Moda sostenibile: in Italia ‘vola’ il second hand

Il 74% degli italiani si dichiara interessato alla moda sostenibile, senza alcuna differenza tra le diverse generazioni. Al contempo, l’impatto della moda in termini di inquinamento è ancora sottovalutato. Soltanto l’11% considera il settore della moda uno dei più inquinanti. Inoltre, il concetto di moda circolare, che il 31% degli italiani dichiara di conoscere, viene associato principalmente ai suoi aspetti più concreti e creativi di recupero, riadattamento e riciclo.

È quanto emerge dai risultati dell’indagine di Ipsos dal titolo ‘Second hand, first choice?’.
Lo studio ha indagato le opinioni degli italiani sul fenomeno del second hand e il concetto di moda sostenibile, coinvolgendo generazioni diverse con differenti attitudini ai consumi e vari livelli di competenze digitali.

Il lato concreto del fashion

Il fashion, benché coinvolga principalmente leve emozionali e si connetta con l’autostima e il desiderio di autorappresentazione, ha in sé anche una natura concreta e tangibile. La moda si tocca, si prova, si sperimenta, si vive.

È fondamentale, quindi, che le campagne di comunicazione delle aziende del settore raccontino ed espongano progetti reali, per non trasformare l’azione pubblicitaria in un potenziale boomerang.
Un’azione che coinvolga direttamente i consumatori è proprio quella della vendita dei propri capi usati. Il mercato del second hand comprende infatti sia la vendita sia lo scambio.

GenZ compra e vende di più

Secondo l’indagine, il 29% degli intervistati dichiara di essere attivo nella vendita dei propri capi di abbigliamento, mentre si dedica esclusivamente all’acquisto una percentuale più alta (47%),

In generale, la maggior parte degli acquisti degli italiani riguarda abbigliamento generico (72%) e borse (27%), e per il 63% marchi non di lusso, rispetto ai marchi di lusso (37%). 
In particolare, gli attori principali del second hand italiano sono le ragazze e i ragazzi della GenZ, al primo posto tra le generazioni per percentuale di acquirenti (26%), e venditori (10%).

Negozi e mercatini resistono all’assalto delle piattaforme 

I negozi fisici, i mercatini e le fiere rimangono i canali di acquisto preferiti (79%), rispetto agli acquisti online (39%) e alle piattaforme come Vinted (31%). Il primo motivo che fa preferire l’acquisto di un indumento di seconda mano è il risparmio economico (69%), mentre ciò che blocca maggiormente è il pregiudizio sulla scarsa igiene (55%).

Insomma, il sondaggio mostra un fruitore interessato a evitare sprechi (54%), desideroso di dare nuova vita e storia ai propri abiti (46%) e guadagnare dalla vendita di un capo usato (28%). Un consumatore, però, che a volte non sa ancora dove comprare second hand (21%), incerto sulle sue scelte (20%) e preoccupato per il fitting del capo (19%).

Vacanze col tranello per 1,8 milioni di italiani

Aumentano i prezzi, anche delle vacanze, e tanti italiani sono spinti a cercare soluzioni per risparmiare. Ma il rischio di cadere in una frode è dietro l’angolo, tanto che nell’ultimo anno 1,8 milioni di italiani sono incappati in una truffa durante la prenotazione delle vacanze. E quasi un truffato su 2 non è riuscito a recuperare i soldi persi.

Secondo un’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research e Bilendi, il danno complessivo stimato è pari a 643 milioni di euro. Ma nonostante numeri così importanti, in tanti non hanno denunciato l’accaduto. Tra chi ha ritenuto di non riuscire a recuperare i soldi e chi ha pensato che il danno fosse basso, 4 su 10 hanno deciso di non rivolgersi alle autorità.
Insomma, risparmiare è buona cosa, ma diffidare di prezzi troppo bassi è altrettanto corretto. Dietro a offerte fuori mercato non si nasconde l’affare della vita.

L’incubo della casa fantasma

Un caso ricorrente è quello della ‘catapecchia’ pubblicizzata come sistemazione da sogno, ma che una volta arrivati a destinazione, si trasforma in un incubo (30%).
Eppure, gran parte di chi si è ritrovato in questa casistica pur di non rinunciare alla vacanza ha accettato la situazione (69%). Solo il 21% ha alzato i tacchi senza saldare il conto.
C’è anche chi ha scoperto che la sistemazione era occupata da altre persone (19%).

