La transizione verde in Italia: opportunità, numeri e sfide per lavoro e imprese

La transizione verso un’economia più sostenibile è diventata una priorità centrale per l’Italia, incrociando politiche pubbliche, investimenti privati e cambiamenti nei modelli produttivi. Dopo anni caratterizzati da un dibattito tecnico e normativo, il tema è ora al centro delle agende aziendali e occupazionali: rinnovabili, efficienza energetica, mobilità sostenibile e economia circolare sono settori che stanno ridisegnando il mercato del lavoro e la competitività delle imprese italiane.

Nel contesto nazionale, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha accelerato i progetti legati alla decarbonizzazione e alla digitalizzazione, indirizzando risorse significative verso infrastrutture verdi e riqualificazione energetica. Questo slancio pubblico si somma a investimenti privati in rinnovabili e tecnologie pulite, creando un ecosistema in cui competenze tecniche e capacità di innovazione diventano sempre più richieste. Tuttavia, il passaggio non è lineare: emergono criticità su formazione, adeguamento delle filiere produttive e disomogeneità territoriale.

Analisi: dati ed esempi
La dimensione economica della transizione in Italia si misura su più livelli. A livello finanziario, il PNRR e gli stanziamenti europei hanno trasferito a imprese e pubblica amministrazione risorse che supportano interventi di efficientamento energetico, mobilità sostenibile e sviluppo delle rinnovabili. Queste misure stanno generando domanda di lavori specializzati: tecnici per impianti fotovoltaici e eolici, ingegneri energetici, esperti in retrofit edilizio e manager per la gestione dell’economia circolare.

Sul fronte occupazionale, le stime degli studi settoriali indicano che la transizione verde può creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro nei prossimi anni, soprattutto se si considera l’effetto indiretto nelle filiere manifatturiere e dei servizi. Ad esempio, la riqualificazione energetica del parco immobiliare residenziale richiede figure per la diagnosi energetica, progettazione e cantiere, favorendo imprese edile e PMI tecnologiche. Anche il settore della mobilità vedrà una trasformazione: infrastrutture per la ricarica dei veicoli elettrici, retrofit di flotte pubbliche e private e nuove soluzioni logistiche.

Tuttavia, emergono gap significativi. Le competenze richieste dalle tecnologie verdi non sono uniformemente distribuite nel territorio: le regioni del Nord, con una base industriale più solida e network di ricerca, sono più pronte ad assorbire domanda qualificata, mentre alcune aree del Sud rischiano di rimanere indietro se non si investe in formazione e incentivi mirati. Inoltre, molte PMI faticano a sostenere gli investimenti iniziali per la transizione, anche quando l’adozione di tecnologie sostenibili rappresenterebbe un vantaggio competitivo sul lungo periodo.

Un caso esemplare—non riferito a una singola azienda ma rappresentativo del fenomeno—è quello di una filiera manifatturiera dell’Emilia-Romagna che ha integrato processi di economia circolare: reingegnerizzazione dei prodotti per facilità di riciclo, investimento in impianti di recupero dei materiali e collaborazione con start-up tecnologiche per il monitoraggio dei consumi. Il risultato è stato duplice: riduzione dei costi energetici e apertura a nuovi mercati orientati alla sostenibilità, con un aumento della domanda di figure tecniche e manageriali.

Implicazioni future
Per rendere la transizione verde un volano di crescita e inclusione sociale, servono tre linee d’azione integrate. Primo, formazione e riqualificazione: programmi pubblici-privati devono accelerare la formazione tecnica (installatori, manutentori, data analyst per l’energia) e sviluppare percorsi per lavoratori in settori a rischio di riconversione. Secondo, accesso al credito e incentivi per le PMI: strumenti finanziari mirati possono ridurre il peso degli investimenti iniziali e promuovere aggregazioni di filiera. Terzo, politiche territoriali differenziate: bisogna evitare che il divario Nord–Sud si accentui, promuovendo hub regionali per la transizione e favorendo investimenti in aree meno sviluppate.

