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Mercato del lavoro: quasi 120mila posti a rischio ma le aziende non trovano 190mila lavoratori

Lo segnala l’Ufficio studi della CGIA: nonostante le numerose e recenti crisi aziendali mettano a rischio quasi 120mila posti di lavoro, entro i prossimi tre mesi le imprese hanno intenzione di assumere 1,37 milioni di lavoratori, di cui 380mila circa a tempo indeterminato.

Tuttavia, negli ultimi anni la difficoltà nel reperire il personale è più che raddoppiata, e in un caso su due sussiste il rischio di non poter procedere alle assunzioni.
È un paradosso del nostro mercato del lavoro: le imprese non sarebbero nelle condizioni di coprire, nemmeno offrendo un posto fisso, almeno 190mila posizioni lavorative.

Il decremento della popolazione giovanile

A questo si aggiunge il costante decremento della popolazione giovanile e un incremento significativo della fascia più anziana.
Il numero dei giovani sul mercato del lavoro è in costante diminuzione. In Italia, la fascia di età 25-34 anni è passata da circa 8,5 milioni di individui nel 2004 a 6,2 milioni attuali. Si tratta di un crollo inedito rispetto al passato e tra i più accentuati in Europa.

La forte riduzione del rinnovo della popolazione attiva trascina verso il basso la forza lavoro potenziale: uno squilibrio che nessuno, in tempi ragionevolmente brevi, sembra avere gli strumenti appropriati per affrontare.
Le previsioni per il fabbisogno occupazionale e professionale fino al 2028 dovrebbe attestarsi attorno a 3,6 milioni di occupati. Di questi, l’83% circa (quasi 3 milioni) dovrebbe sostituire chi è destinato a uscire dal mercato del lavoro per raggiunti limiti di età.

A novembre ’24 record storico di “posti fissi” 

Nel prossimo decennio la vera sfida non consisterà tanto nella reintegrazione di coloro che hanno perso il lavoro a causa di crisi aziendali, quanto piuttosto nella copertura dei posti vacanti. 

Sebbene le ore di Cassa Integrazione Guadagni (CIG) totale autorizzate siano in deciso aumento, e la questione salariale sia tornata prepotentemente a infiammare il dibattito politico nazionale, il numero dei lavoratori dipendenti italiani con il posto fisso ha toccato, a novembre scorso, il suo record storico: 16.264.000 addetti.
Per contro, a novembre i lavoratori a termine si sono attestati circa alla stessa quota di novembre 2020, ovvero, 2.652.000.

Tra nuove forme di povertà e disoccupazione

Il livello retributivo in Italia si presenta mediamente inferiore rispetto a quello riconosciuto ai dipendenti dei Paesi con cui competiamo. E sebbene un lavoratore possa beneficiare del cosiddetto posto fisso, non è da escludere che a causa di uno stipendio molto contenuto si trovi invischiato nelle nuove forme di povertà, sempre più diffuse soprattutto nelle grandi aree urbane.

Fenomeni di profondo disagio che fino a un decennio fa non si avvertivano con la stessa preoccupazione con cui si presentano ora.
Tuttavia, se l’alternativa alla crescita dei lavoratori con il contratto a tempo indeterminato è la disoccupazione, la precarietà, o peggio, il lavoro sommerso, non si può che salutare con soddisfazione il record ottenuto nel mese di novembre.

Codice della strada, quali sono le principali novità?

Il nuovo Codice della strada, entrato in vigore 14 dicembre, si concentra soprattutto sulla repressione, con pene più severe e nuove limitazioni, dal ‘bollino’ per chi causa incidenti dopo aver bevuto alla sospensione e revoca delle patenti per chi viene fermato alla guida alticcio o sotto sostanze stupefacenti. La stretta è anche sull’uso dei cellulari alla guida, con sanzioni da 422 a 1.697 euro, e sospensione della patente da quindici giorni a due mesi dalla prima violazione.

