Black Friday: gli italiani spenderanno online circa 2,2 miliardi

Per il Black Friday e il Cyber Monday le stime dell’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano evidenziano un trend crescente, soprattutto per alcune categorie specifiche.
Si tratta di Giochi e Hobby, acquistati quasi cinque volte in più rispetto al giorno medio dell’anno, Strumenti musicali ed Elettrodomestici, che in questo periodo triplicano, e Servizi, soprattutto i biglietti di viaggio, +13% rispetto al 2024.

Nei giorni tra il Black Friday e il Cyber Monday, gli italiani spenderanno online circa 2,2 miliardi di euro (+7% rispetto al 2024). In questa occasione, gli operatori particolarmente competitivi realizzeranno anche 3 volte il fatturato di un giorno medio.
Le categorie più interessate? Abbigliamento, Food & Grocery e Beauty & Healthcare, oltre a esperienze legate al mondo dei viaggi e degli eventi.

Oltre 41 milioni di pacchi movimentati

Secondo le previsioni del Delivery Index di Netcomm saranno oltre 41 milioni i pacchi che circoleranno durante i dieci giorni di Black Friday, “pari al 4,8% del totale che si registra in un intero anno, con una crescita del 9% rispetto al 2024 – spiega Roberto Liscia, Presidente Netcomm -.
Prevediamo che saranno 34,9 milioni gli italiani che ricorreranno al canale online per i loro acquisti durante questo periodo. Si tratta di evidenze che confermano la forza di questa iniziativa, ormai diventata il momento per eccellenza in cui gli italiani concentrano una parte significativa degli acquisti natalizi e non solo”.

Si punta sempre più al risparmio

“Allo stesso tempo . aggiunge Liscia -, è interessante osservare uno squilibrio tra l’aumento del volume dei pacchi e la crescita più contenuta del valore economico degli acquisti effettuati durante il periodo promozionale.
Per il Black Friday 2025 gli italiani punteranno sempre più sul risparmio, e questo è legato a due fenomeni rilevanti nel retail digitale di oggi: da un lato, la rapida espansione del mercato del second hand, dall’altro, l’ingresso crescente di prodotti provenienti dall’estero caratterizzati da prezzi medi più bassi. Entrambi i fattori contribuiscono a ridurre il valore medio del carrello, pur in presenza di una domanda in costante aumento”,

Le scelte dei merchant tra sconti e promozioni 

Secondo le stime dell’Osservatorio eCommerce B2c la percentuale media di sconto applicata dai merchant sarà del 25%, declinata in diverse modalità promozionali. L’iniziativa più comune è quella che prevede sconti riservati su una selezione di prodotti per tutta la durata del periodo di offerte (64%).

Non mancano poi le promozioni finalizzate a premiare un target di clienti specifico. Tra queste, spiccano le iniziative di sconto anticipato per i clienti più fedeli (31%). Alcuni merchant scelgono poi di scontare una selezione di prodotti per un tempo limitato (25%), mentre altri preferiscono applicare sconti su tutta la gamma per tutta la durata dell’iniziativa promozionale (22%).
Inoltre, l’opzione di offrire ai clienti la spedizione gratuita è una scelta applicata dal 19% dei merchant.

Imprese: il 5G industriale cresce ma resta di nicchia 

Oggi, solo il 2% delle imprese grandi e medio grandi usa la connettività per innovare il proprio modello di business, e la spesa in connettività rappresenta in media solo il 7% del budget ICT.
Tuttavia, per quasi la metà delle aziende italiane la connettività viene considerata un elemento chiave della digitalizzazione al fine di ottimizzare processi core esistenti. Come, ad esempio, l’automazione di linee produttive o attività logistiche.

Insomma, la spesa per progetti di 5G industriale continua la sua crescita, ma resta ancora limitata. Lo confermano i risultati della ricerca dell’Osservatorio 5G & Connected Digital Industry del Politecnico di Milano.