Se ben governata, la transizione verde può diventare un’opportunità per rilanciare la competitività italiana, modernizzare le produzioni e creare occupazione di qualità. Ma il tempo è un fattore cruciale: la finestra di finanziamento europea e le scadenze per raggiungere obiettivi climatici richiedono un’accelerazione delle politiche e delle strategie aziendali. La sfida è trasformare risorse e normative in progetti concreti che mettano al centro competenze, innovazione e coesione territoriale.

In conclusione, l’Italia ha gli elementi per trasformare la transizione verde in un motore di sviluppo, a condizione che le istituzioni e il sistema produttivo lavorino con visione integrata: investire nelle persone, sostenere le imprese e ridurre le disuguaglianze territoriali saranno le chiavi per non sprecare questa opportunità strategica.

Il lavoro ibrido post-pandemia: tendenze, numeri e cosa cambia per competenze e politiche del lavoro

Negli ultimi anni il rapporto tra lavoro e luogo di lavoro ha subito una trasformazione profonda: lo smart working è passato da misure emergenziali a componente stabile dell’organizzazione aziendale. Ma quali sono le tendenze reali dietro il fenomeno e come incidono su occupazione, competenze e politiche del lavoro? Questo articolo analizza i dati più recenti, offre esempi concreti e indica le implicazioni per i prossimi anni.

Il contesto è ormai noto: la pandemia ha accelerato l’adozione del lavoro a distanza e di modelli ibridi. Oggi molte imprese mantengono percentuali significative di attività svolte fuori dall’ufficio, mentre altre spingono per il ritorno in presenza. La scelta non è più esclusivamente operativa, ma strategica: riguarda produttività, attrattività per i talenti, costi immobiliari e responsabilità sociale d’impresa.

Analisi con dati ed esempi

Osservando i trend europei e italiani emergono alcuni pattern chiave. La quota di lavoratori che dichiarano di svolgere attività in modalità ibrida si è stabilizzata in un range significativo nelle economie avanzate: tra il 20% e il 35% della forza lavoro totale, a seconda del settore e della dimensione aziendale. Settori come finanza, ICT, consulenza e alcune funzioni aziendali amministrative mostrano una maggiore penetrazione dello smart working, mentre manifattura, costruzioni e turismo restano prevalentemente in presenza.

Un dato rilevante riguarda la disomogeneità territoriale: nelle grandi aree metropolitane (Milan, Roma, Torino) la probabilità di avere offerte di lavoro ibride è superiore rispetto alle zone interne. Ciò può rafforzare la competizione per il talento nelle città e al tempo stesso spingere investimenti in infrastrutture digitali nelle aree periferiche.

Dal lato delle competenze, cresce la domanda per capacità di lavoro autonomo, gestione remota del tempo, comunicazione digitale efficace e competenze tecniche legate a strumenti collaboration (videoconferencing, gestione progetti su cloud, cybersecurity di base). La richiesta di soft skills — adattabilità, autonomia, capacità di gestire boundary work-life — diventa tanto importante quanto le competenze tecniche.

Un esempio pratico: una PMI milanese del settore tech ha adottato un modello ibrido 3 giorni in presenza e 2 da remoto, accompagnandolo con un programma di upskilling di 6 mesi su digital collaboration e leadership distribuita. Risultato: riduzione del turnover del 12% e aumento della soddisfazione interna, misurata con survey trimestrali. Al contrario, un’azienda manifatturiera del Nord Est, che ha limitato lo smart working soltanto agli uffici di staff, ha visto crescere la difficoltà di attrarre profili con competenze digitali, costretta a offrire salari più alti per lo stesso ruolo.

Un altro fronte è l’impatto delle nuove tecnologie: automazione e intelligenza artificiale stanno ridefinendo ruoli e compiti. Non si tratta solo di perdita netta di posti di lavoro, ma di trasformazione delle mansioni: molte attività routinarie vengono ridotte, aumentando la richiesta per ruoli di supervisione, analisi dati e gestione dei processi automatizzati. Le stime sul potenziale impatto variano, ma concordano su una necessità ampia di programmi di riqualificazione e lifelong learning per contenere il mismatch tra domanda e offerta di lavoro.