Ma la truffa più grave è sicuramente quella della casa fantasma, un raggiro che ha rappresentato all’incirca il 63% degli eventi fraudolenti andati in porto.

I giovani ci cascano di più

La casa vacanza è la sistemazione più frequentemente oggetto di truffa o tentativo di frode (42%), seguita dai B&B (35,3%) e gli hotel (17%).
Se la maggior parte di chi è caduto in queste trappole si è accorto del problema prima di partire, per circa 550mila vacanzieri l’amara verità è arrivata solo dopo essere giunti sul posto.

A incappare in frodi o tentativi di truffe legati a viaggi e vacanze sono soprattutto i ragazzi con età compresa tra 18 e 24 anni. Spinti dalla voglia di risparmiare, e forse anche da un po’ di ingenuità, sono caduti più spesso in trappola di chi è più maturo (27% vs 14% nazionale). Il campione più attento è risultato infatti quello dei viaggiatori over65, di cui meno del 5% si è trovato in questa situazione.

Portale, social, cartello: dove piazzare la trappola?

I dati parlano chiaro: non esistono tipologie di strutture o canali di prenotazione immuni dalle truffe.
I malfattori cercano di muoversi dove hanno più probabilità di trovare vittime, pertanto, non sorprende come nel 36% dei casi la truffa o il tentativo di frode siano passati attraverso un portale di prenotazione.

Il secondo canale più utilizzato è rappresentato dai social network (35%): l’assenza di controlli da parte delle piattaforme semplifica la vita dei malviventi, che possono muoversi con maggiore libertà.
Quasi 800mila truffati, invece, sono caduti in trappola su un portale di annunci generico o immobiliare, mentre il classico cartello di affitto ha fatto cadere in inganno il 4% degli intervistati.

Stereotipi al lavoro: Junior e Senior minacciati dallo stesso problema

I giovani e i lavoratori più anziani sono oggetto di preconcetti sul lavoro che vogliono gli uni poco disponibili a prendersi responsabilità, con nessuna propensione alla leadership, gli altri poco creativi e innovativi, e senza capacità di aprirsi alle novità.
Insomma, sono gli stereotipi la minaccia più grande sul lavoro per la GenZ e i lavoratori senior.

Naturalmente, questo non fa bene a loro e non fa bene alle aziende. Entro il 2031 un lavoratore su quattro avrà più di 55 anni, ma solo il 4% delle aziende ha attivato programmi per facilitare le relazioni tra le generazioni. Obiettivo? Valorizzare entrambe superando i luoghi comuni.

Accresce le differenze tra generazioni e le difficoltà di integrazione

Eppure la convivenza in ufficio non solo è possibile ma sarebbe anche generativa di maggiore produttività ed efficacia, per entrambe le categorie di lavoratori.
I dati dell’Osservatorio Vita-Lavoro di Lifeed, che monitora oltre 70.000 partecipanti alla piattaforma Lifeed, rivelano che a causa di questi stereotipi le imprese ‘lasciano a casa’ il 70% di competenze che le persone allenano ed esprimono nella vita privata.

Secondo i dati, ad esempio, i lavoratori over 50 sviluppano le proprie competenze di innovazione nell’esperienza genitoriale e nella gestione del percorso scolastico dei propri figli.

Age diversity, un tesoro ancora sottovalutato

Anche il caregiving e l’essere figlio prendendosi cura di un genitore durante una malattia, rappresenta per il 56% dei più anziani una vera e propria palestra di competenze di innovazione, come la flessibilità e la gestione del rischio.
I giovani, d’altra parte, hanno sviluppato competenze di leadership durante diverse transizioni di vita, tra cui la nascita di un figlio (vissuta da circa 6 partecipanti su 10) e la malattia o la perdita di un genitore (vissuta da 1 partecipante su 4).
Ma tutto ciò resta fuori da quelle aziende che si limitano a vedere il ruolo professionale e non quelli privati delle loro risorse.
Lavoratori senior e giovani, infatti, sono più simili di quanto si immagini, con competenze uniche e complementari che devono essere integrate sul lavoro. È questo il cuore pulsante dell’age diversity, un tesoro ancora largamente sottovalutato dalle aziende.

