal 65,95% rilevato in Calabria al 76,47% del Friuli Venezia Giulia, regione al primo posto come percentuale di riaperture, seguita da Liguria (76,36%) e Umbria (76,26%).

“Insomma – continua Orchesi – questi numeri dicono inesorabilmente che nel migliore dei casi un locale su quattro non è riuscito ad affrontare la stagione estiva”.

Ora più che mai bisogna curare la reputazione online del locale

I commenti dei clienti sulle piattaforme sono un potente strumento di marketing. TripAdvisor lo sa, e ha invitato i locali presenti sulla piattaforma a compilare una scheda per raccontare le misure prese contro la diffusione del Covid-19, riferisce Adnkronos. Nelle recensioni si parla sempre di qualità del cibo, prezzi e professionalità del personale, ma negli ultimi mesi si leggono riferimenti ai comportamenti dei camerieri, si spia nelle cucine per vedere se il personale indossa le mascherine, o si parla di quanto l’esperienza nel locale sia risultata rassicurante. In questo momento quindi la reputazione online di un locale è più importante che mai. Ci sono meno clienti e bisogna fare il possibile per non perdere anche un solo coperto.

GDPR e gestione dati sensibili

Le recenti novità che il nuovo Regolamento Comunitario ha introdotto, hanno “costretto” aziende ed imprese a rivedere la propria gestione dei dati sensibili relativi non solo ai clienti, ma anche ai dipendenti e fornitori. Sono davvero poche le aziende che possono dirsi esenti da tale obbligo, considerando che già il trattare il semplice codice fiscale di un dipendente significa gestire un dato personale importante e dunque il doversi adeguare in quanto questo dato consente già di individuare ed identificare una specifica persona. Gestire in maniera efficace i dati significa raccoglierli, memorizzarli e conservarli così come previsto dal nuovo regolamento. Questo è il motivo per il quale colui il quale è chiamato a gestire tali dati sensibili all’interno dell’azienda (ma potrebbe tranquillamente essere un incaricato esterno) deve indicare quale sia la persona con il compito di individuare lo scopo e la modalità di trattamento dei dati.

Sia i dipendenti che i fornitori e clienti dovranno necessariamente essere avvisati di come i loro dati personali saranno trattati, ovvero in maniera trasparente e nel rispetto della normativa. In alcuni casi, ovvero quando si tratta di aziende che hanno più di 250 dipendenti, diventa necessario istituire un apposito registro. Per questo motivo può non sembrare semplice riuscire a gestire correttamente tutti gli aspetti di questa materia così delicata, soprattutto per quel che riguarda grandi aziende le quali hanno certamente una mole maggiore di dati da trattare e che riguardano non solo dipendenti ma anche tanti fornitori e clienti. Per tutte queste realtà imprenditoriali è preferibile usufruire degli appositi corsi privacy di Area 81 srl, grazie ai quali è possibile comprendere in maniera approfondita come muoversi  e riuscire a mettersi perfettamente in regola con quanto previsto dal nuovo regolamento comunitario, evitando le pesanti sanzioni previste per quanti non si adeguano.