Business e sicurezza: per le aziende è urgente ottimizzare l’uso dell’AI 

L’introduzione di ChatGPT ha segnato un punto di svolta, rendendo l’Intelligenza artificiale accessibile a tutti, e trasformando radicalmente il processo di innovazione. Ma l’AI sta anche ridefinendo i modelli di business e il panorama della cybersecurity aziendale, aprendo nuove opportunità e al tempo stesso, nuove sfide per le aziende.

In questo scenario in continua evoluzione, la figura del CIO assume un ruolo cruciale. Non solo deve facilitare l’adozione dell’AI in azienda, ma deve anche governarla, garantendo che l’innovazione avvenga in modo sicuro, efficace e strategico.
In occasione dell’evento dedicato all’ecosistema IT in Italia, organizzato da GoBeyond, sono stati presentati i risultati dello studio ‘Total Cost of Ownership dell’AI’, realizzato da IKN Italy, in collaborazione con Casaleggio Associati e Nomios.

I costi nascosti dei progetti di AI

Secondo lo studio, il 32% delle aziende intervistate non monitora il valore generato dall’AI, mentre il 28% valuta i ritorni a livello operativo, e il 60% non monitora ritorni finanziari.
Il valore generato dall’AI solo a livello finanziario viene misurato dal 16% degli intervistati, mentre il 24% monitora ritorni finanziari e operativi.

I progetti AI hanno diversi costi nascosti, che vanno dal Data preparation and governance ai costi infrastrutturali, dalla manutenzione alla formazione fino al legacy. Il technical debt vale il 20-40% dei budget tecnologici, e può rallentare lo sviluppo.
L’analisi evidenzia i costi dei vari approcci, da SaaS o applicativi installati localmente (come Copilot), a cui tutto il personale aziendale ha accesso, a LLM via API o LLM in locale.

Una necessità o una rivoluzione?

L’indagine ha rilevato inoltre che attualmente l’adozione dell’AI nelle aziende è guidata nel 50% dei casi dal CIO, nel 32% dal CDO e solo nel 18% dal CAIO. Dati che aprono una riflessione più ampia: quale valore aggiunto apportano queste figure e quale grado di coinvolgimento richiede realmente l’Intelligenza artificiale in base alle esigenze aziendali?
Parallelamente, l’integrazione dell’AI nella cybersecurity è ormai una necessità per contrastare minacce sempre più avanzate.

Se da un lato l’AI sta rivoluzionando la sicurezza informatica grazie a sistemi di rilevamento avanzato, machine learning, automazione e analisi predittiva, dall’altro rappresenta anche un’arma nelle mani dei cybercriminali, capaci di sviluppare attacchi sempre più sofisticati.

Qual è il livello di utilizzo dell’AI nella cybersecurity?

Il 22% degli intervistati dichiara che non prevede alcuna introduzione dell’AI nella cybersecurity, il 22% la introdurrà entro i prossimi 12 mesi, il 34% utilizza soluzioni AI in modo marginale. Solo il 22% la utilizza in modo esteso.

In ogni caso, per sfruttare appieno il potenziale dell’AI nella cybersecurity, le aziende devono adottare un approccio equilibrato tra innovazione e gestione dei rischi.
La ricerca sottolinea cinque strategie fondamentali per un uso sicuro ed efficace dell’AI. Ovvero, una solida strategia di cybersecurity, investimenti mirati in soluzioni AI, formazione continua, collaborazione con partner del settore e monitoraggio costante delle tecnologie implementate.

Intelligenza artificiale: garantire la sicurezza tecnologica migliora il futuro

Garantire la sicurezza dell’Intelligenza artificiale all’interno di un’azienda rappresenta una sfida complessa e relativamente nuova. Ciò dipende dal fatto che le applicazioni di AI vengono sviluppate in modo diverso rispetto a quelle tradizionali, introducendo un nuovo elemento nel panorama tecnologico: i modelli.