Il futuro è multigenerazionale

“In un mondo del lavoro sempre più dinamico, la diversità generazionale diventa un motore di innovazione fondamentale per la crescita delle imprese -afferma Chiara Bacilieri, responsabile Innovazione Lifeed -. Per valorizzare l’enorme potenziale dell’age diversity, ci sono alcune buone pratiche: percorsi di formazione che coinvolgano sia i giovani sia i senior per apprendere reciprocamente, abilitare i giovani a condividere nuove metodologie di lavoro e nuovi modelli di leadership, mentre i senior trasmettono le strategie acquisite nel corso della loro carriera. Il dialogo tra generazioni è una priorità per il successo delle aziende, ma anche per il progresso sociale. Il futuro è multigenerazionale”.

Vacanze al mare: una giornata in spiaggia costa fino a 700 euro

Lo ha scoperto il Codacons: quest’anno per l’affitto di ombrellone e lettino sulla spiaggia si arriva a spendere quasi a 700 euro al giorno. E dal nord al sud della penisola si registrano ritocchi dei listini dal +3% al +5% per i servizi balneari.
Secondo l’associazione, che ha realizzato un’indagine sui lidi più costosi d’Italia, per affittare un ombrellone e due lettini durante il weekend in uno stabilimento standard la spesa media si attesta tra 32 e 35 euro al giorno, ma le  differenze sul territorio sono piuttosto forti.

A Sabaudia, ad esempio, servono fino a 45 euro, che arrivano a 90 a Gallipoli e toccano i 120 in alcune località della Sardegna.
Se però ci si sposta nelle spiagge di ‘lusso’, la spesa supera 500 euro al giorno.

Un gazebo al Cinque Vele Beach Club di Marina di Pescoluse costa 696 euro

Al Cinque Vele Beach Club di Marina di Pescoluse, in provincia di Lecce, un gazebo con due sedute in prima fila ubicato nell’area ‘Exclusive’ ad agosto arriva a costare, se prenotato oggi con opzione rimborsabile, ben 696 euro al giorno.

Servono invece 600 euro, come lo scorso anno, per una tenda araba presso il Twiga di Forte dei Marmi comprensiva di sofà, 2 letti king size, 2 lettini standard, 1 sedia regista e 1 tavolino.
Per una giornata al mare nella spiaggia del prestigioso Hotel Excelsior del Lido di Venezia, la spesa per una capanna in prima fila è di 515 euro, ma con 2 sdraio, 2 lettini, lenzuolo, cuscino, asciugamano, tavolo, armadio, specchio, attaccapanni.

Sanzionare l’utilizzo di concessioni balneari oggetto di proroga illegittima

Al beach club dell’Augustus Hotel di Forte dei Marmi si spendono 500 euro per una tenda in prima fila. Stessa spesa al Nikki Beach Costa Smeralda, dove per l’Iconic Beach bed servono 270 euro, ma occorre aggiungere una consumazione minima da 230 euro per vino o champagne, per un totale appunto di 500 euro al giorno.
E proprio in tema di spiagge e stabilimenti balneari il Codacons, a seguito della decisione del Consiglio di Stato sulle proroghe delle concessioni, ha avviato una nuova iniziativa legale: l’associazione ha presentato una diffida alle Capitanerie di porto di tutta Italia chiedendo di “sanzionare l’utilizzo di concessioni balneari oggetto di proroga illegittima, garantendo in tal modo il pieno utilizzo delle spiagge italiane ai cittadini”.

I cittadini devono poter usufruire delle spiagge

Il Codacons alla luce della sentenza del Consiglio di Stato ritiene che “le proroghe delle concessioni balneari agli stabilimenti debbano essere considerate invalide. Pertanto le spiagge italiane, in assenza di valide concessioni, poiché appartengono al patrimonio dello Stato, possono essere utilizzate da tutti i cittadini liberamente. Allo stato attuale è legittimo ritenere che i cittadini possano usufruire delle spiagge come ‘libere’, portando ombrelloni e lettini anche lì dove sorgono gli stabilimenti. E, d’altra parte, i gestori di tali stabilimenti, ove titolari di concessioni scadute, nulla possono eccepire dinanzi al comportamento descritto”.

Smartphone: gli iPhone dominano l’usato 

Crescono la domanda e l’offerta di prodotti second hand, anche per quanto riguarda l’elettronica di consumo, in particolare, gli smartphone. Una crescita che riflette l’interesse dei consumatori italiani per dispositivi di alta qualità ma prezzi più accessibili. Ed è Apple a dominare questo mercato. Gli iPhone usati rappresentano infatti l’80% delle compravendite di dispositivi mobili di seconda mano.