Più un’opportunità da esplorare che una risorsa strategica

La maggioranza delle imprese italiane si dichiara abbastanza soddisfatta della sua attuale configurazione di connettività, percependo come complesso e costoso un cambiamento. In particolare, la gestione della sicurezza, la ricerca di partner affidabili e il rischio di lock-in rappresentino ostacoli significativi a ricercare nuove soluzioni per le reti aziendali. 

In questo contesto, il 5G è considerato ancora più un’opportunità da esplorare che una risorsa strategica. Nel 2025 la spesa italiana per progetti di 5G industriale cresce del +43%, assestandosi a un valore di 10,5 milioni di euro. Aumenta però la maturità e rilevanza dei progetti, infatti l’81% del valore di spesa del 2025 è legato alla realizzazione di reti private su uno o più siti.
Oggi si contano 47 progetti di reti 5G private o dedicate, 10 in più rispetto all’anno precedente, di cui 8 su 10 di natura riservata.

Un’offerta di dispositivi sempre più matura

I principali ambiti di applicazione del 5G industriale sono nella logistica e trasporti (26% del totale progetti), nel manifatturiero (23%) e nei centri di innovazione (21%).
I fondi pubblici continuano a giocare un ruolo importante, anche se in diminuzione. Nel 2025 coprono il 39% della spesa, e solo il 10% dei nuovi progetti dell’anno è stato avviato con risorse pubbliche, segno di una crescente volontà delle imprese di finanziare reti 5G private con fondi propri e motivazioni industriali più solide.

Anche l’offerta di dispositivi 5G disponibili è sempre più matura, anche se non ancora pienamente sviluppata. Nel 2025 si contano 21 device 5G Ready sviluppati da 9 produttori, che trovano applicazioni prevalentemente in agricoltura, manifattura, difesa e sicurezza, media e intrattenimento.

“Serve una regolamentazione più uniforme tra i Paesi europei”

“Nel complesso, il 2025 conferma una crescita graduale ma costante del mercato 5G industriale in Europa e in Italia, pur evidenziando ancora alcuni limiti strutturali – commenta Luca Dozio, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio 5G & Connected Digital Industry -. Per una maggiore scalabilità dei progetti servono una regolamentazione più uniforme tra i Paesi sulle modalità di accesso allo spettro e garanzie di sicurezza delle reti mobili. Infine, la maturità delle imprese nel considerare il 5G una leva strategica rappresenta un fattore decisivo per lo sviluppo e la diffusione di questo mercato”.

Per GenX e Baby Boomers comfort, Made in Italy e multimarca guidano gli acquisti fashion

Per GenX e Baby Boomers i “mantra” di acquisto sono qualità, Made in Italy, cura dei dettagli, stile evergreen e comfort. Acquistano meno, ma “meglio”: nel 2024 GenX e Baby Boomers hanno speso circa 400 euro a testa in abbigliamento, accessori e calzature.

Le generazioni mature sono meno attente alla moda rispetto alle ultime generazioni, e meno fedeli ai marchi. Inoltre, il tema della sostenibilità li tocca solo in parte. Nel loro modello di acquisto tendono già a essere più sostenibili di altre generazioni. E se non sono disposti a pagare di più per un prodotto sostenibile pretendono aziende impegnate nel riciclo dei capi per superare il fast fashion.
Emerge dal Fashion Consumer Panel di Sita Ricerca, società del Gruppo Pambianco.

Vetrine, riviste e nomi storici della moda italiana

Meno interessati al second hand dei più giovani, quando GenX e Boomers lo sposano e perché amano indossare proprio lo stile vintage. Inoltre, per queste generazioni il Made in Italy è un valore importante e fondante la moda italiana.

Le marche cult che dominano il loro panorama di acquisto sono soprattutto marche storiche, come Armani, Liu Jo e Dolce & Gabbana. Anche se Zara è riuscito comunque a far breccia nel target femminile della GenX.
Per quanto riguarda i touchpoint di riferimento come fonte di ispirazione, prevalgono le vetrine dei negozi, i consigli dei negozianti, oltre a riviste e newsletter, ma non disdegnano consultare i siti web dal cellulare.