Implicazioni future

Le conseguenze per politici pubblici e imprese sono chiare e richiedono azioni coordinate. Primo: infrastrutture digitali. Per estendere i benefici del lavoro ibrido occorrono reti veloci e affidabili in tutto il territorio, altrimenti si rischia di accentuare divari regionali. Secondo: formazione continua. Sistemi di incentivi per upskilling, sia fiscali sia tramite programmi di collaborazione scuola-impresa, saranno centrali per ridurre il gap di competenze.

Terzo: regolazione e diritti. Il lavoro ibrido pone questioni su orario, responsabilità, salute e sicurezza sul lavoro e diritto alla disconnessione. Norme chiare e contratti aggiornati possono ridurre conflitti e incertezza. Quarto: ripensare spazi e cultura aziendale. Gli uffici non scompariranno, ma si trasformeranno in luoghi per collaborazione, innovazione e formazione. Le aziende che sapranno combinare flessibilità operativa con pratiche di inclusione e crescita dei dipendenti avranno un vantaggio competitivo.

In sintesi, il lavoro ibrido è una realtà consolidata che richiede risposte pragmatiche su infrastrutture, formazione e regolazione. Le imprese che investono in competenze e cultura organizzativa non solo riducono i rischi di skill mismatch, ma migliorano attrattività e produttività. Per i policymaker, la sfida è abilitare questa transizione in modo equo, evitando che la trasformazione digitale amplifichi disuguaglianze territoriali e generazionali.

Per chi cerca lavoro o guida un’organizzazione, il messaggio è semplice: puntare su competenze trasversali e digitali, adottare modelli organizzativi flessibili e investire in processi di apprendimento continuo sono le chiavi per navigare con successo il mercato del lavoro post-pandemia.

eCommerce B2B e AI: il 30% degli ordini passa online

Lo conferma Netcomm, nel suo Paper Tematico “AI Commerce – La nuova frontiera del commercio intelligente”: l’AI sta trasformando radicalmente il commercio digitale tra imprese, aprendo opportunità senza precedenti. Nel 2025 il valore dell’e-commerce B2B in Europa raggiunge 1.817 miliardi di euro. La quota di ordini gestiti online raggiunge il 25%-30%, ed è destinata ad accelerare grazie all’adozione massiva di tecnologie di AI.

“L’AI sta stravolgendo il B2B forse più del B2C – commenta Roberto Liscia, presidente Netcomm -: sul fronte della domanda, i buyer utilizzano sempre più AI e tool intelligenti per tutte le fasi di scouting, acquisto e gestione del ciclo passivo. Dal lato offerta, nei processi di front-end l’AI offre opportunità enormi nel B2B, dove le configurazioni di prodotto e prezzo sono molto più complesse, le relazioni con i clienti più articolate e conversazionali”. 

Democratizzare l’accesso alle migliori soluzioni

La ricerca, presentata nel corso della nona edizione di Netcomm Focus B2B Digital Commerce, evidenzia come i comportamenti di acquisto B2B stiano vivendo una trasformazione profonda. 
I buyer appartengono sempre più alla generazione dei Millennials e dei Gen Z, nativi digitali che richiedono esperienze di acquisto fluide, ingaggianti e ibride.

In questo contesto, l’utilizzo di AI Prompting permette di cercare e configurare soluzioni, prezzi e fornitori in modo autonomo, mentre i B2B Marketplace giocano un ruolo chiave nell’aprire il sourcing a nuovi fornitori e mercati di approvvigionamento globali, democratizzando l’accesso alle migliori soluzioni.
Automatizzare le attività ripetitive aumenta la produttività

Gli AI Agent trovano nel B2B un terreno particolarmente fertile.

Nel commercio tra imprese i prodotti sono complessi, le configurazioni personalizzate, i prezzi variabili e i processi di approvazione articolati.
Oggi gli agenti AI si integrano nativamente con i sistemi aziendali e utilizzano architetture che permettono di attingere ai dati proprietari dell’azienda per generare risposte precise e contestualizzate.

