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Italia online: il 52% dei cittadini esposto a pericoli digitali

La rete è entrata stabilmente nella vita degli italiani, ma non sempre in modo sicuro. Secondo l’ultimo report pubblicato dall’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni), il 52% degli italiani ha avuto esperienze dirette con contenuti dannosi online: dalla disinformazione all’hate speech, fino a fenomeni gravi come il revenge porn.

La ricerca – che ha coinvolto oltre 7.000 persone dai 6 anni in su – delinea un Paese altamente connesso ma ancora impreparato ad affrontare i rischi digitali.

Solo i giovani manifestano le loro preoccupazioni

La consapevolezza del problema c’è: più dell’80% degli italiani si dichiara preoccupato per la presenza di contenuti pericolosi in rete. Eppure, quasi la metà della popolazione (44%) non sente l’esigenza di chiedere supporto o informarsi su come navigare in modo più sicuro.
I giovani sotto i 18 anni, al contrario, tendono a parlarne più facilmente, soprattutto con genitori e insegnanti.

Internet parte della quotidianità, ma mancano le competenze

Il 90% degli italiani accede ogni giorno a Internet, con un uso intensivo: quasi uno su due trascorre più di quattro ore online. Pochi però hanno strumenti adeguati per orientarsi nel mondo digitale: quasi due terzi degli intervistati (64,6%) non conosce i criteri con cui gli algoritmi selezionano e mostrano i contenuti.

Solo il 7% della popolazione dimostra una solida alfabetizzazione digitale.

La prima educazione digitale avviene in famiglia 

L’educazione digitale spesso inizia in casa. L’80% delle famiglie stabilisce regole sull’uso di Internet da parte dei figli.
I metodi sono diversi: i genitori più giovani optano per controlli rigidi e limiti di tempo, mentre quelli over 45, in particolare se con un’istruzione più alta, preferiscono il dialogo e la supervisione attiva.

Come reagiscono gli italiani ai contenuti pericolosi?

Quando si trovano davanti a contenuti inappropriati, la maggior parte delle persone reagisce: oltre l’80% cambia canale, evita la fonte o abbandona la piattaforma.

Ma solo un italiano su tre verifica l’attendibilità delle notizie prima di condividerle. Anche in questo caso, il livello di istruzione influenza fortemente i comportamenti: chi ha studiato di più è anche più critico e reattivo.

Italiani sempre più connessi, ma poco preparati 

Il quadro che emerge è chiaro: in Italia l’accesso alla rete è ormai capillare, ma manca un’adeguata preparazione.
L’AGCOM sottolinea l’urgenza di rafforzare l’educazione digitale, a partire dalle scuole e dalle famiglie, per colmare il divario tra connessione e consapevolezza.

L’e-commerce B2B in Europa vale il doppio del B2C

Nel 2025 il valore dell’e-commerce B2b in Europa varrà oltre 1.600 miliardi di euro, il doppio rispetto agli oltre 840 miliardi del B2c.
La crescita del B2b (+8,9%) rispetto al 2025 è spinta dalla necessità di rendere più efficienti, trasparenti e flessibili i rapporti commerciali tra imprese. Un’accelerazione che tocca tutti i comparti merceologici e che coinvolge attivamente anche l’Italia, sempre più presente nei marketplace internazionali e nei canali digitali.

Secondo i dati emersi dall’ottava edizione del Focus B2B Digital Commerce di Netcomm, l’e-commerce B2b si consolida ormai come una vera e propria infrastruttura strategica dell’economia moderna, destinata a trasformare le filiere produttive, distributive e relazionali.