In caso di recidiva nel biennio, oltre alla sospensione della patente da uno a tre mesi è disposto il pagamento di una somma da 644 a 2.588 euro e una decurtazione di 8 punti dalla patente (prima violazione) o 10 (seconda volta).
Secondo Altroconsumo, per mettere realmente in sicurezza le strade sarebbe necessario lavorare sul problema principale: la velocità dei veicoli.

Sosta abusiva e guida “alcolica”

La sosta nei posti per i disabili ora ‘costa’ da 80 a 990 euro, mentre per chi parcheggia nelle corsie riservate alla fermata dei mezzi di trasporto pubblico locale, da 41 a 660 euro.

Ma la stretta più importante è quella contro l’utilizzo alla guida di alcol e sostanze stupefacenti. In caso di sinistri causati da persone in stato alterato per alcol, oltre alla sospensione della patente, sul documento del conducente sarà inserito il codice 68 (‘Niente alcool’) o il codice 69 ‘Limitazione dell’uso-Limitata alla guida di veicoli dotati del dispositivo alcolock’, un codice che dovrebbe rimanere per almeno due anni, a seconda della gravità del sinistro.

Under21 e neopatentati

Il codice 69 prevede infatti l’obbligo di installare a proprie spese un dispositivo che impedisca l’avviamento del motore a seguito del riscontro di un tasso alcolemico da parte del guidatore superiore a zero, il cosiddetto ‘Alcolock’.

Una serie di norme riguarda poi chi ha meno di 21 anni. In questo caso, il conducente responsabile di un sinistro in stato di ebbrezza se sta circolando con il foglio rosa non potrà ottenere la patente di guida o convertirne una rilasciata all’estero prima del compimento di 24 anni.
La riforma prevede anche limitazioni per i neopatentati, come l’estensione da uno a tre anni del divieto di guidare auto di grossa cilindrata. Aumenta però la potenza delle auto che si possono guidare.

Autovelox e monopattini

Giro di vite sugli Autovelox installati dai Comuni solo per fare cassa, con la proposta di applicare una sola sanzione per ciascun giorno di calendario anche se vengono rilevate più infrazioni da diversi dispositivi. Ma se la stessa persona commette la violazione dei limiti di velocità all’interno del centro abitato per almeno due volte in un anno, scatta la sanzione amministrativa da 220 a 880 euro con sospensione della patente da quindici a trenta giorni 

Quanto ai monopattini elettrici, aumentano gli obblighi per i possessori e i gestori di quelli in sharing. Nei prossimi mesi, l’approvazione dei decreti attuativi da parte del Ministero dei Trasporti stabilirà i requisiti e le corrette procedure per regolarizzare il mezzo.

Le sfide principali per la sicurezza IT delle aziende nel 2024

Perdita di produttività, protezione degli ambienti tecnologici complessi e scarsa conoscenza in materia di cybersecurity sono i problemi relativi alla sicurezza informatica che più preoccupano le aziende italiane. Problemi alimentati dalle crescenti esigenze e requisiti di sicurezza IT.
Emerge dal recente Kaspersky IT Security Economics Report.

Il report annuale analizza i cambiamenti nei budget, nelle violazioni e nelle sfide aziendali che interessano i responsabili della sicurezza IT, e si basa su interviste a professionisti dell’IT e della sicurezza informatica che operano in aziende di diverse dimensioni e settori.
L’indagine è stata condotta in 27 Paesi in Europa (tra cui l’Italia), Asia-Pacifico, Medio Oriente, Turchia, Africa, America Latina e Nord America.

Tempi di inattività e perdita di produttività i pericoli più temuti

In Italia il 43% delle aziende considera i tempi di inattività e la perdita di produttività come i problemi più gravi causati da una sicurezza IT inadeguata. Questi problemi sono principalmente legati ai lunghi tempi necessari per rilevare le minacce (51%) e al mancato accesso ai servizi rivolti ai clienti (44%), come, ad esempio, siti web, sistemi di pagamento, portali.

