Alberi in città: un italiano su tre non sa che assorbono CO2

Quasi 3 italiani su 4 (73%) sanno che gli alberi abbassano la temperatura nel luogo in cui sono piantati, limitando la formazione delle ‘isole di calore’, ma uno su 5 non sa che gli alberi mitigano gli effetti della pioggia intensa e limitano gli allagamenti. E, ancora, un italiano su 3 ignora che in città gli alberi sono in grado di assorbire CO2.
In media, il 60% sa che le foreste molto estese assorbono grandi quantità di CO2, in misura maggiore i 55-64enni (65%), rispetto ai 18-24enni (58%). 

Emerge dalla ricerca elaborata dalla divisione Annalect di Omnicom Media Group per Prospettiva Terra, il progetto non-profit fondato dal Stefano Mancuso, accademico e divulgatore scientifico, e Marco Girelli, ceo di Omnicom Media Group Italia.

“Costruire un modello cooperativo e diffuso simile alle reti vegetali”

“Il 2024 sarà l’anno più caldo di sempre, il primo con una temperatura media globale di 1,5 gradi sopra i livelli preindustriali – afferma Mancuso -. Per questo bisogna educare le persone, fare formazione e informazione su come proteggere il nostro pianeta e limitare i danni. Questo è l’obiettivo di Prospettiva Terra, con cui stiamo costruendo un modello cooperativo e diffuso, simile alle reti vegetali, in cui delle imprese private decidono di farsi carico del futuro che ci aspetta, lavorando nell’unica direzione possibile, ossia la partecipazione diretta a progetti di innovazione scientifica”.

Quercia, abete, pino sul podio dei preferiti

Per oltre 6 italiani su 10 è la quercia l’albero più in grado di contrastare gli effetti del cambiamento climatico, superando abete (39%), pino (37%), tigli (25%), cipressi (24%), frassini (23%).

“Le piante sono vere e proprie macchine in grado di stoccare CO2 nei propri tessuti legnosi e assorbire alcuni inquinanti atmosferici, come il monossido di carbonio e particolato atmosferico. La farnia, ovvero la quercia più conosciuta – spiega Camilla Pandolfi, ceo e R&D Manager Pnat – è in grado di apportare numerosi benefici nell’arco della sua vita. Anche tigli e frassini sono molto performanti per quanto riguarda la rimozione degli inquinanti, grazie a particolari caratteristiche delle foglie e dei rami che permettono alle particelle fini di depositarsi sulla loro superficie, rimuovendole dall’atmosfera”.

I benefici dei sempreverdi durano tutto l’anno

“Non dimentichiamo le specie sempreverdi, come abeti, pini e cipressi – aggiunge Pandolfi -, che a differenza degli alberi caducifoglie, mantengono la chioma fogliata tutto l’anno e apportano notevoli benefici ambientali anche nei mesi in cui le altre piante sono meno attive”.

Una cosa sicuramente mette tutti d’accordo: essere circondati da alberi dona benessere mentale, serenità e gioia. E quando agli italiani viene chiesto quali pensieri e stati d’animo associno agli alberi, la risposta è un sentimento di serenità e di leggerezza. La prima idea, riferisce Adnkronos, è quella del relax (33%), seguito da purezza (22%) e forza (17%), spiritualità (9%) e gioia (7%).

Business Coaching: il livello di consapevolezza tra le aziende è alto

Il ‘people development’ è una pratica sempre più popolare tra le imprese italiane, specialmente tra le grandi realtà. Nel 2023, il 95% delle medie e grandi aziende ha offerto corsi di formazione ai propri collaboratori, un dato che arriva al 100% nelle aziende con più di 500 dipendenti.
Nel campo specifico del business coaching, il 96% delle aziende è propenso ad avviare percorsi dedicati o continuare quelli già intrapresi, e i responsabili HR ne apprezzano i benefici per i dipendenti.

È quanto emerge da ‘Il Business Coaching nelle aziende italiane (2024)’, la ricerca sul people development in Italia, realizzata da BVA Doxa per Speexx.
Lo studio ha l’obiettivo di mappare l’impatto del coaching sul benessere e lo sviluppo delle persone in azienda. 