“Un motore per la competitività industriale”

“Il commercio digitale B2b non è più solo una leva di efficienza, ma un motore per la competitività del sistema industriale italiano e globale – afferma Roberto Liscia, Presidente Netcomm -. Stiamo assistendo a una trasformazione profonda nel modo in cui le imprese si relazionano, vendono e crescono. Dalle Pmi ai grandi gruppi, le aziende che adottano piattaforme digitali, AI e modelli omnicanale sono in grado di esportare meglio, disintermediare i canali tradizionali e costruire relazioni durature con i clienti. I rapporti B2b sono inoltre il cuore dell’export italiano, soprattutto nei settori a più alto valore aggiunto, come il Lifestyle, la Componentistica e l’Agroalimentare. Oggi, grazie al digitale, le imprese possono sviluppare contratti vendor, gestire potenziali clienti internazionali, offrire customer experience personalizzate e scalare i processi di vendita globali in modo efficiente e sostenibile”.

La digitalizzazione delle filiere

Il commercio digitale B2b facilita l’integrazione tra i diversi attori della filiera, consentendo una riduzione significativa dei tempi e dei costi totali di idversi processi. Dall’Order to Cash (il processo di ricezione ed evasione degli acquisti dei clienti) alla condivisione intelligente degli stock tra magazzini e canali, nonché la gestione di modelli avanzati come il Dropshipping (la vendita di prodotti online che non prevede il possesso fisico o la gestione in magazzino). E ancora, dal Co-marketing digitale (partnership strategica tra attività commerciali) alla configurazione semplificata di offerte complesse.

Sempre più aziende scelgono, inoltre, di disintermediare la distribuzione per migliorare il controllo sui prezzi, aumentare i margini di vendita e raccogliere dati sui clienti finali.

Piattaforme e marketplace: verso un ecosistema integrato

Oltre ai grandi marketplace globali, si afferma sempre più il modello del Corporate Marketplace, piattaforme digitali proprietarie che permettono alle imprese di valorizzare il proprio ecosistema, integrare fornitori e clienti e gestire la complessità industriale su un’unica infrastruttura digitale.

Al centro della trasformazione del commercio B2b ci sono le tecnologie emergenti. AI, Machine Learning, Headless & Composable Commerce stanno rivoluzionando ogni aspetto dell’esperienza d’acquisto tra imprese.
Questa rivoluzione tecnologica impone però anche un’evoluzione dei ruoli professionali.
Il venditore B2b, ad esempio, si trasforma in Brand Ambassador, capace di operare in un contesto omnicanale e ibrido, con nuove competenze digitali e relazionali.

Smart Home: nel 2024 vale 900 milioni di euro, +11%

Nel 2024 in Italia il mercato della Smart Home torna a crescere, raggiungendo quota 900 milioni di euro, +11% rispetto al 2023. Un buon risultato, nonostante la fine di bonus e incentivi energetici e se confrontato con l’Europa (in media +6,5%). Quanto alla nostra spesa pro-capite, risulta ancora circa metà di quella europea (15,5 euro per abitante, rispetto a 32,5).
Il mercato Smart Home è trainato da soluzioni per la sicurezza, come videocamere, sensori per porte/finestre e serrature connesse, che rappresentano il 28% del valore.

Seguono elettrodomestici smart (19%), dispositivi per il risparmio energetico come caldaie, termostati, valvole termostatiche e condizionatori connessi (16%) e smart speaker (14%).
Sono alcuni risultati della ricerca sulla Smart Home dell‘Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano.

Sei italiani su 10 hanno oggetti smart in casa

Il 2024 ha portato novità importanti sul fronte della domanda di soluzioni smart per la casa, con un aumento della consapevolezza e della maturità dei consumatori.
Oggi 6 italiani su 10 possiedono oggetti smart in casa, anche se solo 4 su 10 li hanno connessi a Internet. In ogni caso, 1 italiano su 3 è interessato ad acquistare nuovi dispositivi in futuro.

Importanti novità anche lato offerta: aumenta la gamma di servizi attivabili dall’utente e questi sono sempre più innovativi, grazie alla valorizzazione dei dati raccolti dai dispositivi e all’integrazione delle soluzioni IoT con l’Intelligenza artificiale.
La vendita dell’hardware è un mezzo per ampliare la propria base clienti, ma le aziende sono sempre più consapevoli che il vero valore va cercato altrove.