“A differenza delle applicazioni classiche, i modelli di AI possono presentare comportamenti imprevedibili – spiega Jeetu Patel, Executive Vice President & Chief Product Officer di Cisco -. Inoltre, la maggior parte delle aziende farà uso di numerosi modelli distribuiti tra cloud pubblici e privati. Questo panorama, caratterizzato da un approccio multi-modello, multi-cloud e multi-agente, richiede una strategia di sicurezza completamente nuova”.

Il fallimento dei modelli può avere conseguenze disastrose

“Problemi di sicurezza come distorsioni, contenuti contaminati o output inappropriati richiedono una gestione attenta, oltre alla necessità di fronteggiare minacce esterne, come attacchi mirati al furto di dati sensibili o alla compromissione della sicurezza – prosegue Jeetu Patel -. Sebbene i fornitori di modelli e gli sviluppatori di applicazioni adotteranno misure di sicurezza proprie, queste iniziative, per quanto fondamentali, risulteranno inevitabilmente frammentarie e insufficienti. I team di sicurezza dovranno disporre di un livello comune di visibilità e controllo. Sarà essenziale non solo monitorare e comprendere come e dove l’AI verrà impiegata all’interno dell’organizzazione, ma anche convalidare e applicare costantemente le politiche di protezione per il comportamento di modelli, applicazioni e agenti di AI”.

Come “difendersi” dall’AI?

Sebbene sia fondamentale muoversi rapidamente nel campo dell’Intelligenza artificiale, non bisogna mai compromettere fattori quali la sicurezza e la protezione. “Proprio per questo motivo abbiamo recentemente presentato Cisco AI Defense – aggiunge Patel -, una soluzione pensata per superare questo compromesso, offrendo la possibilità di innovare senza timori”.

Cisco AI Defense fornisce infatti una solida protezione in due aree cruciali, accesso alle applicazioni di AI e creazione ed esecuzione di un’applicazione AI.
Le applicazioni di AI di terze parti possono migliorare significativamente la produttività, ma comportano anche rischi come la perdita di dati o il download di contenuti dannosi.Ecco perchè è fondamentale affidarsi a sistemi che applicano policy che assicurano un accesso sicuro e protetto.

Convalida continua e protezione su larga scala

Ad esempio Cisco Secure Access è arricchito da protezioni avanzate specifiche per l’AI.
Nella creazione ed esecuzione di un’applicazione di AI gli sviluppatori devono avere la libertà di innovare senza dover temere vulnerabilità o problemi di sicurezza nei loro modelli. Cisco AI Defense consente di rilevare l’impronta dell’AI, convalidare i modelli per individuare eventuali vulnerabilità, applicare protezioni e farle rispettare in tempo reale su cloud pubblici e privati.

Smart Home: nel 2024 vale 900 milioni di euro, +11%

Nel 2024 in Italia il mercato della Smart Home torna a crescere, raggiungendo quota 900 milioni di euro, +11% rispetto al 2023. Un buon risultato, nonostante la fine di bonus e incentivi energetici e se confrontato con l’Europa (in media +6,5%). Quanto alla nostra spesa pro-capite, risulta ancora circa metà di quella europea (15,5 euro per abitante, rispetto a 32,5).
Il mercato Smart Home è trainato da soluzioni per la sicurezza, come videocamere, sensori per porte/finestre e serrature connesse, che rappresentano il 28% del valore.

Seguono elettrodomestici smart (19%), dispositivi per il risparmio energetico come caldaie, termostati, valvole termostatiche e condizionatori connessi (16%) e smart speaker (14%).
Sono alcuni risultati della ricerca sulla Smart Home dell‘Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano.

Sei italiani su 10 hanno oggetti smart in casa

Il 2024 ha portato novità importanti sul fronte della domanda di soluzioni smart per la casa, con un aumento della consapevolezza e della maturità dei consumatori.
Oggi 6 italiani su 10 possiedono oggetti smart in casa, anche se solo 4 su 10 li hanno connessi a Internet. In ogni caso, 1 italiano su 3 è interessato ad acquistare nuovi dispositivi in futuro.