Driver, impatto e modalità di erogazione dei programmi

Quando si parla di business coaching, il 99% degli intervistati sa di cosa si tratta o almeno ne ha sentito parlare. Nell’86% dei casi, le discussioni interne all’azienda relative alla possibilità di avviare percorsi di business coaching si sono concretizzate con l’attivazione di programmi dedicati.
La ragione principale che spinge le organizzazioni a introdurre questo tipo di attività è la crescita dei propri collaboratori (84%), oltre all’opportunità di aumentare le chance di business (51%).

Quanto alle aree aziendali in cui l’impatto del business coaching è maggiore, sul podio si trovano organizzazione/gestione del personale (34%), pianificazione strategica (20%), commerciale (19%), customer care (11%), comunicazione (6%), e produzione (5%).

Il percorso di formazione e il coach perfetto 

L’indagine ha inoltre rilevato quanto sia efficace affidarsi a risorse esterne specializzate nel coaching aziendale. La modalità in outsourcing è stata indicata da gran parte del campione intervistato come particolarmente vantaggiosa per preparare le persone a svolgere il proprio ruolo in azienda (64%). Quest’approccio aiuta infatti a rafforzare i team (53%) e le persone tendono ad aprirsi di più con un interlocutore esterno (40%).

È importante che i percorsi di coaching vengano pensati e pianificati insieme ai responsabili HR, per soddisfare al meglio le aspettative dei dipendenti.
Tra le qualità più apprezzate dei formatori rientrano la capacità di concentrarsi sui cambiamenti (28%), l’esperienza nel settore dell’azienda (25%), e la capacità di porre domande giuste ai suoi interlocutori (25%).

Un alleato per la crescita

Tra i vantaggi del business coaching, gli HR manager intravedono soprattutto opportunità di crescita per i dipendenti. L’employability è un fattore chiave per trattenere le persone in azienda. Tanto che la totalità di coloro che hanno intrapreso un percorso di coaching aziendale è soddisfatta dei risultati raggiunti e del processo di crescita innescato da attività mirate.

Nello specifico, sebbene per il 46% ci siano ancora margini di miglioramento, il 54% degli intervistati si ritiene pienamente soddisfatto.
Tra questi, il 71% appartiene alla fascia più giovane del campione, con un’età inferiore a 45 anni.

Economia: il quadro previsionale della crescita mondiale

Il Fondo Monetario Internazionale nell’Outlook di ottobre pubblica le previsioni sull’andamento del Pil globale. L’incremento previsto nel corso del l’anno è del 3,2%, e un ulteriore 3,2% per il 2025.

In particolare, gli Stati Uniti non migliorano il proprio risultato, passando dal 2,9% del 2023 al 2,8% del 2024, il Giappone sembra destinato a rimanere nel limbo dell’1% (0,3% 2024, 1,1% 2025), la Cina, sebbene lontana dai record degli anni passati, conta di chiudere il 2024 con un +4,8% (+5,2% 2023).
Su tutti primeggia l’India, la cui crescita si manterrebbe uguale o superiore al 6,5%, nonostante inferiore di oltre un punto rispetto al 2023 (+8,2%).

Inarrestabile aumento del debito

Il Fondo segnala l’urgenza di mettere un argine al debito pubblico per ridurre incertezza e potenziale di crisi. Il debito pubblico globale potrebbe infatti toccare 100.000 miliardi di dollari entro l’anno, portandosi a una quota pari al 93% del Pil mondiale. Le previsioni confermano una tendenza che farebbe raggiungere al debito il livello del Pil entro il 2030.

Nell’Eurozona, invece, le previsioni sull’andamento del Pil complessivo si fermano allo 0,8% per il 2024 e non vanno oltre l’1,2% per il 2025.

Eurozona di fronte alla competizione globale

Fra i Paesi europei, la Germania si distingue per una crescita zero nel 2024 e un modesto recupero nel 2025, con un Pil inferiore al punto percentuale. Solo la Spagna sembra mostrare una maggiore capacità di far aumentare il Pil: le stime delineano +2,9% per il 2024 e una tenuta sopra il 2% per il 2025. La Francia presenta valori in linea nel triennio 2023-202, con una crescita che si aggira intorno all’1%.