I risultati sono tangibili. L’automazione delle attività ripetitive aumenta significativamente la produttività commerciale, mentre i costi di Customer Service si riducono drasticamente grazie alla capacità degli agenti di gestire autonomamente richieste complesse.
La personalizzazione scalabile fa crescere sia la conversione online che il valore medio dell’ordine, mentre le aziende beneficiano di un netto miglioramento della Customer Experience, con analisi predittive che ottimizzano i costi di manutenzione e moltiplicano le opportunità di cross-selling.

Semplificare la customer experience e gestire le complessità

L’innovazione digitale e gli investimenti in commercio digitale stanno crescendo significativamente nel B2B, un settore che mostra grande resilienza e crea opportunità concrete per aprire nuovi mercati internazionali, anche grazie alla forte componente dell’export che caratterizza il Made in Italy.

Il B2B Digital Commerce rappresenta una grande opportunità per l’espansione geografica delle imprese italiane, che possono sfruttare modelli digitali, ibridi e AI Agent per migliorare l’efficienza dei processi di front e back-end. L’AI permette di semplificare l’esperienza dei clienti e al contempo di gestire le complessità tipiche di questo settore, dalla configurazione di prodotti complessi alla personalizzazione di prezzi e servizi.
Tuttavia, le imprese italiane mostrano ancora un ritardo nella digitalizzazione, rendendo l’adozione dell’AI una sfida urgente per mantenere la competitività sui mercati globali.

AI: si diffonde l’uso dei chatbot tra gli adolescenti. Quali i rischi? 

L’uso dei chatbot basati su AI è una pratica sempre più diffusa anche in Italia.
Secondo un’indagine Ipsos Doxa per Telefono Azzurro, nel 2025 tra le attività online quotidiane più frequenti dei ragazzi tra 12 e 18 anni emerge l’utilizzo di chatbot di AI, come ChatGPT: il 35% dei giovanissimi italiani ne fa uso.

Tra i chatbot più utilizzati ChatGPT è al primo posto (83%), seguito a distanza da Gemini (36%), Meta AI (27%) e Microsoft Copilot (7%).
Anche a conoscenza di questi strumenti appare molto elevata: il 74% dei 12-18enni dichiara di conoscere i chatbot AI e il 75% afferma di utilizzarli. Un utilizzo che cresce con l’età ed è leggermente più diffuso tra i ragazzi rispetto alle ragazze. 

“Quasi umani” a cui chiedere consigli personali

L’uso principale dei chatbot resta legato allo studio, ai compiti scolastici e alla ricerca di informazioni. Ma l’indagine Ipsos Doxa evidenzia anche un crescente utilizzo a fini personali.
In particolare, il 14% degli adolescenti dichiara di rivolgersi spesso a un chatbot per ricevere consigli personali e il 34% lo ha fatto almeno qualche volta.

Il livello medio di fiducia attribuito ai chatbot è pari a 6,6 su 10, con il 58% degli intervistati che assegna un punteggio superiore a 7. Un dato che segnala un grado di fiducia elevato e potenzialmente critico.
I chatbot vengono inoltre percepiti come parzialmente “umani”, con un livello medio di antropomorfismo pari a 3,2 su 5.

Riferimento e supporto contro la solitudine

Sebbene il 38% dichiari di non aver mai instaurato interazioni personali, tra chi lo ha fatto emergono motivazioni legate a curiosità (36%), qualità dei consigli ricevuti (23%), non sentirsi giudicato/a (15%), sentirsi meno soli (10%). Solo il 9% riporta un’esperienza negativa.
Un dato particolarmente allarmante riguarda il 7% degli adolescenti che dichiara di non avere altre persone di riferimento.

Accanto ai benefici percepiti, l’indagine mette in luce anche rischi rilevanti, come possibile riduzione del pensiero critico (40%), diminuzione delle relazioni sociali reali (35%), rischio di confusione tra realtà e finzione (33%), possibilità di sviluppare dipendenza (25%), diffusione di informazioni errate (20%).