Importanti novità anche lato offerta: aumenta la gamma di servizi attivabili dall’utente e questi sono sempre più innovativi, grazie alla valorizzazione dei dati raccolti dai dispositivi e all’integrazione delle soluzioni IoT con l’Intelligenza artificiale.
La vendita dell’hardware è un mezzo per ampliare la propria base clienti, ma le aziende sono sempre più consapevoli che il vero valore va cercato altrove.

Canali tradizionali, fatturato -5% 

Nei canali di vendita, il 2024 è stato un anno positivo per molti attori, ma non per la cosiddetta filiera tradizionale, che rispetto al 2023 ha subito una contrazione del -5% nel fatturato, pari a 345 milioni di euro, principalmente a causa della riduzione degli incentivi.

Nonostante ciò, sul lato domanda, cresce l’interesse dei consumatori verso soluzioni veicolate tramite questo canale.
E sul lato offerta, gli installatori, per tanto tempo additati come uno dei freni alla diffusione di soluzioni smart, dimostrano di iniziare a comprendere realmente le opportunità offerte dalla Smart Home.

La sfida dell’evoluzione degli ecosistemi per l’interoperabilità

“Gli ultimi mesi hanno portato importanti novità sul mercato – afferma Giulio Salvadori, direttore dell’Osservatorio -. Si assiste a una platea sempre maggiore di aziende che punta su valorizzazione dei dati, offerta di nuovi servizi e integrazione con soluzioni di Intelligenza artificiale per fidelizzare i propri clienti, garantendo un’esperienza sempre più personalizzata e creando valore grazie ai dati raccolti. Nel 2025 le sfide per la Smart Home saranno l’evoluzione degli ecosistemi per l’interoperabilità, con Matter in prima fila tra le iniziative più rilevanti, e l’arrivo del Data Act, che si propone di regolare e armonizzare l’accesso equo ai dati, inclusi quelli prodotti dagli oggetti smart in casa”.

Per la Gen Z vita online e vita offline sono disconnesse 

Secondo la ricerca condotta da Doxa, e commissionata da Lenovo in occasione del Safer Internet Day, più di un terzo dei giovani tra 18 e 28 anni (38%) pensa che sia più facile esprimersi online piuttosto che offline, mentre il 75% vorrebbe poter avere conversazioni delicate e profonde con la famiglia e i propri cari nella vita reale.

In Italia, quasi 1 giovane della Gen Z su 2 (45%) dichiara di percepire almeno ogni tanto una disconnessione tra la vita online e quella offline. E a causa di questa disconnessione, prova solitudine, frustrazione e ansia. Inoltre, in Italia quasi la metà degli intervistati della Gen Z (49%) afferma che confrontarsi con un professionista qualificato restituirebbe la fiducia necessaria a parlare più apertamente con le persone amate nel mondo reale.

“Aiutare a comprendere la natura e l’uso del digitale”

“Quando conversiamo con una macchina possiamo perdere consapevolezza di ciò che abbiamo davanti – commenta Massimo Chiriatti, Chief Technology & Innovation Officer di Lenovo in Italia -. È una condizione che può essere percepita come negativa, se utilizzata per manipolare le persone. In Lenovo, invece, abbiamo il compito di aiutare a comprendere la natura e l’uso del digitale, che è esterno agli umani. Al tempo stesso, mettendo a disposizione le nostre soluzioni, riteniamo che la tecnologia sia uno strumento fondamentale per medici, professionisti ed esperti della salute mentale”.

Gli under 26 chiamano il Telefono Amico

In occasione della giornata mondiale per la sicurezza in rete, Lenovo ha annunciato la collaborazione con ‘Telefono Amico Italia’, il servizio telefonico e messaggistica di testo gratuito e confidenziale, disponibile 7 giorni su 7.
Nel 2024 Telefono Amico ha gestito oltre 12 mila richieste di aiuto provenienti da under 26, un dato in costante crescita negli ultimi 4 anni.