Secondo il 39% degli intervistati la sicurezza degli ambienti tecnologici complessi e la connettività dei dati rientrano tra le principali preoccupazioni, causate soprattutto da un funzionamento non corretto, o errori della soluzione di sicurezza che lasciano i sistemi esposti (51%). Ma anche dalla gestione della sicurezza su più piattaforme informatiche (43%) e dal numero crescente di incidenti che coinvolgono dispositivi connessi non informatici (34%).

L’alto livello di sofisticazione raggiunto dai cyberattacchi rende necessaria maggiore attenzione

“Nell’attuale panorama delle minacce, sempre più complesso e in continua evoluzione, il livello di sofisticazione dei cyberattacchi ha reso necessario una maggiore attenzione da parte delle aziende – ha commentato Alexey Vovk, Information Security Director di Kaspersky -. Di conseguenza, è fondamentale che le organizzazioni proteggano ogni aspetto delle loro attività da possibili violazioni”.

La scarsa conoscenza in materia di sicurezza informatica degli utenti finali, come, ad esempio, i dipendenti che commettono sempre gli stessi errori, è una preoccupazione rilevante per il 38% delle aziende italiane, suggerendo la necessità di diffondere maggiormente la cybersecurity awareness per ridurre i rischi.

Adottare un approccio globale e sistematico piuttosto che limitarsi a singole misure specifiche

“Gli aggressori non si affidano più esclusivamente agli exploit zero-day, poiché un semplice clic su un link dannoso o una vulnerabilità nell’infrastruttura di un fornitore possono causare danni devastanti – ha aggiunto Alexey Vovk -. Questo sottolinea come la sicurezza delle informazioni debba basarsi su un approccio globale e sistematico, piuttosto che limitarsi all’adozione di singole misure specifiche”.

Business Coaching: il livello di consapevolezza tra le aziende è alto

Il ‘people development’ è una pratica sempre più popolare tra le imprese italiane, specialmente tra le grandi realtà. Nel 2023, il 95% delle medie e grandi aziende ha offerto corsi di formazione ai propri collaboratori, un dato che arriva al 100% nelle aziende con più di 500 dipendenti.
Nel campo specifico del business coaching, il 96% delle aziende è propenso ad avviare percorsi dedicati o continuare quelli già intrapresi, e i responsabili HR ne apprezzano i benefici per i dipendenti.

È quanto emerge da ‘Il Business Coaching nelle aziende italiane (2024)’, la ricerca sul people development in Italia, realizzata da BVA Doxa per Speexx.
Lo studio ha l’obiettivo di mappare l’impatto del coaching sul benessere e lo sviluppo delle persone in azienda. 

Driver, impatto e modalità di erogazione dei programmi

Quando si parla di business coaching, il 99% degli intervistati sa di cosa si tratta o almeno ne ha sentito parlare. Nell’86% dei casi, le discussioni interne all’azienda relative alla possibilità di avviare percorsi di business coaching si sono concretizzate con l’attivazione di programmi dedicati.
La ragione principale che spinge le organizzazioni a introdurre questo tipo di attività è la crescita dei propri collaboratori (84%), oltre all’opportunità di aumentare le chance di business (51%).

Quanto alle aree aziendali in cui l’impatto del business coaching è maggiore, sul podio si trovano organizzazione/gestione del personale (34%), pianificazione strategica (20%), commerciale (19%), customer care (11%), comunicazione (6%), e produzione (5%).

Il percorso di formazione e il coach perfetto 

L’indagine ha inoltre rilevato quanto sia efficace affidarsi a risorse esterne specializzate nel coaching aziendale. La modalità in outsourcing è stata indicata da gran parte del campione intervistato come particolarmente vantaggiosa per preparare le persone a svolgere il proprio ruolo in azienda (64%). Quest’approccio aiuta infatti a rafforzare i team (53%) e le persone tendono ad aprirsi di più con un interlocutore esterno (40%).

È importante che i percorsi di coaching vengano pensati e pianificati insieme ai responsabili HR, per soddisfare al meglio le aspettative dei dipendenti.
Tra le qualità più apprezzate dei formatori rientrano la capacità di concentrarsi sui cambiamenti (28%), l’esperienza nel settore dell’azienda (25%), e la capacità di porre domande giuste ai suoi interlocutori (25%).