Il disagio psichico è vissuto da 1 giovane su 7

Solo il 10% degli intervistati ritiene che non vi siano effetti negativi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa un adolescente su sette (14%) tra 10 e 19 anni vive una condizione di disagio psichico, spesso non riconosciuta né trattata. Inoltre, un adolescente su cinque dichiara di sentirsi solo, con incidenze più elevate tra le ragazze.

Ansia, depressione, isolamento sociale e solitudine rappresentano le criticità più diffuse. Studi recenti, inoltre, evidenziano una correlazione tra uso problematico dei social network e sintomi ansiosi e depressivi, alimentati dal confronto sociale e dalla paura di esclusione.

L’Europa degli eventi: Italia terza tra le città congressuali europee

L’88% dei 3.057 grandi eventi con almeno mille partecipanti svolti nel 2024 in Europa si concentra in 15 Paesi. Con 397 eventi ospitati in 33 città, pari al 13% del totale europeo (+8% rispetto al 2023) l’Italia si classifica al terzo posto, subito dopo Francia e Germania e poco prima della Spagna.

La meeting industry europea torna quindi a pieno regime, con una crescita netta rispetto anche agli anni pre-pandemici: +7% rispetto al 2023 e +17% rispetto al 2019.
Emerge dal rapporto “L’Europa dei grandi eventi associativi e corporate 2025”, realizzato dal Centro Studi di Fondazione Fiera Milano e ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali) dell’Università Cattolica. 

Stagionalità, durata media, tipologia

La distribuzione degli eventi rilevati presenta una forte stagionalità, con picchi nei mesi di giugno (14%) e ottobre (15%). La durata media degli eventi è di 2,8 giorni, che sale a 4 giorni nel mese di agosto. Il 44% degli eventi rilevati è costituito da congressi, nel 39% dei casi si tratta di conferenze e nel 6% da conferenze organizzate all’interno di fiere. 

I centri congressi e le sedi fieristico-congressuali ospitano rispettivamente il 32% e il 30% degli eventi, mentre gli hotel accolgono il 9%, arrivando complessivamente a concentrare il 71% degli eventi rilevati.
All’interno dei centri congressi e delle sedi fieristico-congressuali, il 28% degli eventi ha una dimensione europea o mondiale. Tale quota scende al 25% considerando esclusivamente le sedi fieristico-congressuali.

Settori e attrattività

Per quanto riguarda i contenuti, gli eventi corporate si concentrano prevalentemente sui settori della tecnologia (31%) e del commercio (28%). Gli eventi non corporate, invece, affrontano soprattutto tematiche mediche (34%) o riconducibili alle scienze umane (16%).
In media, solo il 17% degli eventi corporate presenta una rotazione a livello europeo o mondiale, mentre per gli eventi non-corporate tale incidenza risulta più elevata, attestandosi al 26%.

Milano si conferma tra le più importanti e attrattive città europee, posizionandosi al terzo posto dopo Londra e Parigi, con 90 eventi rilevati, un incremento del 6% rispetto al 2023 (85) e con numeri sopra la media europea (31% vs 23%) per la classe di eventi con 1.500-2.500 partecipanti.

Milano prima nel segmento Economics

Milano dimostra una straordinaria capacità di attrazione, soprattutto negli ambiti economico finanziari, manageriali e scientifici, confermando il primato nel segmento Economics (temi finanziari/assicurativi 21% degli eventi in città), e per la prima volta, anche nel segmento Management e nell’ambito Science.

Tra le prime 11 città congressuali europee rilevante anche la performance di Roma, che nel 2024 ospita 57 eventi, (3% del totale europeo), posizionandosi al settimo posto per la classe di eventi con dimensione 1.000-1.500 partecipanti (53% vs 46% Europa).
Roma si colloca anche al secondo posto per il settore Science e al terzo nell’ambito Medical Science. Un’attrattività legata alla concentrazione di laboratori e centri di ricerca, come l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, l’Istituto Nazionale di Astrofisica e l’Agenzia Spaziale Italiana.