In Italia diversi indicatori non contribuiscono a diffondere ottimismo: il livello del debito pubblico, oggi pari a 2.868 miliardi (134,8% del Pil), l’indebitamento netto previsto per il 2024 al 3,8% del Pil (7,2% nel 2023), la spesa per interessi vicina agli 80 miliardi (3,7% del Pil).
Inoltre, i flussi degli investimenti diretti esteri in entrata segnano -61,6% nel primo semestre 2024 rispetto allo stesso semestre 2023, passando da 22 miliardi agli attuali 8 miliardi.

Italia ai piedi del podio per il commercio estero

Il Super Index Aibe 2024, elaborato dal Censis in collaborazione con l’Associazione italiana delle banche estere assegna alla Germania il primo posto fra i 18 Paesi del G20 per determinare il grado di attrattività degli investimenti esteri, il secondo al Canada e il terzo alla Corea del Sud.

L’Italia si colloca al 9° posto, dopo il Giappone e prima della Cina, ma riceve un riconoscimento per la sua performance nel commercio estero, con una quota di esportazioni sul Pil che le garantisce il 4° posto fra i 18 Paesi, preceduta solo da Germania, Corea del Sud e Messico.
L’Italia si colloca invece nelle posizioni più basse per quanto riguarda popolazione in età attiva (16°), innovazione e la creazione di condizioni a favore del benessere sociale (10°), diffusione del digitale (10°).

Pmi come Davide contro Golia: tassate 120 volte più delle bigTech

Secondo l’Area Studi di Mediobanca le 25 multinazionali del web presenti in Italia pagano  ‘solo’ 206 milioni di euro di tasse, mentre le piccole imprese italiane del Nord Est versano ogni anno 24,6 miliardi.

Le dimensioni economiche di queste due realtà sono molto diverse, ma dal punto di vista dell’Ufficio studi della CGIA il risultato è sconsolante. Il ricorso sistematico all’elusione praticato negli anni dalle bigTech ha aumentato questa disparità di trattamento, mettendo in evidenzia in misura inequivocabile che alle grandi multinazionali tecnologiche in Italia continua a essere riservato un prelievo fiscale ingiustificatamente modesto. 
Le Pmi producono un fatturato annuo 90 volte superiore a quello delle bigTech, ma in termini di imposte ne pagano 120 volte più delle seconde.

Un sistema che penalizza i piccoli e favorisce i colossi

In Italia c’è un trattamento fiscale che ‘penalizza’ i piccoli e ‘favorisce’ i giganti. Infatti, se sui nostri imprenditori grava un tax rate effettivo che sfiora il 50%, sulle big tech si attesta al 36%. E sebbene da quest’anno entri in vigore la Global minimum tax (Gmt), secondo il dossier curato dal Servizio Bilancio dello Stato della Camera, il gettito previsto dalla sola applicazione dell’aliquota del 15% sulle multinazionali sarà molto contenuto.
Si stima che nel 2025 il nostro erario incasserà 381,3 milioni di euro, nel 2026 427,9 e nel 2027 raggiungerà i 432,5. Nel 2033, ultimo anno in cui nel documento si stimano le entrate, le stesse dovrebbero sfiorare i 500 milioni di euro.

Come costringere le multinazionali a pagare?

Recuperare una decina di miliardi di euro di coperture dalla manovra per il 2025 non sarà facile. Bisognerebbe chiedere qualche sacrificio aggiuntivo a chi, in particolare, ha registrato profitti straordinariamente elevati, ma ha versato poche tasse facendo ricorso a tecniche elusive, che hanno consentito di spostare parte degli utili ante imposte realizzati in Italia nei Paesi a fiscalità di vantaggio.

Le regole della Gmt sono articolate, ed è verosimile ritenere che ogni norma di carattere nazionale potrebbe non essere sufficiente a rendere il prelievo fiscale più equo. È indispensabile trovare un compromesso che non pregiudichi la fuga di queste aziende dal nostro Paese, ma allo stesso tempo le costringa a pagare il giusto. 