Un alleato per la crescita

Tra i vantaggi del business coaching, gli HR manager intravedono soprattutto opportunità di crescita per i dipendenti. L’employability è un fattore chiave per trattenere le persone in azienda. Tanto che la totalità di coloro che hanno intrapreso un percorso di coaching aziendale è soddisfatta dei risultati raggiunti e del processo di crescita innescato da attività mirate.

Nello specifico, sebbene per il 46% ci siano ancora margini di miglioramento, il 54% degli intervistati si ritiene pienamente soddisfatto.
Tra questi, il 71% appartiene alla fascia più giovane del campione, con un’età inferiore a 45 anni.

Customer Experience B2b: perché le aziende italiane sono poco mature?

Secondo il modello di maturità delle medie e grandi imprese B2b italiane elaborato dall’Osservatorio Customer Experience nel B2b del Politecnico di Milano, il 36,5% delle aziende italiane è al livello Explorer e il 32% Experimenter, ovvero, si trovano nelle fasi iniziali della trasformazione verso il nuovo paradigma.

Sebbene un terzo delle aziende italiane affermi di adottare un approccio ‘cliente-centrico’ la maggior parte sta muovendo ancora i primi passi in questa direzione. E sono solo poche realtà pionieristiche ad avere già adottato modelli di relazione e vendita che integrano componenti digitali.
Nella gestione dei dati, il 70% delle imprese dispone di CRM e software gestionali, ma il potenziale non viene del tutto sfruttato, limitandosi alla raccolta di dati anagrafici o di vendita.

Solo il 21% delle transazioni avviene con l’e-commerce 

Le aziende che adottano strategie integrate di customer experience ed e-commerce B2b migliorano la soddisfazione e la fidelizzazione dei clienti. Ma la strada verso una piena maturità è ancora lunga. 

Un’azienda su due sta investendo nello sviluppo di piattaforme e-commerce B2b per l’ottimizzazione della Customer Experience, ma si preferiscono ancora modelli di vendita tradizionali, e il commercio elettronico rappresenta il 21% delle transazioni contro il 40% del mercato internazionale.
Un panorama acuito dal fatto che 7 aziende su 10 rilevano un basso livello di maturità digitale dei clienti, e per il 58% la mancanza di integrazione tra i propri sistemi e quelli dei clienti è un ostacolo.

I perché del ritardo nel percorso di maturità

“Negli ultimi anni il mercato B2b ha subito trasformazioni profonde, dovute allo sviluppo di nuovi touchpoint di relazione, all’aumento della concorrenza globale e al cambiamento delle aspettative dei clienti trainato dai contesti B2c – spiega Sara Zagaria, Direttrice dell’Osservatorio -. Se molte aziende internazionali hanno riformulato le proprie strategie di gestione dei clienti, sviluppando ecosistemi digitali di approvvigionamento, il contesto italiano evidenzia un ritardo nel percorso di maturità, dovuto a una combinazione di fattori, tra cui la resistenza al cambiamento, la mancanza di competenze digitali e la difficoltà nel ridisegnare processi aziendali consolidati”.

Realtà italiane a un bivio fra tradizione e innovazione

“Per adottare un modello ‘cliente-centrico’ serve un’opportuna dotazione tecnologica, in grado di valorizzare gli scambi informativi, ma le imprese B2b mostrano ancora immaturità nella raccolta e nell’integrazione di queste informazioni – aggiunge Marta Valsecchi, Direttrice dell’Osservatorio -. Ci troviamo a un bivio tra tradizione e innovazione, in cui è fondamentale considerare le preferenze dei clienti, e allo stesso temp,o sfruttare i nuovi trend digitali, come l’Intelligenza artificiale, per innovare l’esperienza e le modalità di relazione tra clienti e fornitori”.