Space Economy: in Italia brevetti depositati a +91% dal 2000 al 2022

Secondo il report “Space Innovation in Italia: un’analisi brevettuale”, realizzato dall’Osservatorio Innovazione e Brevetti dell’Università LIUC e dall’Osservatorio Space Economy del Politecnico di Milano, dal 2000 al 2022 il numero di brevetti relativi alla Space Economy depositati da attori italiani ha registrato una crescita del 91%. Un valore superiore a quello osservato a livello mondiale, dove il peso dell’attività innovativa italiana è pari allo 0,29% e resta costante nel periodo.

Questi dati sono il segnale di un ecosistema sempre più dinamico, capace di rinnovarsi e di attrarre nuove competenze.
Il panorama dell’innovazione spaziale italiana vede il ruolo predominante di grandi aziende industriali. Ma accanto ai grandi player si evidenzia l’emergere di nuovi attori, tra cui Pmi innovative e startup, soprattutto a partire dal 2012.

L’innovazione è trainata dall’Accesso allo Spazio, +348%

A trainare l’innovazione italiana è l’aumento dei brevetti relativi all’Accesso allo Spazio (tecnologie che permettono l’accesso, l’esplorazione, lo sfruttamento dello spazio al di fuori dell’atmosfera terrestre), che registra un incremento del 348% (a livello globale +149%).

Anche le Comunicazioni Satellitari crescono più che a livello mondiale (69% vs 47%), mentre l’Osservazione della Terra (+60% Italia, +102% mondo) e la Navigazione Satellitare (+62% Italia, +82% mondo) crescono a un ritmo inferiore rispetto al contesto internazionale.

La capacità innovativa si rafforza nelle Comunicazioni e Navigazione Satellitare

Oltre all’evoluzione dell’attività innovativa, l’applicazione dell’Innovation Patent Index (IPI), elaborato dall’Università LIUC, che misura la capacità innovativa di questi brevetti, evidenzia tra i periodi 2000-2011 e 2012-2022 un rafforzamento di quest’ultima nei domini della Navigazione Satellitare e delle Comunicazioni Satellitari.

Al contrario, la capacità innovativa diminuisce nei domini dell’Accesso allo Spazio e dell’Osservazione della Terra, mostrando come la crescita numerica dei brevetti non sia sempre accompagnata da un analogo aumento della loro capacità di generare ulteriore innovazione.
Inoltre, questo mostra come nell’Osservazione della Terra il Paese stia perdendo terreno rispetto ad altre aree geografiche, come Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud.

Tecnologie: cresce l’integrazione tra domini e campi applicativi

Dal punto di vista tecnologico, i brevetti italiani si concentrano principalmente sulle tecnologie relative a veicoli spaziali, sistemi di comunicazione, meccanica avanzata, sensoristica e componentistica elettronica.
A partire dal 2012 emergono tecnologie in aree non osservate in precedenza, come elaborazione delle immagini, componenti meccaniche, misurazione delle proprietà della luce e misurazione e test di materiali.

Di particolare rilevanza è l’aumento delle innovazioni cross-dominio, ovvero, tecnologie applicabili a più ambiti della Space Economy, a prova di una crescente integrazione tra diversi domini e campi applicativi.
Inoltre, nel periodo 2012-22, si assiste, da un lato, alla crescita dei brevetti esclusivi dell’Accesso allo Spazio e delle Comunicazioni Satellitari, dall’altro, alla scomparsa di brevetti esclusivamente dedicati all’Osservazione della Terra.

Auto elettriche: il 2025 si chiude in crescita del +46,1%

Al 31 dicembre 2025 le auto elettriche circolanti in Italia sono 365.091. Da inizio a fine anno le immatricolazioni full electric sono pari a 94.230 unità. Tradotto in percentuali significa che nel corso del 2025 la crescita del mercato delle auto elettriche in Italia è pari al 46,1%, portando il market share dei modelli Bev a quota 6,2% nell’anno.