Canali tradizionali, fatturato -5% 

Nei canali di vendita, il 2024 è stato un anno positivo per molti attori, ma non per la cosiddetta filiera tradizionale, che rispetto al 2023 ha subito una contrazione del -5% nel fatturato, pari a 345 milioni di euro, principalmente a causa della riduzione degli incentivi.

Nonostante ciò, sul lato domanda, cresce l’interesse dei consumatori verso soluzioni veicolate tramite questo canale.
E sul lato offerta, gli installatori, per tanto tempo additati come uno dei freni alla diffusione di soluzioni smart, dimostrano di iniziare a comprendere realmente le opportunità offerte dalla Smart Home.

La sfida dell’evoluzione degli ecosistemi per l’interoperabilità

“Gli ultimi mesi hanno portato importanti novità sul mercato – afferma Giulio Salvadori, direttore dell’Osservatorio -. Si assiste a una platea sempre maggiore di aziende che punta su valorizzazione dei dati, offerta di nuovi servizi e integrazione con soluzioni di Intelligenza artificiale per fidelizzare i propri clienti, garantendo un’esperienza sempre più personalizzata e creando valore grazie ai dati raccolti. Nel 2025 le sfide per la Smart Home saranno l’evoluzione degli ecosistemi per l’interoperabilità, con Matter in prima fila tra le iniziative più rilevanti, e l’arrivo del Data Act, che si propone di regolare e armonizzare l’accesso equo ai dati, inclusi quelli prodotti dagli oggetti smart in casa”.

Pmi come Davide contro Golia: tassate 120 volte più delle bigTech

Secondo l’Area Studi di Mediobanca le 25 multinazionali del web presenti in Italia pagano  ‘solo’ 206 milioni di euro di tasse, mentre le piccole imprese italiane del Nord Est versano ogni anno 24,6 miliardi.

Le dimensioni economiche di queste due realtà sono molto diverse, ma dal punto di vista dell’Ufficio studi della CGIA il risultato è sconsolante. Il ricorso sistematico all’elusione praticato negli anni dalle bigTech ha aumentato questa disparità di trattamento, mettendo in evidenzia in misura inequivocabile che alle grandi multinazionali tecnologiche in Italia continua a essere riservato un prelievo fiscale ingiustificatamente modesto. 
Le Pmi producono un fatturato annuo 90 volte superiore a quello delle bigTech, ma in termini di imposte ne pagano 120 volte più delle seconde.

Un sistema che penalizza i piccoli e favorisce i colossi

In Italia c’è un trattamento fiscale che ‘penalizza’ i piccoli e ‘favorisce’ i giganti. Infatti, se sui nostri imprenditori grava un tax rate effettivo che sfiora il 50%, sulle big tech si attesta al 36%. E sebbene da quest’anno entri in vigore la Global minimum tax (Gmt), secondo il dossier curato dal Servizio Bilancio dello Stato della Camera, il gettito previsto dalla sola applicazione dell’aliquota del 15% sulle multinazionali sarà molto contenuto.
Si stima che nel 2025 il nostro erario incasserà 381,3 milioni di euro, nel 2026 427,9 e nel 2027 raggiungerà i 432,5. Nel 2033, ultimo anno in cui nel documento si stimano le entrate, le stesse dovrebbero sfiorare i 500 milioni di euro.

Come costringere le multinazionali a pagare?

Recuperare una decina di miliardi di euro di coperture dalla manovra per il 2025 non sarà facile. Bisognerebbe chiedere qualche sacrificio aggiuntivo a chi, in particolare, ha registrato profitti straordinariamente elevati, ma ha versato poche tasse facendo ricorso a tecniche elusive, che hanno consentito di spostare parte degli utili ante imposte realizzati in Italia nei Paesi a fiscalità di vantaggio.

Le regole della Gmt sono articolate, ed è verosimile ritenere che ogni norma di carattere nazionale potrebbe non essere sufficiente a rendere il prelievo fiscale più equo. È indispensabile trovare un compromesso che non pregiudichi la fuga di queste aziende dal nostro Paese, ma allo stesso tempo le costringa a pagare il giusto. 