Attenti al prezzo, ma non a discapito della qualità

GenX e Boomers in genere prediligono un modello di acquisto più tradizionale. Vanno a far shopping in città, e non nei centri commerciali, e nei negozi fisici, soprattutto boutique multimarca e department stores.
Questi format garantiscono un’ampiezza di assortimento di prodotti e marche più distintive e particolari, e consentono un’esperienza di acquisto più appagante in termini di ambiente, assistenza e servizio.

Sebbene meno interessante alle carte fedeltà, queste generazioni ne possiedono dei grandi magazzini, perché oltre agli sconti offrono diversi servizi aggiuntivi.
Ovviamente, sono Boomers e GenX sono attenti al prezzo, ma ciò non deve andare a discapito della qualità e del comfort.

Fitting, stile evergreen e durata dei capi

“In termini di attese, sicuramente, c’è una forte richiesta di un ritorno alla qualità di una volta, prodotti che durano, realizzati con fibre naturali, prodotti in Italia e oggi anche con un processo virtuoso sostenibile, basato sul riciclo –  spiega Alessandra Mengoli, partner di Sita Ricerca -. Queste generazioni ancora di più che i Millenials infatti hanno constatato progressivamente un peggioramento della qualità a fronte di un continuo aumento dei prezzi, sia nel fast fashion sia nel mondo delle marche di fascia più alta. Inoltre chiedono una maggior attenzione al fitting e al comfort dei capi di abbigliamento e delle calzature, accanto a uno stile moda più evergreen. Tutto questo rientra nel concetto di qualità per loro”.

Second Hand: un risparmio potenziale di 450mila tonnellate di CO2 

Tra i comportamenti sostenibili più praticati dagli italiani la compravendita di usato si posiziona al terzo posto. Nel 2024 l’hanno ‘praticata’ 27,2 milioni di persone. E circa 11,5 milioni di oggetti venduti su Subito, la piattaforma di compravendita di oggetti usati, hanno permesso un risparmio potenziale di quasi 450mila tonnellate di CO2. In pratica, come se si fossero evitate le emissioni di 4,5 milioni di passeggeri che volano da Milano a Roma o 3,7 milioni di auto che viaggiano tra Milano e Roma.

Emerge dall’Osservatorio Second Hand Economy di Bva Doxa per Subito, condotto attraverso lo studio Second Hand Effect svolto in collaborazione con Vaayu sulle compravendite tra privati avvenute nelle categorie Market.

Biciclette, arredamento, informatica, le categorie più impattanti

Nel 2024 ogni compravendita su Subito ha consentito un risparmio potenziale medio di 39 kg di CO2 non immessi nell’atmosfera. Una quantità in crescita del 40% rispetto al 2023.
Si tratta di un dato positivo che dipende anche dall’incremento delle vendite di oggetti con un impatto maggiore sull’ambiente, come, ad esempio, biciclette (240 kg di CO2 risparmiata in media), Pc fissi e console (210 kg), Tv (135 kg) e notebook/tablet (95 kg).

Le biciclette (38%), in particolare, si attestano al primo posto nella classifica delle categorie che hanno contribuito maggiormente al risparmio totale di CO2. Sul secondo e sul terzo gradino del podio, quasi a parimerito, si posizionano due categorie molto apprezzate quando si parla di mercato second hand: arredamento e casalinghi (20%) e informatica (19%).

“Nel 2024 evitate emissioni equivalenti all’intera città di Varese”

“I risultati dell’analisi Second Hand Effect 2024 dimostrano come la compravendita di oggetti usati non sia solo una scelta consapevole e smart, ma anche un gesto concreto con un impatto ambientale misurabile – racconta Giuseppe Pasceri, Ceo di Subito -. È soddisfacente e stupefacente osservare come quelli che ci sembrano piccoli gesti quotidiani siano in realtà grandi cambiamenti a favore del nostro futuro. L’anno scorso, 11,5 milioni di compravendite su Subito hanno potenzialmente evitato le emissioni equivalenti all’impronta ambientale di 78mila italiani, praticamente l’intera città di Varese”.