Attualmente, i giovani rappresentano oltre il 30% dell’utenza del servizio di ascolto via e-mail e quasi il 40% dell’utenza del servizio di ascolto via WhatsApp. Quest’ultimo è un servizio aperto a tutti, ma istituito proprio per offrire ai più giovani un canale di comunicazione più vicino alle loro esigenze e più affine alle loro abitudini.

Un podcast per aprire un dialogo “senza filtri” con i giovani

Per stimolare il confronto sulle sfide alla salute mentale che vivono i giovani, Lenovo ha anche promosso un podcast, ‘Tentativi di connessione’, realizzato in collaborazione con la youtuber e scrittrice Sofia Viscardi.

Si tratta di quattro episodi che raccontano come le nuove generazioni vivono il rapporto tra vita online e offline ed evidenziano le ripercussioni di un utilizzo inconsapevole del digitale sulla salute mentale.

L’acquisto di una casa? Un lusso per pochi

Comprare casa nelle grandi città italiane è ormai un’impresa impossibile per circa 10 milioni di famiglie con un reddito annuo inferiore ai 24.000 euro. Questo è quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili (Ance), che evidenzia come il costo di un mutuo assorba almeno la metà del reddito di una famiglia media, mentre per le fasce meno abbienti l’incidenza può superare i due terzi.

Le città più costose in assoluto sono Milano, Roma e Firenze, dove i prezzi degli immobili continuano a crescere: una larga fetta della popolazione resta esclusa dalla possibilità di acquistare casa.

Affitti fuori controllo: sempre più italiani in difficoltà

Anche il mercato degli affitti presenta una situazione critica. Secondo l’analisi di Ance, il canone di locazione nelle grandi città può superare il 40-50% del reddito di una famiglia, rendendo l’affitto un peso insostenibile per molti nuclei a basso reddito.

Milano, Roma e Firenze si confermano i centri urbani più difficili per chi cerca una casa in affitto, con canoni in costante aumento che colpiscono in particolare giovani, studenti e lavoratori precari. “Il problema abitativo ha ripercussioni sociali ed economiche profonde, limitando la mobilità delle persone e ostacolando la crescita del Paese”, ha dichiarato Federica Brancaccio, presidente di Ance.

Le proposte per affrontare la crisi abitativa

Per risolvere l’emergenza casa, Ance e Confindustria propongono tre interventi chiave. In primis, lo snellimento della burocrazia edilizia, con una riforma urbanistica che faciliti nuovi investimenti immobiliari. In seconda battuta servono agevolazioni fiscali per le imprese, incentivando il sostegno ai dipendenti che vivono in affitto.

Infine, sono auspicabili nuovi strumenti finanziari, per attrarre capitali verso progetti di edilizia a uso sociale, riducendo i rischi per gli investitori.

Il settore delle costruzioni dopo la fine del PNNR

Oltre alla difficoltà di accesso alla casa, Ance avverte di un possibile crollo del settore edilizio dopo la fine del PNRR nel 2026. Attualmente, il piano rappresenta circa il 30% degli investimenti pubblici nel settore, con un valore di circa 30 miliardi di euro.

Se non verranno adottate misure per garantire la continuità degli investimenti, il comparto rischia una crisi paragonabile a quella del 2011, con conseguenze negative per l’occupazione e per la modernizzazione del Paese. Il futuro dell’edilizia, dunque, dipenderà dalla capacità di pianificare una strategia di lungo termine, evitando che la fine dei fondi europei lasci il settore in una nuova fase di stagnazione.

Mercato del lavoro: quasi 120mila posti a rischio ma le aziende non trovano 190mila lavoratori

Lo segnala l’Ufficio studi della CGIA: nonostante le numerose e recenti crisi aziendali mettano a rischio quasi 120mila posti di lavoro, entro i prossimi tre mesi le imprese hanno intenzione di assumere 1,37 milioni di lavoratori, di cui 380mila circa a tempo indeterminato.