Un’analisi di WeFix.it mostra come nell’ultimo anno siano i modelli 11, 12 e 13 della Mela a dominare le compravendite, sia tra i privati sia tra utenti e professionisti di elettronica di consumo. 

I modelli con più appeal regione per regione 

La mappa regionale dei modelli più venduti vede l’iPhone 11 dominare le vendite nel Lazio, con il 17,22% del totale delle offerte, seguito da Campania (16,55%) e Lombardia (14,56%).
Il prezzo medio per un iPhone 11 usato è 252,57 euro, con una capacità di 128 GB e una batteria in media all’87% della sua capacità originale. I colori più popolari per l’iPhone 11 sono nero (48,97%) e bianco (24,01%).

L’iPhone 12 è invece particolarmente popolare in Campania (16,84%), Lombardia (15,79%) e Lazio (12,42%). Il suo prezzo medio di vendita è 349,76 euro, e le sue caratteristiche tipiche includono una batteria all’86%. Quanto alle preferenze di colore, è in testa il nero (44,89%), seguito dal blu (21,06%).

Lazio in testa per numero di iPhone 11 venduti

Per l’iPhone 13, la Lombardia è la regione leader, con il 18,79% delle offerte, seguita da Campania (17,41%) e Lazio (12,07%). Il prezzo medio per questo modello è 475,86 euro, con una batteria al 91%. Anche per l’iPhone 13, il colore più richiesto è il nero (44,7%), seguito dal bianco (21,04%).

Le regioni italiane dove si sono svolte le maggiori compravendite di iPhone usati sono il Lazio, al primo posto per la compravendita di iPhone 11, la Campania, che guida la classifica per l’iPhone 12, e la Lombardia, in testa per l’iPhone 13.

Le donne offrono prodotti meglio conservati

“Un aspetto cruciale per chi acquista un iPhone usato è lo stato della batteria – spiega Joseph Caruso, responsabile del dipartimento analisi di WeFix.it -. In media, una batteria perde una parte significativa della sua capacità dopo 17/19 mesi. Anche il colore ha la sua attrattività: il pesca è generalmente il meno costoso, mentre, possiamo verificare dai dati, che la Valle d’Aosta è la regione che preferisce maggiormente i dispositivi di colore bianco. Un altro aspetto da sottolineare è che sono le donne, in generale, a mantenere i loro iPhone in condizioni migliori rispetto agli uomini, anche se i loro annunci sono meno dettagliati. Infine, le donne tendono a vendere i loro dispositivi a prezzi leggermente più alti. Da sottolineare, inoltre, che circa il 73% degli utenti preferisce comperare da professionisti del settore elettronica o da piattaforme di e-commerce piuttosto che tra privati, e che i dispositivi riacquistati sono prevalentemente provenienti da fuori Italia”.

Perchè gli italiani temono il declassamento sociale?

Come si “sentono” gli italiani rispetto alla loro condizione sociale ed economica, e soprattutto come percepiscono la loro situazione rispetto al recente passato? Le notizie non sono confortanti. Il 54,2% dei nostri connazionali avverte un declassamento sociale, una sensazione condivisa dal 48,4% del ceto medio, dal 66,7% dei ceti popolari e dal 42,2% dei benestanti. Anche il 45,7% dei dirigenti, il 54,5% degli imprenditori, il 50% degli impiegati e insegnanti, e il 59,1% degli operai sentono di retrocedere nella scala sociale.

Il tenore di vita è in caduta

Il 59,7% degli italiani percepisce un calo nel tenore di vita. Questo sentimento è comune al 53,4% del ceto medio, al 74,4% del ceto popolare e al 40% dei benestanti. Inoltre, il 74,4% di chi guadagna fino a 15.000 euro, il 63,6% tra 15.000 e 35.000 euro, il 52,1% tra 35.000 e 50.000 euro, e il 40,3% oltre i 50.000 euro percepiscono una diminuzione del loro benessere.

Chi è il “ceto medio”?