Prodotti Non Food: gli acquisti rallentano, ma non per i cosmetici 

Nel 2023 la spesa degli italiani destinata all’acquisto di prodotti non alimentari supera 110,3 miliardi di euro, ma rallenta la crescita, segnando un +0,4% contro il +4,3% del 2022.
Si allarga poi la forbice tra i comparti merceologici. I top performer sono i prodotti di profumeria, seguiti a distanza dai prodotti di automedicazione, mentre elettronica di consumo, edutainment, abbigliamento e calzature chiudono l’anno con un risultato negativo.

Il miglior balzo in avanti è infatti quello dei prodotti di profumeria, che chiude il 2023 con 7,5 miliardi di euro di vendite (+11,1%). Restano comunque abbigliamento e calzature, elettronica di consumo, mobili e arredamento, bricolage a detenere complessivamente una quota del 65,4% sul giro d’affari totale del settore.
Emerge dall’edizione 2024 dell’Osservatorio Non Food di GS1 Italy, che analizza l’andamento di 13 comparti non alimentari.

I comparti che chiudono il 2023 con un segno più

Oltre alla profumeria, gli altri comparti generano nel 2023 un fatturato maggiore rispetto a quello ottenuto nel 2019.
Sono i prodotti di ottica, con 2,7 miliardi di euro di vendite (+1,3%), tessile casa, con 1,3 miliardi di euro (+0,9%), e giocattoli, con 1,1 miliardi di euro (+2,7%).

L’edutainment, invece, chiude il 2023 con 4,7 miliardi di euro di sell-out ( -1,6%).
Tre comparti sono poi accomunati da un bilancio annuo positivo, ma ancora inferiore al sell-out del 2019: articoli per lo sport (6,1 miliardi, +1,5 sul 2022), casalinghi (4,4 miliardi, +2,8%) e cancelleria (1,2 miliardi, +0,2%).

…e quelli in frenata

Nonostante sia al primo posto del ranking per fatturato, nel 2023 abbigliamento e calzature si ferma a 21,6 miliardi di euro di vendite (-0,9%), lontano dai valori pre-Covid (-5,6% tra 2019 e 2023), con l’unico canale in crescita l’online (+8,6% vs 2019).
Al secondo posto scende l’elettronica di consumo, che in un anno perde il 4,8% delle vendite in valore, fermandosi a 21,1 miliardi di sell-out.

Il comparto mobili e arredamento, al terzo posto, chiude il 2023 con un aumento Dell’1,9% delle vendite (15,9 miliardi). In espansione anche il sell-out del bricolage (+0,7% sul 2022), ammontato a 13,5 miliardi di euro.
Al quinto posto si confermano i prodotti di automedicazione, con 8,7 miliardi di euro di giro d’affari (+4,2% sul 2022, +16,8% vs 2019.

Il trend riflette le priorità degli italiani

“Il 2023 ha segnato una nuova tappa nel percorso di ripresa dei consumi non alimentari, che mostra un trend di +6,2% nel quinquennio 2019-2023 – dichiara Marco Cuppini, research and communication director GS1 Italy -. Questa tendenza di fondo ha mostrato un’intensità diversa all’interno dei singoli settori merceologici, rispecchiando differenti atteggiamenti degli italiani nei confronti degli acquisti di prodotti Non Food. Ad esempio, l’attenzione al benessere personale ha sostenuto la spesa destinata ai prodotti cosmetici e di automedicazione, mentre la conferma dei bonus statali ha incentivato gli italiani ad ammodernare le proprie case, con interventi di efficientamento energetico e di aumento del comfort domestico”.

Sonno e bambini: ok a TV, smartphone e videogame prima di dormire


Una ricerca dell’Università di Otago, riportata sulla rivista Jama Pediatric, smentisce le tesi precedenti: guardare la televisione o giocare ai videogiochi prima di dormire non disturba il riposo dei più piccoli, e non ha alcuna influenza sul numero di ore di sonno. 

“Il tempo trascorso davanti allo schermo prima di andare a letto ha avuto un impatto minimo sul sonno della notte – spiegano i ricercatori neozelandesi -. Tuttavia, il tempo trascorso sullo schermo una volta a letto ha compromesso il loro sonno: ha impedito loro di addormentarsi per circa mezz’ora e ha ridotto la quantità di sonno che hanno ottenuto quella notte”.