Tuttavia, negli ultimi anni la difficoltà nel reperire il personale è più che raddoppiata, e in un caso su due sussiste il rischio di non poter procedere alle assunzioni.
È un paradosso del nostro mercato del lavoro: le imprese non sarebbero nelle condizioni di coprire, nemmeno offrendo un posto fisso, almeno 190mila posizioni lavorative.

Il decremento della popolazione giovanile

A questo si aggiunge il costante decremento della popolazione giovanile e un incremento significativo della fascia più anziana.
Il numero dei giovani sul mercato del lavoro è in costante diminuzione. In Italia, la fascia di età 25-34 anni è passata da circa 8,5 milioni di individui nel 2004 a 6,2 milioni attuali. Si tratta di un crollo inedito rispetto al passato e tra i più accentuati in Europa.

La forte riduzione del rinnovo della popolazione attiva trascina verso il basso la forza lavoro potenziale: uno squilibrio che nessuno, in tempi ragionevolmente brevi, sembra avere gli strumenti appropriati per affrontare.
Le previsioni per il fabbisogno occupazionale e professionale fino al 2028 dovrebbe attestarsi attorno a 3,6 milioni di occupati. Di questi, l’83% circa (quasi 3 milioni) dovrebbe sostituire chi è destinato a uscire dal mercato del lavoro per raggiunti limiti di età.

A novembre ’24 record storico di “posti fissi” 

Nel prossimo decennio la vera sfida non consisterà tanto nella reintegrazione di coloro che hanno perso il lavoro a causa di crisi aziendali, quanto piuttosto nella copertura dei posti vacanti. 

Sebbene le ore di Cassa Integrazione Guadagni (CIG) totale autorizzate siano in deciso aumento, e la questione salariale sia tornata prepotentemente a infiammare il dibattito politico nazionale, il numero dei lavoratori dipendenti italiani con il posto fisso ha toccato, a novembre scorso, il suo record storico: 16.264.000 addetti.
Per contro, a novembre i lavoratori a termine si sono attestati circa alla stessa quota di novembre 2020, ovvero, 2.652.000.

Tra nuove forme di povertà e disoccupazione

Il livello retributivo in Italia si presenta mediamente inferiore rispetto a quello riconosciuto ai dipendenti dei Paesi con cui competiamo. E sebbene un lavoratore possa beneficiare del cosiddetto posto fisso, non è da escludere che a causa di uno stipendio molto contenuto si trovi invischiato nelle nuove forme di povertà, sempre più diffuse soprattutto nelle grandi aree urbane.

Fenomeni di profondo disagio che fino a un decennio fa non si avvertivano con la stessa preoccupazione con cui si presentano ora.
Tuttavia, se l’alternativa alla crescita dei lavoratori con il contratto a tempo indeterminato è la disoccupazione, la precarietà, o peggio, il lavoro sommerso, non si può che salutare con soddisfazione il record ottenuto nel mese di novembre.

Calcio in TV: gli italiani spendono fino a 900 euro, ma gli spagnoli il doppio

Lo ha scoperto Facile.it esaminando i prezzi degli abbonamenti alle piattaforme digitali e Pay TV per seguire le partite dal divano di casa: in Italia, i tifosi del campionato di Serie A 2024/2025 e delle coppe internazionali per club per l’abbonamento annuale spendono non meno di 648 euro. Ma la cifra può arrivare a 900 euro per chi opta per un abbonamento mensile.
La buona notizia è che i tifosi italiani sono i più fortunati d’Europa. Varcando i confini nazionali si scopre che i prezzi degli abbonamenti alle piattaforme salgono notevolmente.

Infatti, i prezzi per seguire la squadra del cuore quando gioca nel nostro campionato sono più bassi rispetto a quelli degli altri Paesi europei. In Spagna, ad esempio, sono addirittura il doppio.