Non solo i giganti stranieri del web eludono il fisco

Non sono solo i giganti stranieri del web a sfruttare la fiscalità di vantaggio concessa ancora adesso da molti Paesi europei. Da alcuni anni anche alcuni grandi player italiani hanno trasferito la sede fiscale o quella legale, magari solo di una consociata, all’estero. Molte di queste hanno deciso di spostare la sede legale nei Paesi Bassi perché è possibile beneficiare di una legislazione societaria molto ed eventualmente, di un trattamento tributario alquanto generoso.

Con queste operazioni, ineccepibili dal punto di vista fiscale-societario, si è però ridotta la base imponibile di coloro che pagano le tasse in Italia, penalizzando in particolare le realtà imprenditoriali di piccola e piccolissima dimensione. Che, a differenza delle grandi aziende, non hanno la possibilità di trasferirsi altrove. 

Basta acquisti compulsivi: arriva la sfida che fa bene al budget e all’ambiente

Si chiama #nospendchallenge la sfida virale che invita tutti a spendere e a consumare meno. Per i più motivati, l’obiettivo è riuscire a non spendere proprio nulla: e non si tratta di una necessità dovuta a scarse disponibilità economiche, ma di una vero e proprio stile di vita. Una tendenza che unisce quindi due nobili scopi: gestire consapevolmente il denaro in un momento difficile a livello globale e soprattutto ridurre l’impatto ambientale causato dai consumi eccessivi.

Una scelta radicale

Nel contesto attuale, sia nel mondo reale sia in quello virtuale, la #nospendchallenge spicca come una sfida tutt’altro che frivola. Prendersi questo impegno implica una decisione radicale: non acquistare nulla che non sia strettamente necessario per un periodo predeterminato, che può variare da una settimana a un anno. Tuttavia, alcune spese fondamentali, come il mutuo, le bollette, il cibo, i medicinali e gli acquisti obbligati, rimangono escluse dalla sfida.

Una pianificazione attenta

Affrontare la no spend challenge richiede una pianificazione attenta. Vanno infatti stabilite in anticipo le voci essenziali da otto ciò che può essere sacrificato. Ad esempio, gli esperti consigliano di dire no all’acquisto di libri se in casa ce ne sono già molti altri da leggere, riscoprendo invece l’utilità delle biblioteche. Allo stesso modo, dovrebbero essere evitati vestiti, pranzi fuori, cibi non salutari, cosmetici, device elettronici, media in streaming e molti altri acquisti superflui dovrebbero essere evitati.

Consapevolezza sull’impatto ambientale dietro i nostri acquisti

Il cuore della sfida risiede nella consapevolezza dell’impatto ambientale che gli acquisti hanno. La sovraproduzione, soprattutto nell’industria della moda, ha generato costi ecologici incontrollabili. La Generazione Z, attenta alle questioni ambientali, si sta impegnando attivamente in questa sfida come forma di protesta contro il consumismo senza freni e la produzione non sostenibile.

La pandemia ha amplificato il ricorso degli acquisti online, riferisce Adnkronos, con ulteriori conseguenze ambientali derivanti dagli imballaggi e dal trasporto. La “no-spend-challenge” mira a interrompere il circolo vizioso degli acquisti compulsivi, promuovendo l’economia circolare e la consapevolezza delle reali necessità.

Imparare a gestire le finanze

Inoltre, la sfida vuole anche insegnare ai più giovani a gestire in maniera migliore le finanze. I ragazzi della Generazione Z, così come le donne, sono considerati elementi vulnerabili nell’ambito dell’educazione finanziaria. La #nospendchallenge può rappresentare uno strumento per riflettere su ogni acquisto, promuovendo una gestione più consapevole delle proprie disponibilità economiche.

In conclusione, la no spend challenge dimostra che si può vivere con meno, contribuendo al benessere personale, all’ambiente e alla salute finanziaria. La sfida va oltre la mera restrizione economica, fungendo da catalizzatore per cambiamenti positivi nella vita quotidiana.