Anche l’imballaggio è riciclato

In 6 casi su 10 (59,5%), poi, l’usato evita effettivamente l’acquisto di un prodotto nuovo, con picchi del 66% in categorie chiave come arredamento, elettrodomestici ed elettronica. Questo comporta l’ulteriore abbattimento di costi ed emissioni correlate alla produzione di beni nuovi (estrazione delle materie prime, lavorazione, distribuzione).

Dati significativi, se si considera che il 71,5% degli oggetti pubblicati su Subito trova effettivamente un acquirente portando a compimento il circolo virtuoso del riuso.
Ultimo, ma non per importanza, l’imballaggio: l’80% di chi spedisce un prodotto lo fa utilizzando un imballaggio già presente in casa o già utilizzato per altro, mentre chi preferisce la compravendita e lo scambio di persona nel 63% dei casi non utilizza alcun tipo di imballaggio.

Lavoro: l’Intelligenza artificiale aiuta a vincere le sfide demografiche

Entro il 2033 l’AI avrà un impatto su 3,8 milioni di posti equivalenti, ma con un gap di 5,6 milioni di lavoratori in meno, pari al 25% degli occupati attuali, per effetti demografici.
Per mantenere in equilibrio il sistema previdenziale sarebbero necessari 26,8 milioni di occupati, mentre ne sono previsti “solo” 21,2 milioni.

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano l’AI è una leva fondamentale per colmare parte del gap occupazionale, a patto di investire in formazione, tutele ed equa redistribuzione dei benefici.
Oggi, il 18% dei posti di lavoro equivalenti in Italia risulta già automatizzabile e la quota potrebbe salire al 50% entro il 2033, quando la popolazione italiana in età lavorativa calerà di 2,8 milioni, mentre i pensionati aumenteranno di 2,3 milioni. 

“Il progresso tecnologico dev’essere una leva di crescita e coesione sociale”

“L’Intelligenza artificiale è un tema strategico per affrontare le sfide demografiche ed economiche che attendono l’Italia. – dichiara Walter Rizzetto, presidente XI Commissione Lavoro della Camera dei Deputati -. La Commissione Lavoro della Camera, che ho la responsabilità di presiedere, segue con grande attenzione le implicazioni dell’AI sul mondo del lavoro e ha già svolto una specifica indagine conoscitiva che ha permesso di individuare rischi, opportunità e strumenti di regolazione.
L’obiettivo è accompagnare l’innovazione con politiche adeguate, capaci di coniugare competitività e tutela delle persone, affinché il progresso tecnologico diventi leva di crescita e coesione sociale”.

Per il 61% dei lavoratori l’AI ha già cambiato il modo di lavorare

“Nel 2024 il mercato dell’AI in Italia mostra una crescita record (+58%), toccando 1,2 miliardi di euro. “Un risultato che testimonia l’interesse del tessuto produttivo a cogliere le opportunità offerte da questa tecnologia – spiega Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio -.  E la tecnologia sta avendo già un impatto sulla vita quotidiana dei lavoratori italiani: il 61% ritiene che l’AI abbia già cambiato molto o abbastanza il proprio modo di lavorare”.

Il 54% dei lavoratori afferma poi che l’AI semplifica e velocizza le attività, il 34% che svolge autonomamente alcune mansioni e il 17% che svolge nuove attività. Per il 6% il lavoro è interamente dedicato alla supervisione dell’AI.
Inoltre, per 1 lavoratore su 10 molte attività possono essere sostituite dall’AI entro i prossimi cinque anni.

Formazione, una tema che resta delicato

L’Osservatorio ha raccolto oltre 30 indicatori per restituire una fotografia dettagliata del contesto. Tra i temi toccati rientra quello della formazione.

“In questo ambito – dichiara Giovanni Miragliotta, direttore dell’Osservatorio -, i KPI (Key Performance Indicator) sono incoraggianti da un lato, ma più preoccupanti dall’altro. Il numero di studenti STEM rimane pressoché stabile, circa 124mila nel 2023/24, mentre il numero dei dottorati in AI è più che raddoppiato tra il 2021/2022 e il 2022/2023, toccando quota 342, grazie allo stanziamento di fondi del PNRR. Tuttavia, non possiamo ignorare un dato allarmante: il flusso migratorio netto delle competenze italiane in AI è negativo, con un valore di -0,18 nel 2023”.