Quanto costa agli “altri” tifosi? Dai 876 euro degli inglesi ai 1.320 degli spagnoli 

Oltre al fatto che la Serie A è stata riconosciuta come il miglior campionato al mondo, gli italiani spendono meno per godersi la partite sulla TV. In Inghilterra, ad esempio, per seguire da casa Premier League e competizioni europee i tifosi mettono a budget almeno 876 euro per un abbonamento annuale, mentre in Germania e Francia, per seguire da casa i rispettivi campionati e le coppe internazionali, i supporter spendono almeno 888 euro, il 37% in più rispetto ai 648 euro dell’Italia.
Va decisamente peggio ai tifosi spagnoli, che per vedere in TV LaLiga e le coppe europee spendono ben 1.320 euro l’anno.

Unica consolazione, in Spagna basta un solo abbonamento per guardare tutte le competizioni, mentre negli altri Paesi, Italia inclusa, per seguire campionato e coppe occorre abbonarsi a più piattaforme.

Chi tifa Lazio, Roma e Fiorentina spende meno

Il prezzo per seguire la propria squadra del cuore da casa varia a seconda delle competizioni in cui è coinvolta, quindi, delle piattaforme a cui è necessario fare l’abbonamento.
Nel 2024, per tifare Milan, Inter, Juventus, Bologna e Atalanta, impegnate in Champions League, il prezzo degli abbonamenti annuali è stato appunto pari a 648 euro, mentre i tifosi di Lazio e Roma, impegnate in Europa League, e della Fiorentina, in corsa per la Conference League, per l’abbonamento annuale hanno messo a budget 600 euro.

Possono consolarsi, quantomeno dal punto di vista del portafogli, i tifosi di squadre non impegnate in competizioni europee. Per loro il costo dell’abbonamento annuale per seguire il campionato di Serie A 2024/2025 è stato pari a 420 euro.

Meglio optare per un abbonamento annuale

 “Optare per un abbonamento annuale è sicuramente la soluzione migliore per risparmiare sul costo complessivo degli abbonamenti alle piattaforme, mentre il rinnovo mensile potrebbe essere conveniente per le coppe europee, ma solo se la propria squadra uscisse nelle prime fasi della competizione – spiegano gli esperti di Facile.it -. Insomma, se non ci si vuol trovare a tifare contro pur di risparmiare qualche euro, è meglio bloccare il prezzo per 12 mesi, magari approfittando delle offerte proposte dalle piattaforme in alcuni periodi dell’anno”.

Codice della strada, quali sono le principali novità?

Il nuovo Codice della strada, entrato in vigore 14 dicembre, si concentra soprattutto sulla repressione, con pene più severe e nuove limitazioni, dal ‘bollino’ per chi causa incidenti dopo aver bevuto alla sospensione e revoca delle patenti per chi viene fermato alla guida alticcio o sotto sostanze stupefacenti. La stretta è anche sull’uso dei cellulari alla guida, con sanzioni da 422 a 1.697 euro, e sospensione della patente da quindici giorni a due mesi dalla prima violazione.

In caso di recidiva nel biennio, oltre alla sospensione della patente da uno a tre mesi è disposto il pagamento di una somma da 644 a 2.588 euro e una decurtazione di 8 punti dalla patente (prima violazione) o 10 (seconda volta).
Secondo Altroconsumo, per mettere realmente in sicurezza le strade sarebbe necessario lavorare sul problema principale: la velocità dei veicoli.

Sosta abusiva e guida “alcolica”

La sosta nei posti per i disabili ora ‘costa’ da 80 a 990 euro, mentre per chi parcheggia nelle corsie riservate alla fermata dei mezzi di trasporto pubblico locale, da 41 a 660 euro.

Ma la stretta più importante è quella contro l’utilizzo alla guida di alcol e sostanze stupefacenti. In caso di sinistri causati da persone in stato alterato per alcol, oltre alla sospensione della patente, sul documento del conducente sarà inserito il codice 68 (‘Niente alcool’) o il codice 69 ‘Limitazione dell’uso-Limitata alla guida di veicoli dotati del dispositivo alcolock’, un codice che dovrebbe rimanere per almeno due anni, a seconda della gravità del sinistro.

Under21 e neopatentati

Il codice 69 prevede infatti l’obbligo di installare a proprie spese un dispositivo che impedisca l’avviamento del motore a seguito del riscontro di un tasso alcolemico da parte del guidatore superiore a zero, il cosiddetto ‘Alcolock’.