Non solo i giganti stranieri del web eludono il fisco

Non sono solo i giganti stranieri del web a sfruttare la fiscalità di vantaggio concessa ancora adesso da molti Paesi europei. Da alcuni anni anche alcuni grandi player italiani hanno trasferito la sede fiscale o quella legale, magari solo di una consociata, all’estero. Molte di queste hanno deciso di spostare la sede legale nei Paesi Bassi perché è possibile beneficiare di una legislazione societaria molto ed eventualmente, di un trattamento tributario alquanto generoso.

Con queste operazioni, ineccepibili dal punto di vista fiscale-societario, si è però ridotta la base imponibile di coloro che pagano le tasse in Italia, penalizzando in particolare le realtà imprenditoriali di piccola e piccolissima dimensione. Che, a differenza delle grandi aziende, non hanno la possibilità di trasferirsi altrove. 

Customer Experience B2b: perché le aziende italiane sono poco mature?

Secondo il modello di maturità delle medie e grandi imprese B2b italiane elaborato dall’Osservatorio Customer Experience nel B2b del Politecnico di Milano, il 36,5% delle aziende italiane è al livello Explorer e il 32% Experimenter, ovvero, si trovano nelle fasi iniziali della trasformazione verso il nuovo paradigma.

Sebbene un terzo delle aziende italiane affermi di adottare un approccio ‘cliente-centrico’ la maggior parte sta muovendo ancora i primi passi in questa direzione. E sono solo poche realtà pionieristiche ad avere già adottato modelli di relazione e vendita che integrano componenti digitali.
Nella gestione dei dati, il 70% delle imprese dispone di CRM e software gestionali, ma il potenziale non viene del tutto sfruttato, limitandosi alla raccolta di dati anagrafici o di vendita.

Solo il 21% delle transazioni avviene con l’e-commerce 

Le aziende che adottano strategie integrate di customer experience ed e-commerce B2b migliorano la soddisfazione e la fidelizzazione dei clienti. Ma la strada verso una piena maturità è ancora lunga. 

Un’azienda su due sta investendo nello sviluppo di piattaforme e-commerce B2b per l’ottimizzazione della Customer Experience, ma si preferiscono ancora modelli di vendita tradizionali, e il commercio elettronico rappresenta il 21% delle transazioni contro il 40% del mercato internazionale.
Un panorama acuito dal fatto che 7 aziende su 10 rilevano un basso livello di maturità digitale dei clienti, e per il 58% la mancanza di integrazione tra i propri sistemi e quelli dei clienti è un ostacolo.

I perché del ritardo nel percorso di maturità

“Negli ultimi anni il mercato B2b ha subito trasformazioni profonde, dovute allo sviluppo di nuovi touchpoint di relazione, all’aumento della concorrenza globale e al cambiamento delle aspettative dei clienti trainato dai contesti B2c – spiega Sara Zagaria, Direttrice dell’Osservatorio -. Se molte aziende internazionali hanno riformulato le proprie strategie di gestione dei clienti, sviluppando ecosistemi digitali di approvvigionamento, il contesto italiano evidenzia un ritardo nel percorso di maturità, dovuto a una combinazione di fattori, tra cui la resistenza al cambiamento, la mancanza di competenze digitali e la difficoltà nel ridisegnare processi aziendali consolidati”.

Realtà italiane a un bivio fra tradizione e innovazione

“Per adottare un modello ‘cliente-centrico’ serve un’opportuna dotazione tecnologica, in grado di valorizzare gli scambi informativi, ma le imprese B2b mostrano ancora immaturità nella raccolta e nell’integrazione di queste informazioni – aggiunge Marta Valsecchi, Direttrice dell’Osservatorio -. Ci troviamo a un bivio tra tradizione e innovazione, in cui è fondamentale considerare le preferenze dei clienti, e allo stesso temp,o sfruttare i nuovi trend digitali, come l’Intelligenza artificiale, per innovare l’esperienza e le modalità di relazione tra clienti e fornitori”.