Rapporto Coop: gli stili di vita degli italiani nel 2025

Abbandonate serenità e fiducia ostentate negli anni della pandemia e del post-Covid, negli ultimi mesi gli italiani vedono allungarsi un’ombra sul domani. Rispetto al 2022 oggi crescono timore (dal 20% al 39%), inquietudine (24%, 37%) e allerta (16%, 25%), si riducono serenità (34%, 24%) e fiducia (27%, 24%).

Nel mindset individuale restano le difficoltà quotidiane e la voglia di maggiori redditi, ma nell’immaginario collettivo è soprattutto la guerra a segnare più ampia discontinuità. E non stupisce che si affermino istanze di pace e diritti civili (64%), contrasto a fame, povertà, violenze di genere (55%) anche sopravanzando la garanzia di un lavoro dignitoso, la riduzione delle disuguaglianze (62%) e gli stessi temi ambientali e del cambiamento climatico.
Emerge dal Rapporto Coop 2025 – Consumi e stili di vita degli italiani di oggi e domani. 

Resta alta l’attenzione per l’ambiente

Nel generale greenlash istituzionale e imprenditoriale il 73% degli italiani considera il climate change un’emergenza causata da attività umane e si dichiara disposto a fare la sua parte con mezzi di trasporto alternativi, limiti all’uso del riscaldamento domestico, riduzione del consumo di carne rossa.
Questo cambiamento nello stato d’animo degli italiani sembra preconizzarne uno più profondo nel sistema valoriale e un ripensamento degli stili di vita.

Gli italiani si autorappresentano guidati da valori di onestà (50%), rispetto (46%) e sono meno interessati a ricchezza (10%), successo sociale/carriera (7%). E dopo anni di spinta laicista riemerge l’importanza della religione, e più in generale, il ricorso a percorsi di spiritualità (45%). 

L’immaginario collettivo si nutre di vintage

Mentre impazzano remake televisivi e cinematografici, crescono esponenzialmente le vendite di vinili. Il 54% della GenerazioneZ avrebbe preferito nascere all’epoca dei propri genitori. Un tuffo nel passato che consola, tanto che 7 italiani su 10 pensano che un tempo il mondo fosse un posto migliore.

Ma grazie al loro impegno sul lavoro, gli italiani si scoprono meno vulnerabili, ma restano vigili e in precario equilibrio di fronte agli imprevisti. Se è vero che nel 2024 la spesa complessiva delle famiglie è cresciuta rispetto a cinque anni fa, oltre la metà è assorbita dalle spese obbligate. Il risparmio persiste come driver primario (42%), ma a essere messa in discussione è l’essenza stessa della società dei consumi. Pare arrivato il tempo del deconsumismo.

L’eterna rinascita del cibo

Il ripensamento del sistema valoriale e delle scelte quotidiane è riflesso nel modo in cui gli italiani si rappresentano a tavola. Rispetto al 2022 chi si identifica con un’identità alimentare ancorata alla tradizione scende dal 34% al 22%, mentre cresce la percentuale di chi autodefinisce il proprio stile associandolo ad abitudini alimentari innovative (23%, 31%).

Il cibo, oltre a divenire palestra di sperimentazione, torna domestico e cucinato. 
Per stare al passo con queste evoluzioni, la grande distribuzione italiana dovrà affrontare la sfida del futuro, che secondo le opinioni dei manager food&beverage, passa dall’innovazione di prodotto e di processo (53%), ma anche da adeguate politiche per il personale (36%). 

Compravendite residenziali, II trimestre 2025 ancora in crescita

Nel secondo semestre 2025, malgrado la riduzione dei tassi di interesse e il progressivo allentamento dei criteri di concessione dei mutui da parte delle banche, l’offerta immobiliare si presenta ancora rigida. Al contempo, cresce la domanda potenziale.