Una serie di norme riguarda poi chi ha meno di 21 anni. In questo caso, il conducente responsabile di un sinistro in stato di ebbrezza se sta circolando con il foglio rosa non potrà ottenere la patente di guida o convertirne una rilasciata all’estero prima del compimento di 24 anni.
La riforma prevede anche limitazioni per i neopatentati, come l’estensione da uno a tre anni del divieto di guidare auto di grossa cilindrata. Aumenta però la potenza delle auto che si possono guidare.

Autovelox e monopattini

Giro di vite sugli Autovelox installati dai Comuni solo per fare cassa, con la proposta di applicare una sola sanzione per ciascun giorno di calendario anche se vengono rilevate più infrazioni da diversi dispositivi. Ma se la stessa persona commette la violazione dei limiti di velocità all’interno del centro abitato per almeno due volte in un anno, scatta la sanzione amministrativa da 220 a 880 euro con sospensione della patente da quindici a trenta giorni 

Quanto ai monopattini elettrici, aumentano gli obblighi per i possessori e i gestori di quelli in sharing. Nei prossimi mesi, l’approvazione dei decreti attuativi da parte del Ministero dei Trasporti stabilirà i requisiti e le corrette procedure per regolarizzare il mezzo.

Turismo enogastronomico: in un anno +12% di appassionati

Il legame tra gli italiani e il viaggio alla ricerca di cibo, vino, olio e le tipicità agroalimentari del territorio si è ulteriormente consolidato. Il 70% ha svolto almeno una vacanza negli ultimi tre anni con questa motivazione, +12% sul 2023 e +49% sul 2016.

E mentre il turismo domestico generalista nell’ultima stagione estiva segna un calo, quello enogastronomico non delude, anzi. L’ampio bacino di domanda è stimato in 14,5 milioni di potenziali turisti del gusto, che opta prevalentemente per mete domestiche (64%), soprattutto Toscana, Emilia-Romagna e Puglia.
Lo evidenzia il ‘Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano’, curato da Roberta Garibaldi, docente all’Università di Bergamo e presidente dell’Associazione Italiana Turismo Enogastronomico, con il supporto e il patrocinio di diverse organizzazioni.

Quanto vale la vacanza nel gusto?

L’impatto economico e sociale del turismo del gusto è significativo: con un contributo di oltre 40 miliardi di euro all’economia italiana nel 2023, di cui 9,2 diretti, 17,2 indiretti e 13,7 di indotto, e un rapporto costi/ benefici pari a 6,9, si conferma un comparto dal ruolo non secondario nell’occupazione e nella distribuzione del reddito.

Come nei semestri passati, l’enogastronomia risulta fra le esperienze più desiderate anche per i turisti europei. Il 15,3% della popolazione del Vecchio Continente (circa 20,6 milioni di potenziali turisti) ha in programma un viaggio di questo tipo nella stagione invernale, a prescindere dalla tipologia di vacanza e di meta (mare, city break, culturali e outdoor).

I 5 profili degli enoturisti

Alto anche l’interesse per mete e attrazioni a tema cibo dei mercati long-haul. In particolare, nel Far East (Giappone, Corea del Sud, Cina) e in Brasile.
Oggi dall’enogastronomia in viaggio si ricercano una molteplicità di aspetti, ma gli eno-gastro turisti sono accomunati da motivazioni e interessi.

Dal Rapporto emergono cinque nuove tribù enogastronomiche: i Ricercatori (42,1%), che viaggiano per provare nuove esperienze enogastronomiche, entrare in contatto con la comunità locale e immergersi nella cultura della meta visitata, i Festaioli (23%), per i quali l’enogastronomia è una ‘scusa’ per stare in compagnia e divertirsi, gli Intellettuali (19%), il cui motto è ‘arricchire il proprio bagaglio culturale’, i Figli dei Fiori (11,5%), che vedono nel viaggio enogastronomico un’occasione per pensare al proprio benessere psico-fisico, e gli Edonisti (4,3%), che compiono un viaggio enogastronomico per concedersi un lusso.