“Noi doniamo”, ma nel 2023 un po’ meno

Se il 2020 è stato l’anno in cui la pandemia ha generato una reazione solidale, il 2021, invece, è stato caratterizzato da difficoltà sia sul fronte dell’impegno economico sia di quello del volontariato.
Nel 2022, poi, si sono avvertiti i primi segnali di ripresa in tutte le dimensioni del dono. Una tendenza almeno in parte confermata nel 2023, anche se i livelli pre-pandemia sono ancora lontani. Infatti, nel 2023 diminuisce il numero di cittadini italiani che affermano di aver donato denaro almeno una volta a un’associazione.

A quanto emerge dalla settima edizione del rapporto annuale ‘Noi doniamo’, curato dall’Istituto italiano della donazione (IID), svolto in occasione dell’edizione 2024 del Giorno del Dono sostenuta da Bper Banca, la percentuale di donatori italiani è passata dal 12,8% del 2022 all’11%.

Più 5% di donazioni informali

Nonostante il leggero calo nel numero dei donatori dichiarati, registrato dall’Istat per Bva Doxa, si assiste a un aumento del 5% delle donazioni informali, ovvero, quelle donazioni che non transitano attraverso gli enti non profit.
Allo stesso, tempo, si evidenzia una diminuzione del 4% dei non donatori, ad associazioni e non, che sono passati dal 37% del 2022 al 33% nel 2023.

Inoltre, rispetto al ‘monte’ donazioni, il totale degli importi donati, l’Italy Giving Report dichiara che nel 2021 emerge una lieve crescita dello 0,04 %, un dato che indica un timido, ma costante, aumento dal 2019.

Il Nord-Est dona il doppio del Sud 

Il picco massimo delle donazioni si registra tra le persone di 45-74 anni, il minimo tra i giovani: meno del 5% tra i 14-24enni sono donatori. Geograficamente, si conferma il divario tra Nord e Sud, con la quota di popolazione che vive nel Nord-Est e dichiara di aver contribuito al finanziamento di associazioni è più del doppio rispetto al Mezzogiorno (14,3% vs 6,6%).

Resta forte il legame tra istruzione e propensione alla donazione. Il 22,8% dei laureati dà contributi in denaro alle associazioni, valore quattro volte più alto rispetto a chi possiede solo la licenza media (5,3%).
Tra le cause più sostenute, Doxa Bva evidenzia al primo posto Ricerca medico-scientifica (38%), al secondo, Aiuti umanitari/emergenza, inclusi Ucraina ed Emilia-Romagna (35%), al terzo, povertà in Italia (19%).

Elemosina, collette, emergenze

Quanto alle donazioni informali, nel 2023 cresce la quota di coloro che nei dodici mesi precedenti ne ha effettuata almeno una, passando dal 50% al 55%. L’ambito che registra una crescita maggiore è l’elemosina alle persone bisognose (+4%), che arriva così al 19%.
Seguono subito dopo le collette per le emergenze, con il 18%, valore stabile rispetto all’anno precedente (17%).

In base ai dati da BVA Doxa, inoltre, emerge un aumento non trascurabile fra i donatori (sia informali sia non) di giovane età, che resta comunque ben al di sotto della media. Nella fascia 15-24enni l’aumento è del 3% a favore del non profit e del 2% dei donatori informali.

Prodotti Non Food: gli acquisti rallentano, ma non per i cosmetici 

Nel 2023 la spesa degli italiani destinata all’acquisto di prodotti non alimentari supera 110,3 miliardi di euro, ma rallenta la crescita, segnando un +0,4% contro il +4,3% del 2022.
Si allarga poi la forbice tra i comparti merceologici. I top performer sono i prodotti di profumeria, seguiti a distanza dai prodotti di automedicazione, mentre elettronica di consumo, edutainment, abbigliamento e calzature chiudono l’anno con un risultato negativo.

Il miglior balzo in avanti è infatti quello dei prodotti di profumeria, che chiude il 2023 con 7,5 miliardi di euro di vendite (+11,1%). Restano comunque abbigliamento e calzature, elettronica di consumo, mobili e arredamento, bricolage a detenere complessivamente una quota del 65,4% sul giro d’affari totale del settore.
Emerge dall’edizione 2024 dell’Osservatorio Non Food di GS1 Italy, che analizza l’andamento di 13 comparti non alimentari.