Gli scienziati hanno monitorato il tempo trascorso davanti allo schermo di decine di bambini di età compresa tra 11 e 14 anni, e di fatto hanno scoperto che il sonno e il suo stato non ne risentono.

Semplicemente, i bimbi vanno a letto più tardi

“I nostri risultati suggeriscono che l’impatto del tempo trascorso sullo schermo sul sonno è dovuto principalmente allo spostamento temporale che ritarda l’inizio del sonno, piuttosto che agli effetti diretti della luce blu o del coinvolgimento interattivo”, dichiarano gli autori.

In ogni caso, l’Agenzia svedese per la salute pubblica consiglia ai genitori di non permettere ai bambini sotto i 2 anni di usare smartphone e tablet o guardare la televisione. Anche i bambini di età compresa tra 2 e 5 anni dovrebbero limitarsi a un massimo di un’ora di schermo al giorno, mentre quelli di età compresa tra 6 e 12 anni non dovrebbero trascorrere più di un’ora o due al giorno.

Ma una volta a nanna meglio evitare le attività interattive su schermo

Ma una volta a letto, gli scienziati hanno rilevato come le attività più interattive su schermo, come il gioco e il multitasking, utilizzando più di un dispositivo contemporaneamente, come guardare Netflix su un pc portatile mentre si gioca con la Xbox, compromettevano maggiormente il sonno dei bambini.

Secondo i ricercatori, ogni 10 minuti in più di questo tipo di attività riduceva quasi della stessa misura la quantità di sonno ottenuta quella notte.
Gli studi indicano anche che i bambini che passano più tempo davanti agli schermi hanno maggiori probabilità di sviluppare problemi comportamentali o depressione infantile.

Cosa ne pensa l’OMS?

Nel 2019, l’Organizzazione mondiale della sanità, ha consigliato ai bambini sotto i tre anni di non guardare la tv e non giocare con i tablet. Secondo l’Oms, “anche quelli di tre e quattro anni non dovrebbero superare un’ora di schermo al giorno”.
All’epoca, riporta AGI, gli esperti britannici sostenevano che le linee guida si basavano su prove insufficienti e non riconoscevano che non tutto il tempo trascorso sullo schermo era dannoso per i bambini.

Un rapporto del Royal College of Paediatrics and Child Health del 2019 concludeva, inoltre, che “i rischi derivanti dall’esposizione allo schermo non devono essere sopravvalutati. La letteratura tiene poco conto della crescente richiesta di svolgere i compiti scolastici sugli schermi”.

Ad agosto le imprese assumono 315.000 lavoratori 

A delineare lo scenario del mercato del lavoro in Italia per il mese di agosto è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. In totale, sono circa 315mila i contratti di assunzione di durata superiore a un mese o a tempo indeterminato. programmati dalle imprese.

Le previsioni indicano un andamento positivo rispetto ad agosto 2023, con +22mila ingressi e un tasso di crescita del +7,5%.
Per il trimestre agosto-ottobre la richiesta si attesta invece su 1,3 milioni di assunzioni, in aumento del +2,3% rispetto all’analogo periodo del 2023, con +30mila contratti.
Sale però al 48,9% anche la difficoltà di reperimento dei profili ricercati.

Industria: previste 392mila assunzioni nel trimestre

L’industria complessivamente ricerca circa 88mila lavoratori nel mese e prevede 392mila assunzioni nel trimestre agosto-ottobre.

In particolare, per il manifatturiero, alla ricerca di quasi 57mila lavoratori nel mese e circa 243mila nel trimestre, le maggiori opportunità sono offerte dalle industrie alimentari, bevande e tabacco (circa 16mila lavoratori nel mese e oltre 47mila nel trimestre), seguite dalle industrie della meccatronica (14mila lavoratori nel mese e 61mila nel trimestre) e da quelle metallurgiche e dei prodotti in metallo (9mila, 43mila).