Google: nuova politica sulla condivisione dei dati in Europa

Una nuova politica in risposta all’Atto dei Mercati Digitali della UE (DMA) permette agli utenti di Google di optare per la non condivisione dei dati su tutti, alcuni o nessuno dei servizi offerti dal motore di ricerca. I servizi elencati includono YouTube, Search, i servizi pubblicitari, Google Play, Chrome, Google Shopping e Google Maps.

È questa la modifica alla policy annunciata dal gigante di Mountain View, un provvedimento che permetterà agli utenti in Europa di decidere con precisione quanto e con chi sono disposti a condividere i propri dati.

Previste regole aggiuntive sull’interoperabilità e sulla concorrenza

Tuttavia, la policy non è totale. Google continuerà infatti comunque a condividere i dati degli utenti quando sia necessario per completare un’operazione, come, ad esempio, quella di effettuare un acquisto su Google Shopping tramite Google Pay, al fine di ottemperare alla legge, prevenire frodi o proteggersi dagli abusi.

In realtà non si tratta della modifica più significativa che Google dovrà apportare per conformarsi al DMA, che entrerà in vigore il 6 marzo prossimo. La legge prevede anche regole aggiuntive sull’interoperabilità e sulla concorrenza. Ad esempio, Google dovrà smettere di trattare i propri servizi in maniera più favorevole rispetto ad altri servizi di terze parti nella classificazione di Search.

L’Europa non è l’unica a preoccuparsi

La UE non è l’unica ad avere sollevato preoccupazioni riguardo alle enormi quantità di dati degli utenti raccolte da Google.
Negli Stati Uniti, il Dipartimento di Giustizia ha citato in giudizio la società californiana in quello che è probabilmente il più grande processo antitrust nel paese dal caso contro Microsoft negli anni ‘90.

In uno dei suoi argomenti, il Dipartimento di Giustizia ha sostenuto che la grande quantità di dati degli utenti raccolti da Google nel corso degli anni ha portato a un meccanismo atto a garantire che l’azienda rimanga il motore di ricerca leader nel mondo.

Gli utenti dovranno scegliere tra privacy e comodità

Tuttavia, riferisce Adnkronos, le nuove modifiche introdotte da Google a causa del DMA comporteranno alcuni compromessi per gli utenti che vogliono proteggere i propri dati.
L’azienda ha fatto notare che se un utente decide di scollegare Search, YouTube e Chrome, ciò influenzerà le raccomandazioni personalizzate su YouTube. 

Se invece Search e Maps vengono scollegati, Google Maps non sarà più in grado di suggerire luoghi (come, ad esempio, ristoranti) in base alle attività precedenti.
Gli utenti di Google dovranno scegliere tra la loro privacy e la comodità di avere i servizi Google connessi tra loro. Ma, almeno in Europa, avranno la possibilità di essere più precisi nel definire dove tracciare la linea.

In arrivo dalla UE la prima legge al mondo per regolamentare l’AI

Si tratta di una normativa senza precedenti a livello globale, che intende garantire la sicurezza e il rispetto dei diritti fondamentali e dei valori europei da parte dei sistemi di Intelligenza artificiale immessi sul mercato.
Dopo una maratona di negoziati durata tre giorni il Consiglio UE e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo sulla proposta di norme armonizzate sull’Intelligenza artificiale. 

L’idea principale è regolamentare l’AI in base alla capacità di causare danni alla società: maggiore è il rischio, più severe sono le regole.
La stragrande maggioranza dei sistemi di AI rientra però nella categoria del rischio minimo, pertanto, beneficeranno di un ‘free-pass’.

I sistemi considerati ad alto rischio

Le sandbox normative faciliteranno l’innovazione responsabile e lo sviluppo di sistemi AI conformi. Quindi, i sistemi identificati ad alto rischio saranno tenuti a rispettare requisiti rigorosi.