Un patrimonio unico diffuso sull’intero territorio

Nell’immaginario collettivo nazionale, il prodotto più rappresentativo dell’Italia in ambito agroalimentare è il vino (38,1%), seguito dalle icone enogastronomiche del Belpaese: l’olio extravergine di oliva (24%), la pizza (22%), la pasta (15%) e i formaggi (11%).

A questa ricchezza si unisce la percezione diffusa di un patrimonio unico, genuino, di qualità, diffuso sull’intero territorio. Grazie alla collaborazione con The Fork, riporta Italpress, il Rapporto 2024 ha mappato le cucine regionali più diffuse. E in Italia spicca quella toscana (17,3% dei ristoranti della piattaforma), seguita dalla piemontese e siciliana, mentre all’estero emerge la forza della cucina campana/napoletana.

Le sfide principali per la sicurezza IT delle aziende nel 2024

Perdita di produttività, protezione degli ambienti tecnologici complessi e scarsa conoscenza in materia di cybersecurity sono i problemi relativi alla sicurezza informatica che più preoccupano le aziende italiane. Problemi alimentati dalle crescenti esigenze e requisiti di sicurezza IT.
Emerge dal recente Kaspersky IT Security Economics Report.

Il report annuale analizza i cambiamenti nei budget, nelle violazioni e nelle sfide aziendali che interessano i responsabili della sicurezza IT, e si basa su interviste a professionisti dell’IT e della sicurezza informatica che operano in aziende di diverse dimensioni e settori.
L’indagine è stata condotta in 27 Paesi in Europa (tra cui l’Italia), Asia-Pacifico, Medio Oriente, Turchia, Africa, America Latina e Nord America.

Tempi di inattività e perdita di produttività i pericoli più temuti

In Italia il 43% delle aziende considera i tempi di inattività e la perdita di produttività come i problemi più gravi causati da una sicurezza IT inadeguata. Questi problemi sono principalmente legati ai lunghi tempi necessari per rilevare le minacce (51%) e al mancato accesso ai servizi rivolti ai clienti (44%), come, ad esempio, siti web, sistemi di pagamento, portali.

Secondo il 39% degli intervistati la sicurezza degli ambienti tecnologici complessi e la connettività dei dati rientrano tra le principali preoccupazioni, causate soprattutto da un funzionamento non corretto, o errori della soluzione di sicurezza che lasciano i sistemi esposti (51%). Ma anche dalla gestione della sicurezza su più piattaforme informatiche (43%) e dal numero crescente di incidenti che coinvolgono dispositivi connessi non informatici (34%).

L’alto livello di sofisticazione raggiunto dai cyberattacchi rende necessaria maggiore attenzione

“Nell’attuale panorama delle minacce, sempre più complesso e in continua evoluzione, il livello di sofisticazione dei cyberattacchi ha reso necessario una maggiore attenzione da parte delle aziende – ha commentato Alexey Vovk, Information Security Director di Kaspersky -. Di conseguenza, è fondamentale che le organizzazioni proteggano ogni aspetto delle loro attività da possibili violazioni”.

La scarsa conoscenza in materia di sicurezza informatica degli utenti finali, come, ad esempio, i dipendenti che commettono sempre gli stessi errori, è una preoccupazione rilevante per il 38% delle aziende italiane, suggerendo la necessità di diffondere maggiormente la cybersecurity awareness per ridurre i rischi.

Adottare un approccio globale e sistematico piuttosto che limitarsi a singole misure specifiche

“Gli aggressori non si affidano più esclusivamente agli exploit zero-day, poiché un semplice clic su un link dannoso o una vulnerabilità nell’infrastruttura di un fornitore possono causare danni devastanti – ha aggiunto Alexey Vovk -. Questo sottolinea come la sicurezza delle informazioni debba basarsi su un approccio globale e sistematico, piuttosto che limitarsi all’adozione di singole misure specifiche”.