Servizi: 227.000 contratti nel mese

La domanda di lavoro proveniente dal comparto delle costruzioni supera le 31mila assunzioni nel mese, e nel trimestre si attesta su circa 150mila.
Sono invece 227mila i contratti di lavoro previsti dal settore dei servizi nel mese in corso e oltre 919mila nel trimestre agosto-ottobre.

Ma è il turismo a offrire le maggiori opportunità di impiego, con oltre 68mila lavoratori ricercati nel mese e 227mila nel trimestre, seguito dal commercio (circa 46mila nel mese e 183mila nel trimestre), dai servizi alle persone (40mila, oltre 201mila) e dai servizi operativi di supporto a imprese e persone (quasi 26mila, oltre 103mila).

Mancano candidati: mismatch più elevato nel Nord-Est

Le imprese dichiarano però difficoltà di reperimento per circa 154mila assunzioni, confermando come causa prevalente la ‘mancanza di candidati’ (32,4%), seguita da ‘preparazione inadeguata’ (12,3%).
Il Borsino delle professioni del Sistema Informativo Excelsior segnala come più difficili da reperire ingegneri (60,4%) e insegnanti di scuola primaria e pre-primaria (57,5%), tecnici in campo ingegneristico (70,8%) e tecnici della salute (60,6%), operatori per la cura estetica (80,1%), esercenti e addetti alla ristorazione (55,5%), operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni (79,1%), fonditori, saldatori, lattonieri, calderai e montatori di carpenteria metallica (75,8%).

Sotto il profilo territoriale, il mismatch più elevato si riscontra tra le imprese del Nord-Est, per cui è difficile da reperire circa il 54,2% dei profili richiesti. Seguono le imprese del Nord-Ovest (49,9%), del Centro (47,4%) e quelle del Mezzogiorno (44,9%).

Vacanze al mare: una giornata in spiaggia costa fino a 700 euro

Lo ha scoperto il Codacons: quest’anno per l’affitto di ombrellone e lettino sulla spiaggia si arriva a spendere quasi a 700 euro al giorno. E dal nord al sud della penisola si registrano ritocchi dei listini dal +3% al +5% per i servizi balneari.
Secondo l’associazione, che ha realizzato un’indagine sui lidi più costosi d’Italia, per affittare un ombrellone e due lettini durante il weekend in uno stabilimento standard la spesa media si attesta tra 32 e 35 euro al giorno, ma le  differenze sul territorio sono piuttosto forti.

A Sabaudia, ad esempio, servono fino a 45 euro, che arrivano a 90 a Gallipoli e toccano i 120 in alcune località della Sardegna.
Se però ci si sposta nelle spiagge di ‘lusso’, la spesa supera 500 euro al giorno.

Un gazebo al Cinque Vele Beach Club di Marina di Pescoluse costa 696 euro

Al Cinque Vele Beach Club di Marina di Pescoluse, in provincia di Lecce, un gazebo con due sedute in prima fila ubicato nell’area ‘Exclusive’ ad agosto arriva a costare, se prenotato oggi con opzione rimborsabile, ben 696 euro al giorno.

Servono invece 600 euro, come lo scorso anno, per una tenda araba presso il Twiga di Forte dei Marmi comprensiva di sofà, 2 letti king size, 2 lettini standard, 1 sedia regista e 1 tavolino.
Per una giornata al mare nella spiaggia del prestigioso Hotel Excelsior del Lido di Venezia, la spesa per una capanna in prima fila è di 515 euro, ma con 2 sdraio, 2 lettini, lenzuolo, cuscino, asciugamano, tavolo, armadio, specchio, attaccapanni.

Sanzionare l’utilizzo di concessioni balneari oggetto di proroga illegittima

Al beach club dell’Augustus Hotel di Forte dei Marmi si spendono 500 euro per una tenda in prima fila. Stessa spesa al Nikki Beach Costa Smeralda, dove per l’Iconic Beach bed servono 270 euro, ma occorre aggiungere una consumazione minima da 230 euro per vino o champagne, per un totale appunto di 500 euro al giorno.
E proprio in tema di spiagge e stabilimenti balneari il Codacons, a seguito della decisione del Consiglio di Stato sulle proroghe delle concessioni, ha avviato una nuova iniziativa legale: l’associazione ha presentato una diffida alle Capitanerie di porto di tutta Italia chiedendo di “sanzionare l’utilizzo di concessioni balneari oggetto di proroga illegittima, garantendo in tal modo il pieno utilizzo delle spiagge italiane ai cittadini”.