Il 60,5% degli italiani si identifica nel ceto medio, il 33,8% nel ceto popolare e il 5,7% tra i benestanti. Tra chi ha un reddito fino a 15.000 euro, l’11,3% si sente ceto medio, mentre il 46,4% tra 15.000 e 34.000 euro, il 26,7% tra 35.000 e 50.000 euro, e il 15,6% oltre i 50.000 euro si identificano in questa categoria. Le percentuali sono più alte al Centro (66,3%) e al Nord-Ovest (62,3%), rispetto al Sud-Isole (55,5%).

Percezione della mobilità sociale

Il 76% degli italiani ritiene che salire nella scala sociale sia sempre più difficile. Questa convinzione è condivisa dal 74,7% del ceto medio, dal 79,5% dei ceti popolari e dal 68,3% dei benestanti. Tra i redditi fino a 15.000 euro, il 78,5% sente questa difficoltà, così come il 78,9% tra 15.000 e 35.000 euro, il 77% tra 35.000 e 50.000 euro, e il 64,2% oltre i 50.000 euro.

Messe peggio le nuove generazioni?

Il 66,6% degli italiani pensa che le generazioni passate vivessero meglio, con il 65,7% del ceto medio, il 70,1% dei ceti popolari e il 56,7% dei benestanti che condividono questa opinione. Inoltre, il 76,1% ritiene che le future generazioni vivranno peggio di quelle attuali, includendo il 75,1% del ceto medio, il 77,1% dei ceti popolari e il 78% dei benestanti.

Rapporto Cida-Censis

Questi dati emergono dal Rapporto Cida-Censis “Il valore del ceto medio per l’economia e la società”, commissionato dalla Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità (Cida) e presentato durante un convegno alla Camera dei Deputati.

Perché in Italia l’elettricità costa più della media dei Paesi UE?

Nel corso del 2023, gli italiani hanno dovuto affrontare un’ondata di costi energetici. Una serie di aumenti che hanno avuto inevitabilmente un impatto sui budget familiari. Secondo i dati elaborati da Facile.it, il costo medio della bolletta elettrica per le famiglie italiane è stato di oltre 960 euro, una cifra che, confrontata con la media europea, rappresenta un’eccedenza del 23%. Questo dato mette in luce un divario notevole nelle spese energetiche tra l’Italia e il resto dell’Unione Europea.

Fino a 180 euro in meno in bolletta

Se le tariffe applicate in Italia fossero allineate alla media europea, la spesa annua delle famiglie italiane si alleggerirebbe di circa 180 euro. Tuttavia, nel secondo semestre del 2023, l’Italia si è classificata come il sesto paese più costoso in Europa per quanto riguarda le tariffe elettriche, con un costo medio di 0,3347 €/kWh, tasse ed oneri inclusi. Nonostante un calo dei prezzi rispetto al semestre precedente, questo decremento non è stato sufficiente per ridurre il divario con gli altri paesi europei.

Dove si spende di più e dove di meno

Tra gli stati dell’UE, solo alcuni hanno registrato spese energetiche ancora più elevate rispetto all’Italia, come la Germania (+20%), l’Irlanda e il Belgio (+13%) e la Danimarca (+6%). Al contrario, ci sono stati con tariffe molto più convenienti, come la Francia (-29%), la Spagna (-43%) e la Svezia (-53%), mentre in Ungheria le tariffe sono state inferiori del 196% rispetto all’Italia.

Siamo i sesti in classifica per costi destinati alle spese energetiche

Complessivamente, nel corso del 2023, l’Italia si è posizionata come il sesto paese con le spese energetiche più elevate in Europa. Sebbene ciò possa risultare in una magra consolazione, considerare che la spesa media di circa 960 euro in Italia sarebbe stata di circa 1.100 euro in Germania e Belgio, di poco meno di 1.000 euro in Danimarca e circa 970 euro a Cipro.

Le famiglie francesi hanno speso meno di 660 euro, risparmiando circa 300 euro rispetto alle famiglie italiane, mentre in Spagna e Svezia la spesa è stata di circa 645 euro e in Grecia di 627 euro. I portoghesi hanno registrato una spesa inferiore a 590 euro, mentre in Ungheria, il paese con le tariffe più basse dell’UE, è bastato poco più di 310 euro per coprire le spese energetiche dell’intero anno.

Multe stradali: quali città hanno incassato di più nel 2023? 