Esempi di sistemi di AI ad alto rischio includono alcune infrastrutture critiche, come nei settori acqua/gas/elettricità, dispositivi medici, sistemi per determinare l’accesso alle istituzioni educative o per reclutare persone, alcuni sistemi utilizzati nei settori delle forze dell’ordine, controllo delle frontiere, amministrazione della giustizia e processi democratici.
Sono considerati ad alto rischio anche i sistemi di identificazione biometrica, categorizzazione e riconoscimento delle emozioni.

La blacklist dei sistemi a rischio inaccettabile

Il rischio inaccettabile riguarda i sistemi di AI considerati una chiara minaccia ai diritti fondamentali delle persone, e saranno vietati.
La blacklist include sistemi o applicazioni di AI che manipolano il comportamento umano per aggirare il libero arbitrio, sistemi che consentono il ‘punteggio sociale’ da parte di governi o aziende, e alcune applicazioni di polizia predittiva.

Alcuni utilizzi dei sistemi biometrici saranno vietati, ad esempio, il riconoscimento delle emozioni sul posto di lavoro, e alcuni sistemi per la categorizzazione delle persone, o il riconoscimento facciale in tempo reale in spazi accessibili al pubblico.

Sistemi a rischi specifici a contrassegno obbligatorio 

L’accordo della UE chiarisce gli obiettivi in cui tale uso è strettamente necessario ai fini dell’applicazione della legge, e per i quali le autorità dovrebbero essere eccezionalmente autorizzate a utilizzare tali sistemi.
L’accordo prevede ulteriori garanzie, limitando le eccezioni alle vittime di determinati reati, prevenzione di minacce reali, come ad esempio, attacchi terroristici, e la ricerca di persone sospettate di gravi crimini.

Vi è poi la categoria dei rischi specifici, quali le ormai famose chatbot.
Quando utilizzano le chatbot, riporta AGI, gli utenti dovrebbero essere consapevoli che stanno interagendo con una macchina. Deepfake e altri contenuti generati dall’AI dovranno essere etichettati come tali.
Inoltre, i fornitori dovranno progettare sistemi in modo che i contenuti audio/video/testo/immagini sintetici siano contrassegnati e rilevabili come generati o manipolati artificialmente.

Big Data: in Italia un mercato da 2,85 miliardi di euro

In Italia nel 2023 la spesa delle aziende in infrastrutture, software e servizi per la gestione e l’analisi dei dati cresce del +18%, raggiungendo il valore di 2,85 miliardi di euro. L’83% è imputabile a grandi imprese, il 17% a microimprese e Pmi.

La crescita è trainata dalla componente Cloud (27% del mercato), particolarmente marcata nel settore manifatturiero e nel comparto Telco e media. GDO/Retail, PA e Sanità registrano una crescita in linea con la media di mercato, mentre il settore bancario è primo per spesa in ambito gestione e analisi dati in relazione al budget ICT.
Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Big Data & Business Analytics della School of Management del Politecnico di Milano.

Migliora la maturità delle grandi aziende

Secondo il Data Strategy Index cresce la percentuale di grandi aziende italiane di livello avanzato (20% vs 15% nel 2022), ma un terzo (32%) è ancora immaturo o ai primi passi.
All’interno delle organizzazioni sono ormai diffuse figure professionali per la valorizzazione dei dati. Il 77% delle grandi aziende ha già un Data Analyst, il 49% un Data Scientist e il 59% un Data Engineer. Tuttavia, il 77% ha difficoltà a trovare le figure richieste.

Sul fronte delle Pmi, 4 su 10 non hanno alcuna figura dedicata, neanche parzialmente, all’analisi dei dati.
Il 57% si è dotata di un software di data Visualization & Reporting (+8% sul 2022), ma si tratta per lo più di un utilizzo sporadico, con investimenti molto contenuti. Il foglio elettronico rimane ancora estremamente diffuso.