I comparti che chiudono il 2023 con un segno più

Oltre alla profumeria, gli altri comparti generano nel 2023 un fatturato maggiore rispetto a quello ottenuto nel 2019.
Sono i prodotti di ottica, con 2,7 miliardi di euro di vendite (+1,3%), tessile casa, con 1,3 miliardi di euro (+0,9%), e giocattoli, con 1,1 miliardi di euro (+2,7%).

L’edutainment, invece, chiude il 2023 con 4,7 miliardi di euro di sell-out ( -1,6%).
Tre comparti sono poi accomunati da un bilancio annuo positivo, ma ancora inferiore al sell-out del 2019: articoli per lo sport (6,1 miliardi, +1,5 sul 2022), casalinghi (4,4 miliardi, +2,8%) e cancelleria (1,2 miliardi, +0,2%).

…e quelli in frenata

Nonostante sia al primo posto del ranking per fatturato, nel 2023 abbigliamento e calzature si ferma a 21,6 miliardi di euro di vendite (-0,9%), lontano dai valori pre-Covid (-5,6% tra 2019 e 2023), con l’unico canale in crescita l’online (+8,6% vs 2019).
Al secondo posto scende l’elettronica di consumo, che in un anno perde il 4,8% delle vendite in valore, fermandosi a 21,1 miliardi di sell-out.

Il comparto mobili e arredamento, al terzo posto, chiude il 2023 con un aumento Dell’1,9% delle vendite (15,9 miliardi). In espansione anche il sell-out del bricolage (+0,7% sul 2022), ammontato a 13,5 miliardi di euro.
Al quinto posto si confermano i prodotti di automedicazione, con 8,7 miliardi di euro di giro d’affari (+4,2% sul 2022, +16,8% vs 2019.

Il trend riflette le priorità degli italiani

“Il 2023 ha segnato una nuova tappa nel percorso di ripresa dei consumi non alimentari, che mostra un trend di +6,2% nel quinquennio 2019-2023 – dichiara Marco Cuppini, research and communication director GS1 Italy -. Questa tendenza di fondo ha mostrato un’intensità diversa all’interno dei singoli settori merceologici, rispecchiando differenti atteggiamenti degli italiani nei confronti degli acquisti di prodotti Non Food. Ad esempio, l’attenzione al benessere personale ha sostenuto la spesa destinata ai prodotti cosmetici e di automedicazione, mentre la conferma dei bonus statali ha incentivato gli italiani ad ammodernare le proprie case, con interventi di efficientamento energetico e di aumento del comfort domestico”.

Sonno e bambini: ok a TV, smartphone e videogame prima di dormire


Una ricerca dell’Università di Otago, riportata sulla rivista Jama Pediatric, smentisce le tesi precedenti: guardare la televisione o giocare ai videogiochi prima di dormire non disturba il riposo dei più piccoli, e non ha alcuna influenza sul numero di ore di sonno. 

“Il tempo trascorso davanti allo schermo prima di andare a letto ha avuto un impatto minimo sul sonno della notte – spiegano i ricercatori neozelandesi -. Tuttavia, il tempo trascorso sullo schermo una volta a letto ha compromesso il loro sonno: ha impedito loro di addormentarsi per circa mezz’ora e ha ridotto la quantità di sonno che hanno ottenuto quella notte”.

Gli scienziati hanno monitorato il tempo trascorso davanti allo schermo di decine di bambini di età compresa tra 11 e 14 anni, e di fatto hanno scoperto che il sonno e il suo stato non ne risentono.

Semplicemente, i bimbi vanno a letto più tardi

“I nostri risultati suggeriscono che l’impatto del tempo trascorso sullo schermo sul sonno è dovuto principalmente allo spostamento temporale che ritarda l’inizio del sonno, piuttosto che agli effetti diretti della luce blu o del coinvolgimento interattivo”, dichiarano gli autori.