Il dato è una stima di Motus-E sulla base delle immatricolazioni mensili al netto di un’ipotesi di radiato. Il dato consolidato è disponibile con alcuni mesi di delay.
Il mercato domestico, resta uno dei più difficili per i modelli elettrici, tocca dunque ragionare su come accelerare non solo il rinnovo del parco auto circolante, ma anche come incrementare la percentuale di immatricolazioni di full electric.

A dicembre +107,2% di registrazioni

Nell’ultimo mese dell’anno, spinte dalle consegne degli ordini effettuati con gli incentivi lanciati a ottobre, le registrazioni di auto elettriche sono state 12.015, in aumento del 107,2% rispetto a dicembre 2024, merito soprattutto degli incentivi prenotati su piattaforma il 22 ottobre scorso.
Degno di nota, secondo Motus E, anche il progresso registrato nel 2025 dalle immatricolazioni dei veicoli commerciali leggeri elettrici, che pur in assenza di incentivi sono cresciute del 118% a 8.234 unità, con una quota di mercato più che raddoppiata rispetto all’anno precedente (dal 2 al 4,6%).
Passo avanti anche per i ‘pesanti elettrici’, con  594 unità all’attivo e un market share al 2,2% (da 0,7% nel 2024).

Italia allineata agli altri Paesi UE?

l punto dunque è come, e se, proseguire la strategia degli incentivi pubblici e come evolvere l’approccio per fare in modo che l’Italia possa allinearsi alla media europea e avvicinarsi alle percentuali dei principali mercati.
Nel periodo gennaio-novembre 2025, la quota di mercato delle auto elettriche ha infatti raggiunto il 19,6% in Francia (+2,5% vs 2024), il 18,8% in Germania (+5,4%), l’8,8% in Spagna (+3,4%) e il 22,8% nel Regno Unito (+4,1%), riporta il Sole 24 Ore.

La combinazione tra gli incentivi nell’ultima parte dell’anno e la crescente disponibilità di modelli elettrici mass market mette in luce l’interesse degli italiani per questa tecnologia. Un interesse da valorizzare per colmare il ritardo con gli altri Paesi europei.

Flotte aziendali, una leva decisiva per riorientare il mercato

Tuttavia, l’effetto della corsa al bonus ISEE si esaurirà in pochi mesi ed è fondamentale dare finalmente al mercato la continuità e la prevedibilità di cui hanno bisogno consumatori e industria.
Una leva decisiva in questo senso può essere rappresentata dalle flotte aziendali.

Si tratta di un canale in grado di orientare il mercato con solidità e andare incontro alle esigenze dei tanti che si rivolgono all’usato.
Per questo, Motus-E ritiene non più procrastinabile una revisione della fiscalità sulle flotte aziendali, il cui impianto è sostanzialmente fermo agli anni ‘90.

Natale digitale: dallo shopping alle “confidenze” gli italiani si affidano all’AI

La popolarità dell’AI durante le vacanze di Natale 2025/2026 in Italia è piuttosto elevata. Oltre a essere solo un affidabile assistente per lo shopping o la pianificazione, durante queste festività l’AI sta emergendo come un compagno digitale poliedrico, in grado di fornire anche supporto emotivo, un fenomeno particolarmente rilevante tra la Generazione Z e i Millennial.

Secondo una recente ricerca condotta da Kaspersky, il 57% degli intervistati dichiara di voler integrare l’AI nelle proprie attività vacanziere. E le generazioni più giovani mostrano il maggiore entusiasmo verso queste tecnologie, con l’86% dei 18-34enni a livello globale che afferma di voler ricorrere all’AI durante il periodo natalizio.

Un’efficace generatrice di idee

Secondo il sondaggio, in Italia oltre la metà degli utenti di AI prevede di utilizzare questi strumenti durante le vacanze per cercare ricette (61%), ristoranti o alloggi (39%).
Inoltre, il 40% degli italiani si affida all’AI per trovare idee regalo, suggerimenti su come festeggiare o consigli sulle decorazioni natalizie. La stessa percentuale intende utilizzarla per ricevere spunti su come trascorrere il tempo libero durante le festività.