I cittadini devono poter usufruire delle spiagge

Il Codacons alla luce della sentenza del Consiglio di Stato ritiene che “le proroghe delle concessioni balneari agli stabilimenti debbano essere considerate invalide. Pertanto le spiagge italiane, in assenza di valide concessioni, poiché appartengono al patrimonio dello Stato, possono essere utilizzate da tutti i cittadini liberamente. Allo stato attuale è legittimo ritenere che i cittadini possano usufruire delle spiagge come ‘libere’, portando ombrelloni e lettini anche lì dove sorgono gli stabilimenti. E, d’altra parte, i gestori di tali stabilimenti, ove titolari di concessioni scadute, nulla possono eccepire dinanzi al comportamento descritto”.

Perchè gli italiani temono il declassamento sociale?

Come si “sentono” gli italiani rispetto alla loro condizione sociale ed economica, e soprattutto come percepiscono la loro situazione rispetto al recente passato? Le notizie non sono confortanti. Il 54,2% dei nostri connazionali avverte un declassamento sociale, una sensazione condivisa dal 48,4% del ceto medio, dal 66,7% dei ceti popolari e dal 42,2% dei benestanti. Anche il 45,7% dei dirigenti, il 54,5% degli imprenditori, il 50% degli impiegati e insegnanti, e il 59,1% degli operai sentono di retrocedere nella scala sociale.

Il tenore di vita è in caduta

Il 59,7% degli italiani percepisce un calo nel tenore di vita. Questo sentimento è comune al 53,4% del ceto medio, al 74,4% del ceto popolare e al 40% dei benestanti. Inoltre, il 74,4% di chi guadagna fino a 15.000 euro, il 63,6% tra 15.000 e 35.000 euro, il 52,1% tra 35.000 e 50.000 euro, e il 40,3% oltre i 50.000 euro percepiscono una diminuzione del loro benessere.

Chi è il “ceto medio”?

Il 60,5% degli italiani si identifica nel ceto medio, il 33,8% nel ceto popolare e il 5,7% tra i benestanti. Tra chi ha un reddito fino a 15.000 euro, l’11,3% si sente ceto medio, mentre il 46,4% tra 15.000 e 34.000 euro, il 26,7% tra 35.000 e 50.000 euro, e il 15,6% oltre i 50.000 euro si identificano in questa categoria. Le percentuali sono più alte al Centro (66,3%) e al Nord-Ovest (62,3%), rispetto al Sud-Isole (55,5%).

Percezione della mobilità sociale

Il 76% degli italiani ritiene che salire nella scala sociale sia sempre più difficile. Questa convinzione è condivisa dal 74,7% del ceto medio, dal 79,5% dei ceti popolari e dal 68,3% dei benestanti. Tra i redditi fino a 15.000 euro, il 78,5% sente questa difficoltà, così come il 78,9% tra 15.000 e 35.000 euro, il 77% tra 35.000 e 50.000 euro, e il 64,2% oltre i 50.000 euro.

Messe peggio le nuove generazioni?

Il 66,6% degli italiani pensa che le generazioni passate vivessero meglio, con il 65,7% del ceto medio, il 70,1% dei ceti popolari e il 56,7% dei benestanti che condividono questa opinione. Inoltre, il 76,1% ritiene che le future generazioni vivranno peggio di quelle attuali, includendo il 75,1% del ceto medio, il 77,1% dei ceti popolari e il 78% dei benestanti.

Rapporto Cida-Censis

Questi dati emergono dal Rapporto Cida-Censis “Il valore del ceto medio per l’economia e la società”, commissionato dalla Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità (Cida) e presentato durante un convegno alla Camera dei Deputati.