In ogni caso, l’Agenzia svedese per la salute pubblica consiglia ai genitori di non permettere ai bambini sotto i 2 anni di usare smartphone e tablet o guardare la televisione. Anche i bambini di età compresa tra 2 e 5 anni dovrebbero limitarsi a un massimo di un’ora di schermo al giorno, mentre quelli di età compresa tra 6 e 12 anni non dovrebbero trascorrere più di un’ora o due al giorno.

Ma una volta a nanna meglio evitare le attività interattive su schermo

Ma una volta a letto, gli scienziati hanno rilevato come le attività più interattive su schermo, come il gioco e il multitasking, utilizzando più di un dispositivo contemporaneamente, come guardare Netflix su un pc portatile mentre si gioca con la Xbox, compromettevano maggiormente il sonno dei bambini.

Secondo i ricercatori, ogni 10 minuti in più di questo tipo di attività riduceva quasi della stessa misura la quantità di sonno ottenuta quella notte.
Gli studi indicano anche che i bambini che passano più tempo davanti agli schermi hanno maggiori probabilità di sviluppare problemi comportamentali o depressione infantile.

Cosa ne pensa l’OMS?

Nel 2019, l’Organizzazione mondiale della sanità, ha consigliato ai bambini sotto i tre anni di non guardare la tv e non giocare con i tablet. Secondo l’Oms, “anche quelli di tre e quattro anni non dovrebbero superare un’ora di schermo al giorno”.
All’epoca, riporta AGI, gli esperti britannici sostenevano che le linee guida si basavano su prove insufficienti e non riconoscevano che non tutto il tempo trascorso sullo schermo era dannoso per i bambini.

Un rapporto del Royal College of Paediatrics and Child Health del 2019 concludeva, inoltre, che “i rischi derivanti dall’esposizione allo schermo non devono essere sopravvalutati. La letteratura tiene poco conto della crescente richiesta di svolgere i compiti scolastici sugli schermi”.

Ad agosto le imprese assumono 315.000 lavoratori 

A delineare lo scenario del mercato del lavoro in Italia per il mese di agosto è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. In totale, sono circa 315mila i contratti di assunzione di durata superiore a un mese o a tempo indeterminato. programmati dalle imprese.

Le previsioni indicano un andamento positivo rispetto ad agosto 2023, con +22mila ingressi e un tasso di crescita del +7,5%.
Per il trimestre agosto-ottobre la richiesta si attesta invece su 1,3 milioni di assunzioni, in aumento del +2,3% rispetto all’analogo periodo del 2023, con +30mila contratti.
Sale però al 48,9% anche la difficoltà di reperimento dei profili ricercati.

Industria: previste 392mila assunzioni nel trimestre

L’industria complessivamente ricerca circa 88mila lavoratori nel mese e prevede 392mila assunzioni nel trimestre agosto-ottobre.

In particolare, per il manifatturiero, alla ricerca di quasi 57mila lavoratori nel mese e circa 243mila nel trimestre, le maggiori opportunità sono offerte dalle industrie alimentari, bevande e tabacco (circa 16mila lavoratori nel mese e oltre 47mila nel trimestre), seguite dalle industrie della meccatronica (14mila lavoratori nel mese e 61mila nel trimestre) e da quelle metallurgiche e dei prodotti in metallo (9mila, 43mila).

Servizi: 227.000 contratti nel mese

La domanda di lavoro proveniente dal comparto delle costruzioni supera le 31mila assunzioni nel mese, e nel trimestre si attesta su circa 150mila.
Sono invece 227mila i contratti di lavoro previsti dal settore dei servizi nel mese in corso e oltre 919mila nel trimestre agosto-ottobre.

Ma è il turismo a offrire le maggiori opportunità di impiego, con oltre 68mila lavoratori ricercati nel mese e 227mila nel trimestre, seguito dal commercio (circa 46mila nel mese e 183mila nel trimestre), dai servizi alle persone (40mila, oltre 201mila) e dai servizi operativi di supporto a imprese e persone (quasi 26mila, oltre 103mila).