Nel 2023 i tre comuni che hanno incassato i maggiori proventi da multe e sanzioni a carico di privati per violazioni delle norme del Codice della Strada sono Milano, Roma e Firenze. Rispettivamente, sono finti nelle casse dei tre comuni più di 147 milioni (Milano), 138 milioni (Roma) e 71 milioni di euro (Firenze).
Al quarto posto della “classifica”, Genova, che nel 2023 ha incassato 35,2 milioni di euro, seguita da Bologna (31,6 milioni), Napoli (22,1 milioni), Padova (21,3 milioni) e Verona (20,6 milioni).

Il dato emerge dall’analisi realizzata da Facile.it sui dati del Siope, il sistema informativo delle operazioni degli enti pubblici. 

Oltre un miliardo e mezzo di sanzioni

Complessivamente, nel 2023, i comuni italiani hanno incassato più di 1,5 miliardi di euro provenienti da sanzioni per violazioni delle norme del Codice della Strada a carico delle famiglie.
Facile.it ha poi calcolato anche il valore di ‘multa pro capite’, come rapporto tra i proventi registrati nel Siope e il numero di abitanti residenti, sebbene, va specificato, non tutte le multe vengono inflitte ad automobilisti residenti. Anzi, in alcune aree del Paese, turisti e pendolari contribuiscono in modo importante al dato complessivo.

Firenze al primo posto per importo pro capite

Limitando l’analisi ai soli comuni capoluogo di provincia emerge che al primo posto della graduatoria si trova Firenze, con una ‘multa pro capite’ pari a 198 euro. Al secondo posto si posiziona Rieti, che nel 2023 ha incassato 7,5 milioni di euro di multe, con un valore pro capite pari a poco meno di 166 euro, al terzo posto Siena, con poco meno di 134 euro pro capite e un totale pari a oltre 7 milioni di euro di multe.

Ai piedi del podio, invece, si trova Potenza, con una ‘multa pro capite’ superiore a 121 euro, e incassi complessivi pari a 7,8 milioni di euro.
Milano, in questa classifica scivola al quinto posto, con un valore pro capite pari ad ‘appena’ 108 euro.

A Carrodano nella Val di Vara 975 mila euro per 464 abitanti

Analizzando i dati relativi ai comuni italiani più piccoli, ovvero quelli con meno di 1.000 residenti, al primo posto si posiziona Carrodano nella Val di Vara, provincia di La Spezia, che conta appena 464 abitanti, ma che nel 2023 ha incassato più di 975 mila euro in multe stradali.
Al secondo posto, Colle Santa Lucia, piccolo comune di 345 abitati in provincia di Belluno, che nel 2023 ha incassato circa 747 mila euro, mentre il terzo posto se lo aggiudica un altro comune veneto, Canda, provincia di Rovigo, che conta 823 abitanti e proventi pari a oltre 426.000 euro.

Ai piedi del podio, Poggio San Lorenzo, piccolo comune in provincia di Rieti, 546 abitanti e 415.000 euro di verbali. Quinta posizione per Belmonte Castello, in provincia di Frosinone, che nel 2023 ha raccolto oltre 315.000 euro, a fronte di una popolazione residente di appena 677 individui.

Perchè in Italia diminuiscono gli imprenditori?

L’Italia occupa il 36º posto nel mondo per quanto riguarda l’inclinazione imprenditoriale del Paese. Negli ultimi dieci anni, c’è stato un marcato declino nella propensione a avviare nuove imprese. Un vero e proprio crollo, ancora più significativo nel settore manifatturiero: nel 2023, infatti, il livello di attività imprenditoriale era pari al 60% rispetto a quello registrato nel 2010.

Questi dati emergono dal Rapporto GEM Italia 2023-2024 presentato dall’Universitas Mercatorum a Roma. All’evento hanno partecipato rappresentanti istituzionali, accademici e del mondo economico.

Cos’è il GEM?

Il GEM (Global Entrepreneurship Monitor) è diventato il principale strumento di studio dell’attività imprenditoriale a livello mondiale. L’indagine del 2023 ha coinvolto 46 paesi e oltre 100.000 individui, di cui 2.000 in Italia. Il rapporto si propone di offrire una visione dettagliata della situazione imprenditoriale italiana, identificando sfide e opportunità per promuovere un maggior dinamismo imprenditoriale.

La propensione imprenditoriale non abita (più) qui

Nonostante i segnali di ripresa registrati negli ultimi periodi, riferisce Italpress, l’Italia rimane tra i paesi con una bassa propensione imprenditoriale. In particolare, si verifica una discrepanza significativa tra la volontà di avviare nuove imprese e la loro effettiva attivazione. Fattori come la minore propensione al rischio e le difficoltà normative contribuiscono a spiegare questo gap.