Le previsioni dell’Osservatorio sul Mercato Immobiliare realizzato da Nomisma confermano i dati rilasciati dall’Agenzia delle Entrate: nel II trimestre dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2024 le compravendite residenziali registrano una crescita del +8,1%.
Ma, nonostante la variazione positiva, in concomitanza con l’evoluzione delle erogazioni di mutui e la stabilizzazione attesa dei tassi di interesse, la ripresa delle transazioni avviata nel 2024 ha già toccato il picco, e si avvia verso una fase di riduzione.

Le incertezze macroeconomiche iniziano a farsi sentire

Alla luce delle dinamiche rilevate, gli operatori immobiliari del settore retail intervistati da Nomisma confermano un clima di fiducia positivo nel comparto residenziale, sebbene con segnali di maggiore cautela rispetto all’anno precedente.
Il saldo dei giudizi sui contratti di compravendita e locazione rimane in attivo, ma mostra un lieve ridimensionamento, segno di un mercato che pur mantenendo una buona vitalità inizia a risentire delle incertezze macroeconomiche e del progressivo indebolimento del potere d’acquisto delle famiglie.

Sul fronte della locazione, i dati registrano un incremento contenuto del numero di nuovi contratti di locazione (+1,5%), trainati quasi esclusivamente delle nuove locazioni nei comuni ad alta tensione abitativa.

Locazioni corporate: investimenti più selettivi

Sul mercato corporate, l’incertezza potrebbe riflettersi in una maggiore selettività degli investimenti e nella capacità degli stessi di generare reddito stabile. I settori che meglio rispondono a questi criteri sono quelli delle infrastrutture digitali, del rent-to.buy nel residenziale, degli alloggi per studenti e della logistica.

Nel segmento degli uffici, invece, l’interesse degli investitori è destinato a spostarsi verso la fascia alta del mercato (immobili di qualità, conformi ai criteri ESG e in posizioni centrali) che continuerà a registrare buone performance, con bassi tassi di sfitto e crescita degli affitti.
Per contro, per la fascia meno pregiata del segmento degli uffici si prevede un calo di interesse da parte dei locatari con conseguenti cali degli affitti.

Domanda aumenta, offerta in contrazione

In sostanza, la domanda continua a essere percepita in crescita, soprattutto nel segmento della locazione, dove la pressione abitativa e la ridotta disponibilità di immobili spingono verso un aumento dei canoni.
L’offerta, invece, è giudicata in ulteriore contrazione, sia per l’acquisto sia per la locazione, accentuando le tensioni sul mercato.

Relativamente al comparto non residenziale (uffici e negozi), gli operatori segnalano una domanda ancora contenuta e in lieve flessione, mentre l’offerta fatica a trovare collocazione, soprattutto nei contesti meno centrali o con caratteristiche non aggiornate alle nuove esigenze funzionali. 
La prospettiva di contrazione dei contratti, sia di acquisto sia di locazione, riflette un mercato ancora in cerca di un nuovo equilibrio.

Italia, trasformazione digitale: quali opportunità e quali criticità?

Il percorso di trasformazione digitale che interessa l’Italia si inserisce all’interno di una cornice europea ben definita. Con il Programma per il Decennio Digitale 2030, l’Unione europea punta a costruire una società digitale più inclusiva, equa e sostenibile.

Gli obiettivi riguardano quattro aree chiave: sviluppo delle competenze digitali, infrastrutture sicure ed efficienti, sostegno alla digitalizzazione delle imprese e modernizzazione dei servizi pubblici.

La risposta italiana

L’Italia ha fatto propri questi indirizzi attraverso il PNRR, che destina risorse a connettività, 5G e digitalizzazione della Pubblica amministrazione, con l’intento di semplificare i servizi e ridurre i divari. Particolare attenzione è rivolta all’educazione digitale: scuole e università sono coinvolte in un processo di aggiornamento che mira a formare cittadini più consapevoli e preparati.

Digializzazione, una questione anche culturale

Il rapporto dell’Eurispes sottolinea come la digitalizzazione non sia solo una questione tecnologica, ma anche culturale. Chi è cresciuto in un contesto analogico tende a concepire il tempo in modo lineare e riflessivo, mentre i nativi digitali vivono in un flusso continuo e frammentato, spesso caratterizzato da velocità e simultaneità.