Mancano candidati: mismatch più elevato nel Nord-Est

Le imprese dichiarano però difficoltà di reperimento per circa 154mila assunzioni, confermando come causa prevalente la ‘mancanza di candidati’ (32,4%), seguita da ‘preparazione inadeguata’ (12,3%).
Il Borsino delle professioni del Sistema Informativo Excelsior segnala come più difficili da reperire ingegneri (60,4%) e insegnanti di scuola primaria e pre-primaria (57,5%), tecnici in campo ingegneristico (70,8%) e tecnici della salute (60,6%), operatori per la cura estetica (80,1%), esercenti e addetti alla ristorazione (55,5%), operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni (79,1%), fonditori, saldatori, lattonieri, calderai e montatori di carpenteria metallica (75,8%).

Sotto il profilo territoriale, il mismatch più elevato si riscontra tra le imprese del Nord-Est, per cui è difficile da reperire circa il 54,2% dei profili richiesti. Seguono le imprese del Nord-Ovest (49,9%), del Centro (47,4%) e quelle del Mezzogiorno (44,9%).

Nuova offerta di lavoro, quali sono i fattori che fanno dire ‘no grazie’?

Cambiare lavoro non è sempre facile. E’ un momento delicato che coinvolge numerosi aspetti e fattori. Oggi, tra i principali motivi che spingono i lavoratori a considerare nuove opportunità professionali, emergono la flessibilità e l’equilibrio tra vita personale e lavorativa, spesso più importanti della semplice crescita retributiva.

Quali sono i principali motivi di rifiuto?

Adecco ha condotto un’indagine approfondita per comprendere i motivi principali che portano i candidati a rifiutare nuove offerte di lavoro. I risultati evidenziano che il 36,7% dei candidati rifiuta nuove opportunità a causa delle ‘aspettative disattese’. Questo significa che i candidati si aspettavano offerte più vantaggiose, non solo in termini di salario, ma anche per aspetti come la possibilità di lavorare da remoto, i benefits concessi, le premialità e le prospettive di crescita all’interno dell’azienda.

Le aspettative degli italiani 

“I dati dell’indagine confermano come i lavoratori italiani oggi abbiano aspettative ben precise e non siano disposti a scendere a compromessi su aspetti cruciali per il loro benessere lavorativo e personale”, ha commentato Massimiliano Medri, Managing Director di Adecco Italia. “Questi aspetti diventano sempre più cruciali anche per le aziende che dovranno tenerne sempre più conto per attrarre nuovi talenti”.

Le tempistiche del processo di selezione e le controproposte

Un altro fattore rilevante è rappresentato dai tempi del processo di selezione. Infatti, il 30,38% dei candidati rifiuta una proposta di lavoro perché ha ricevuto un’offerta più interessante da terzi in tempi più rapidi.

Il 28,69% dei candidati, riferisce Adnkronos, decide di rimanere con il proprio datore di lavoro grazie a una controproposta, che non sempre è di natura economica. Questo dato indica che le aziende stanno diventando più attive nel cercare di trattenere i loro talenti, offrendo alternative interessanti ai loro dipendenti.

Il cambiamento fa paura 

La paura del cambiamento è un altro motivo significativo che limita l’accettazione di nuove offerte. Il 21,52% dei candidati rinuncia a nuove opportunità, anche migliorative, per evitare l’ansia e l’incertezza associata a un nuovo ambiente di lavoro.

Quando l’offerta è peggiorativa 

Solo il 10,55% dei candidati rifiuta una nuova offerta perché questa risulta peggiorativa rispetto al loro pacchetto retributivo attuale. L’indagine mostra che, quando l’aspetto retributivo è centrale, i candidati si aspettano un incremento economico pari o superiore al 20%. Inoltre, la percezione che il candidato sviluppa dell’azienda e dei suoi referenti conta molto: l’8,65% ha rifiutato una proposta, anche se conveniente, a causa di una valutazione negativa dell’azienda o per aver raccolto referenze negative da terzi.

Conclusioni

L’indagine di Adecco evidenzia come le aspettative dei lavoratori italiani stiano cambiando, con una maggiore attenzione alla qualità della vita lavorativa e alla compatibilità con la vita personale. Le aziende dovranno adattarsi a queste nuove esigenze per rimanere competitive nel mercato del lavoro.