Il ruolo dell’istruzione e le differenze di genere

Dai dati emerge che a una maggiore scolarizzazione corrisponda una più alta capacità imprenditoriale. Il rapporto sottolinea quindi l’importanza dell’istruzione nell’incoraggiare l’imprenditorialità, con una maggiore propensione tra i laureati. L’istituzione di programmi educativi sullo specifico tema, come il Contamination Lab, diventa quindi fondamentale.

Anche le differenze di genere influenzano l’attività imprenditoriale, con un divario più ampio in Italia rispetto ad altri paesi. Il rapporto è infatti pari al 40% nel caso delle imprese già avviate, mentre sale al 60% se si considerano le persone che stanno avviando un’attività. In linea con la maggior parte delle economie avanzate, anche in Italia i tassi di attivazione imprenditoriale sono significativamente più alti per gli uomini rispetto alle donne.

Per concludere

In conclusione, il rapporto GEM Italia offre uno sguardo approfondito sulla situazione imprenditoriale nel Paese, evidenziando la necessità di affrontare le sfide e sfruttare le opportunità per promuovere un ambiente imprenditoriale più dinamico e inclusivo.

Cerchi lavoro? Attento al tuo profilo social

I social network sono entrati prepotentemente nelle nostre vite, e non solo nell’ambito personale. Sempre di più, infatti, hanno un impatto anche sulla sfera professionale. Tanto che anche gli head hunter o i responsabili delle assunzioni hanno radicalmente trasformato le modalità di ricerca del personale, ricorrendo sempre più frequentemente a tali piattaforme per individuare potenziali candidati.

Una recente indagine condotta da The Adecco Group su un campione di circa 500 recruiter ha messo in luce l’importanza dei social media nel contesto del processo di selezione del personale. Qualche dato: il 51% dei recruiter ha ammesso di aver subito un’incidenza negativa nel processo di reclutamento dopo aver esaminato i profili social dei candidati. L’indicazione è chiara: occhio ai propri profili social se si è in cerca di una nuova occupazione.

Una rivoluzione rispetto a dieci anni fa

Questo dato rappresenta un notevole aumento rispetto a dieci anni fa, quando solo il 12% dei recruiter si trovava in questa situazione, e anche rispetto al 2021, quando tale percentuale si attestava al 30,8%. Il 37% dei soggetti intervistati ha dichiarato che la presenza di foto considerate inappropriata è stata la causa principale dello scarto della candidatura. Aspiranti candidati sono stati poi “bocciati” per alcuni tratti di personalità riscontrabili nei contenuti pubblicati (per il 27%) e per  manifestazioni esplicite di discriminazione di natura sessuale e/o razziale presenti nelle interazioni online dei candidati (17%).

I recruiter fanno ricerche online

I recruiter, in effetti, dopo aver ricevuto il curriculum vitae, dichiarano di dedicare attenzione alla presenza online del candidato, focalizzandosi sulle esperienze professionali nel 65% dei casi e sui contenuti pubblicati nel 47% dei casi.

“L’uso dei social media da parte dei candidati sta sempre più influenzando le decisioni di assunzione”, ha dichiarato Lidia Molinari, direttrice dei servizi per il personale di Adecco Italia. “I dati ci dimostrano che il controllo dei social media rappresenta uno strumento cruciale nel processo di selezione per oltre la metà dei recruiter, i quali non solo sfruttano tali piattaforme per individuare talenti, ma anche per valutare i candidati”.
“A questo proposito”, ha sottolineato, “consigliamo a chiunque stia cercando opportunità lavorative di sviluppare una propria immagine digitale sui social media, tenendo conto della qualità dei contenuti prima della pubblicazione e prestando attenzione alle modalità di interazione online”.

Linkedin il social più utilizzato per la ricerca di personale

Tra i social network più utilizzati per la ricerca di candidati, LinkedIn rimane al primo posto con il 96% dei recruiter che ne fanno uso: il 67% lo utilizza per raccogliere candidature, mentre il 60% lo utilizza per la ricerca di candidati passivi, ovvero professionisti non attivamente alla ricerca di lavoro, ma per i quali l’analisi del profilo online costituisce un elemento fondamentale del processo di reclutamento.