Cresce la spesa per gli Analytics

“Nel 2023 cresce la spesa per gli Analytics, e il livello di maturità delle imprese italiane nella gestione dei dati – spiega Alessandro Piva, responsabile della ricerca dell’Osservatorio -. Tuttavia, il forte interesse non corrisponde sempre a un cambio di rotta decisivo: sono ancora una minoranza le organizzazioni con una Data Strategy di livello corporate. Serve un ulteriore salto per cogliere le opportunità offerte dalle nuove frontiere tecnologiche, tra tutte l’Intelligenza artificiale generativa. Le aziende più mature stanno già sperimentando nell’ambito gestione e analisi dei dati con la Generative AI, alla ricerca di nuove strade per estrarre insight di valore da dati non strutturati o migliorare il processo di gestione e analisi”.

Obiettivo: costruire una buona data experience

“Il grande interesse suscitato nel 2023 per la Generative AI ha contribuito ad accendere i riflettori sull’importanza di avere a disposizione dati di buona qualità, fondamenta per rendere affidabili, e dunque utilizzabili, i risultati degli algoritmi – aggiunge Carlo Vercellis, responsabile scientifico -. Mentre l’innovazione avanza, però, la situazione di incertezza economica e geopolitica rischia di far ritardare gli investimenti, non tecnologici, ma soprattutto organizzativi e culturali, per proseguire nel percorso di valorizzazione dei dati. L’obiettivo delle imprese deve essere quello di costruire una buona data experience, intesa come l’esperienza complessiva di un utente in ogni fase di relazione con i dati, capace di fare la differenza nell’impatto di soluzioni di Analytics”.

Mercato Cloud: si consolida nel panorama aziendale italiano

Il mercato Cloud italiano nel 2023 ha registrato una crescita significativa, raggiungendo un valore complessivo di 5,51 miliardi di euro, in aumento del 19% rispetto al 2022. Questo segnala un consolidamento della presenza del Cloud nel panorama aziendale italiano, nonostante alcune sfide legate alla situazione geopolitica, alla crisi energetica e all’inflazione crescente che potrebbero influenzare il settore.

Il comparto Public & Hybrid Cloud cresce del 24%

Tra le componenti del mercato Cloud, il Public & Hybrid Cloud, che comprende servizi forniti da provider esterni e l’interconnessione tra Cloud pubblici e privati, ha evidenziato la crescita più significativa, raggiungendo una spesa di 3,729 miliardi di euro, con un aumento del 24% rispetto all’anno precedente. Questa componente sta diventando sempre più rilevante, evidenziando l’importanza della flessibilità nell’ambiente Cloud.

Le grandi imprese concentrano l’87% della spesa totale

La spesa Cloud in Italia è principalmente rappresentata dalle grandi imprese, che contribuiscono all’87% della spesa totale. Tuttavia, anche le piccole e medie imprese (PMI) stanno adottando servizi in Public Cloud in modo crescente, con una crescita del 34% rispetto al 2022, raggiungendo un totale di 478 milioni di euro.
Nel dettaglio, i servizi infrastrutturali (IaaS) sono cresciuti del 29% raggiungendo 1,511 miliardi di euro, equiparando la quota rappresentata dai servizi Software (SaaS). Questo aumento è stato sostenuto dagli investimenti delle grandi imprese in progetti strategici pluriennali, con contratti a tariffe bloccate, che hanno contribuito a mitigare gli effetti dell’inflazione. Il settore del Public & Hybrid Cloud è trainato principalmente dallo IaaS, che ora rappresenta il 41% del mix complessivo.

Inoltre, il Platform as a Service (PaaS) ha registrato un aumento del 27% raggiungendo 686 milioni di euro, grazie alle opportunità legate all’Intelligenza Artificiale e all’analisi dati. Il Software as a Service (SaaS) ha registrato un aumento del 19%, raggiungendo un valore complessivo di 1,532 miliardi di euro.

La trasformazione? Passa da una nuova cultura organizzativa 

Nonostante il successo del Cloud tra le grandi imprese, le sfide principali per una vera trasformazione digitale rimangono. Inoltre, esiste ancora una cultura organizzativa diffusa che misura l’efficacia del Cloud principalmente in base al risparmio sui costi rispetto a una configurazione on-premise, invece di considerarlo come un abilitatore dell’innovazione.