Secondo Save the Children, l’età di accesso allo smartphone in Italia si è abbassata notevolmente: oltre il 30% dei bambini tra i 6 e i 10 anni lo utilizza quotidianamente.

Identità e relazioni nell’era dei social

La costruzione dell’identità oggi passa inevitabilmente dai social network. Profili su Instagram, TikTok o Facebook diventano vetrine personali, alimentando una forma di “identità frammentata” che porta a un costante controllo dell’immagine. Questo fenomeno influisce anche sulle relazioni: i legami sociali non sono più ancorati a luoghi fisici, ma si sviluppano online, dando vita a rapporti più fluidi e talvolta meno stabili. Secondo il Rapporto Italia 2025 dell’Eurispes, tra i giovani tra i 18 e i 24 anni oltre la metà si sente più libera di esprimersi sui social, ma quasi uno su due avverte una perdita di tempo e una distanza crescente dalla realtà.

Il gap generazionale e le fragilità dei più giovani

I dati Istat (2023) mostrano che il 93,5% dei giovani tra i 20 e i 34 anni usa Internet regolarmente, contro poco più della metà degli over 65.
Questo gap non è solo tecnico ma anche culturale: gli adulti mantengono un approccio più sequenziale e riflessivo, mentre i giovani sviluppano modalità reticolari e veloci, spesso a scapito della profondità.

Una sfida di qualità, non solo di quantità

Secondo il Digital 2024 Global Overview Report, l’87,7% degli italiani è connesso, ma oltre 7 milioni di persone restano escluse, soprattutto nelle aree interne e tra le fasce più fragili. Inoltre, gran parte del tempo online è dedicata a intrattenimento e social, mentre solo il 18% degli utenti sfrutta la rete per attività formative o di cittadinanza attiva (Istat).

Per l’Italia, dunque, l’obiettivo non è garantire l’accesso, ormai quasi universale, ma trasformarlo in un utilizzo consapevole, critico e capace di generare valore sociale.

Lavoro sempre più “senior”: l’età media degli occupati sale a 44 anni

Altro che ricambio generazionale e slogan come largo ai giovani. Il mondo del lavoro italiano invecchia, e lo fa più in fretta della popolazione generale.

Secondo un’analisi di Confesercenti basata su dati Istat, INPS e registri camerali, nel 2024 l’età media dei lavoratori ha raggiunto i 44,2 anni, oltre due in più rispetto al 2019. Un trend che riflette il calo della presenza giovanile e la crescita degli over 50, inclusi più di un milione di pensionati rientrati in attività.

Il fenomeno è più accentuato al Centro Italia

Anche se il fenomeno riguarda l’intero Paese, è più accentuato nel Centro Italia, dove la media tocca i 44,6 anni, seguito dal Nord (44,4) e dal Sud (43,8). Le cause di questa tendenza sono note a tutti: percorsi di studio più lunghi, requisiti pensionistici più rigidi e un quadro demografico segnato dal calo delle nascite. Ma sorprende come l’invecchiamento nel lavoro superi quello dell’intera popolazione, cresciuto di soli due mesi nello stesso arco temporale.

Negli ultimi vent’anni, il numero totale di occupati è cresciuto di oltre 1,6 milioni di unità. Ma questo dato nasconde un profondo squilibrio: i lavoratori under 34 sono diminuiti di oltre 2 milioni, quelli tra i 35 e i 49 anni sono calati di quasi un milione, mentre gli over 50 sono aumentati di quasi 5 milioni. Tra questi, anche molti pensionati tornati in attività, spesso liberi professionisti o lavoratori autonomi, ma anche circa 360.000 dipendenti.

Il mancato ricambio generazionale è un pericolo per le imprese

Anche il mondo dell’imprenditoria non sfugge alla tendenza. L’età media degli imprenditori è passata da 51,1 a 51,9 anni. In alcune regioni, come Umbria, Toscana e Liguria, si superano già i 53 anni. Il Lazio rappresenta un’eccezione con una lieve flessione, mentre la Lombardia vanta il primato degli imprenditori più giovani (49,2 anni).