Questo aspetto ostacola la vera trasformazione. Infine, la gestione finanziaria del Cloud è diventata una sfida per molte organizzazioni, con il 74% che continua a gestire risorse e costi del Cloud secondo le logiche tradizionali dei sistemi on-premise. Ciò comporta difficoltà gestionali e può portare alla riduzione di servizi. Pertanto, per affrontare questa sfida, è necessario adottare approcci innovativi come il FinOps e sviluppare una maggiore maturità nella gestione dinamica delle risorse economiche dedicate al Cloud.

Cybersecurity: aumentano i furti di dati e gli alert sul dark web

Nel primo semestre dell’anno il numero di account che in tutto il mondo hanno visto compromesse le proprie credenziali è aumentato significativamente, spesso in combinazione con altri dati estremamente preziosi per gli hacker. Continuano quindi ad aumentare le attività fraudolente degli hacker, con il conseguente aumento anche del numero degli alert inviati sul dark web, arrivato a 911.960, per una crescita del +17,9% rispetto al secondo semestre 2022. Sull’open web, invece, il numero degli alert inviati è stato di oltre 45.600, segnando però una decrescita del -26,9% rispetto allo stesso periodo. Sono alcune delle evidenze principali emerse dall’ultima edizione dell’Osservatorio Cyber realizzato da CRIF.

“Le credenziali di account sono sempre più appetibili per i frodatori”

“Le evidenze dell’Osservatorio Cyber ci fanno riflettere sui rischi relativi alla circolazione dei nostri dati online – commenta Beatrice Rubini, Executive Director di CRIF -. In particolare, le informazioni di contatto e le credenziali di account diventano sempre più appetibili per i frodatori, rendendo possibili truffe e furti di identità. Infatti, se i criminali riescono a entrare in possesso di molteplici dati personali che aiutano a completare il profilo della vittima, riescono a progettare meglio gli attacchi, sfruttando anche tecniche di social engineering”.
Ma un’altra minaccia in forte crescita soprattutto per le aziende è il ransomware. Attraverso la double extortion, la duplice estorsione, oltre a subire il furto e la compromissione di informazioni sensibili, aumenta anche il rischio che queste vengano diffuse sul dark web. 

Il fenomeno in Italia

Per quanto riguarda l’Italia nel primo semestre 2023 oltre il 40% degli utenti ha ricevuto un alert relativo ai propri dati. Più in particolare, si rileva un aumento complessivo degli alert inviati relativamente a furto di dati monitorati sul dark web: praticamente 4 utenti su 5 hanno ricevuto avvisi di questo tipo. Sul web pubblico, invece, dove i dati sono praticamente accessibili a chiunque, gli utenti allertati sono stati il 20,5%. Qui i dati più frequentemente rilevati sono stati il codice fiscale (55,1%) e l’indirizzo email (32,3%), seguiti da numero di telefono (7,6%), username (2%) e indirizzo postale (3%).

Cosa fare?

“Bisogna prestare particolare attenzione alle e-mail e ai messaggi che riceviamo ogni giorno, allenandosi a riconoscere i tentativi di truffe e phishing – consiglia Beatrice Rubini -. È importante non cliccare sui link contenuti nelle email o negli sms sospetti, e soprattutto, non rispondere fornendo dati personali a messaggi apparentemente inviati dalla nostra banca o da un’altra azienda, controllando sempre il numero di telefono o l’indirizzo email del mittente. Diventa quindi sempre più importante per aziende pubbliche e private sviluppare sistemi di vulnerability assessment e fare campagne di sensibilizzazione interna dei propri dipendenti. Dall’altro lato, è consigliabile per i consumatori gestire i propri dati in maniera scrupolosa, affidandosi anche a strumenti che oggi permettono di proteggere i dispositivi e monitorare i nostri dati”.