I giovani sono delle “Cenerentole”

Il ritorno al lavoro dopo la pensione e la difficoltà per i giovani di entrare nel mercato sono anche il frutto di un contesto lavorativo che viene via via impoverito. Tra inflazione, carico fiscale e contratti non rappresentativi – i cosiddetti “pirata” – circa 800mila lavoratori, soprattutto nei settori del commercio e del turismo, risultano sottoinquadrati e privi di tutele fondamentali.

Serve un cambio di rotta

Secondo Nico Gronchi, presidente di Confesercenti, è il momento di agire con politiche mirate: incentivi fiscali per le imprese under 35, detassazione degli aumenti contrattuali più qualificati, e valorizzazione della contrattazione collettiva. Solo così, conclude, sarà possibile frenare l’inverno demografico del lavoro e restituire prospettive alle nuove generazioni.

L’email marketing garantisce ancora risultati concreti in termini di coinvolgimento e conversione 

Il canale email, spesso considerato superato o sottovalutato, ancora oggi è centrale per molte realtà, soprattutto in ambito B2C, dove la comunicazione personalizzata e diretta è cruciale. 

Il report Email Marketing Benchmark di GetResponse mostra come in un contesto segnato dall’incertezza degli algoritmi, e da costi crescenti per la visibilità online, la posta elettronica rimanga uno dei pochi strumenti capaci di garantire controllo, tracciabilità e ritorni stabili nel tempo.

Nonostante l’apparente concorrenza di canali più moderni, come i social media, l’email marketing è infatti uno strumento che continua a offrire risultati concreti in termini di coinvolgimento e conversione.

Automotive, finanza e retail si confermano i settori che ne sfruttano meglio le potenzialità

Il settore automotive guida la classifica dei settori dove l’email marketing continua a essere utilizzato con profitto.
Con un tasso medio di apertura delle email del 53,54%, l’automotive è seguito da finanza (52,12%), marketing/advertising (50,39%) e commercio al dettaglio (49,62%). Tutti valori superiori alla media europea, che si attesta al 42,6%.

I tassi di clic confermano questa tendenza, con la finanza al 5,01%, l’IT al 4,68%, l’automotive al 4,49% e il settore media/editoria al 4,36%.
Questi risultati non si limitano a mostrare quali settori ottengono più interazioni, ma suggeriscono anche come pratiche più strutturate, contenuti pertinenti e frequenza regolare degli invii giochino un ruolo decisivo.

Bassa incidenza di disiscrizioni e segnalazioni spam

Al contrario, ristorazione (2,11%) o immobiliare (2,32%) faticano a ottenere gli stessi risultati, spesso a causa di strategie più generiche, invii sporadici o messaggi poco segmentati.

Uno degli elementi che conferma la solidità del canale email è la bassa incidenza di disiscrizioni e segnalazioni spam. In tutti i settori analizzati, il tasso di disiscrizione resta tra lo 0,05% e lo 0,12%, mentre le segnalazioni spam si mantengono al di sotto dello 0,02%. Numeri che indicano un buon livello di accettazione del canale da parte degli utenti e che rafforzano l’idea che la pertinenza dei contenuti sia la variabile più determinante.
Quando le email rispondono a un interesse reale o forniscono un contenuto informativo di qualità, non solo vengono lette, ma favoriscono un rapporto continuativo.

Uno strumento accessibile a tutti, non servono competenze tecniche elevate

In settori come quello finanziario o tecnologico, ad esempio, newsletter con aggiornamenti normativi o analisi di scenario diventano strumenti di orientamento.
Nel retail, invece, la personalizzazione basata sul comportamento di acquisto può migliorare sensibilmente il tasso di coinvolgimento.

Sebbene l’email marketing venga talvolta percepito come uno strumento tecnico o riservato a realtà strutturate, negli ultimi anni si è assistito a una semplificazione delle piattaforme e all’introduzione di soluzioni pensate anche per imprese di piccole dimensioni.
Oggi, anche le Pmi e le microimprese possono utilizzare funzionalità avanzate come l’invio automatizzato, la segmentazione dinamica o i suggerimenti intelligenti di contenuto, senza necessariamente possedere competenze tecniche elevate.