Durante le vacanze, poi, quasi la metà degli intervistati (48%) considera l’AI un valido assistente per lo shopping, come supporto nella creazione di liste della spesa, ricerca delle offerte migliori o analisi delle recensioni.
A livello globale, le generazioni più giovani mostrano un forte interesse per l’A come strumento di pianificazione del budget (50%), al contrario degli over 55 (31%), preferendo utilizzarla per cercare ricette (59%) e trovare idee regalo (41%).

Parlami, AI

Oltre alla capacità di affrontare compiti pratici e generare nuove idee, l’AI ha assunto un nuovo ruolo: quello di compagno virtuale in grado di offrire supporto emotivo. In Italia, il 22% di coloro che la utilizzano durante le vacanze prende in considerazione l’idea di parlarle quando si sente infelice.

A livello globale, giovani e Millennial mostrano il maggiore interesse per il supporto emotivo basato sull’AI, con il 35% degli intervistati che dichiara di considerare questa possibilità.
Al contrario, la generazione più anziana manifesta un interesse molto più contenuto: solo il 19% degli intervistati di età pari o superiore a 55 anni prende in considerazione l’idea di rivolgersi all’AI quando si sente turbato.

Un sano scetticismo aiuta a non esagerare con le informazioni personali

“Con la rapida evoluzione dei modelli LLM cresce anche il loro potenziale di instaurare un dialogo significativo con gli utenti  – commenta Cesare D’Angelo, General Manager Italy, France & Mediterranean di Kaspersky -. Tuttavia, è importante ricordare che questi modelli imparano a rispondere sulla base dei dati, in gran parte provenienti da Internet, e possono quindi replicare errori o pregiudizi presenti nei contenuti di addestramento. Per questo motivo, è consigliabile approcciarsi ai suggerimenti dell’AI con un sano scetticismo ed evitare di condividere un eccesso di informazioni personali”. 

AI: per ingannarla basta una poesia

Alla faccia di chi si impegna a mettere in pratica complesse operazioni di ingegneria del prompt: basta un singolo messaggio in rima per ingannare l’AI.
Lo ha scoperto uno studio dal titolo “Adversarial Poetry as a Universal Single-Turn Jailbreak Mechanism in Large Language Models”, firmato da DEXAI – Icaro Lab e La Sapienza Università di Roma in collaborazione con la Scuola Superiore Sant’Anna. Scrivere i prompt in versi consente di aggirare i filtri etici di tutti modelli di AI generativa disponibili sul mercato, da ChatGPT a Gemini, Anthropic, Llama, Mistral, Qwen e DeepSeek.

L’utilizzo della forma poetica per formulare un prompt agisce infatti come un ‘passepartout’ universale, capace di ingannare le barriere etiche impostate dai giganti del settore.
Forse la poesia non salverà il mondo, ma è in grado di mettere in difficoltà l‘AI.

La vulnerabilità risiede nel modo di interpretare il linguaggio

Su 25 modelli proprietari e open source, l’uso ‘avversariale’ della scrittura in versi ha ottenuto in media il 62% di successo nel far generare contenuti che avrebbero dovuto essere bloccati. Gemini di Google spicca per una percentuale di fallimento nell’intercettare gli attacchi che sfiora il 100%.

La vulnerabilità, definita “strutturale” dagli autori, risiede nel modo in cui le AI interpretano il linguaggio.
I sistemi di sicurezza sono addestrati per riconoscere e bloccare richieste dannose formulate in linguaggio naturale (prosa), mentre la struttura metrica e stilistica della poesia riesce a ‘nascondere’ l’intento malevolo ai filtri di controllo ma non al modello, che comprende il significato semantico, riceve le istruzioni e genera la risposta vietata.

Più il modello è potente più fallisce

I ricercatori hanno testato la tecnica traducendo in versi 1.200 prompt dannosi, coprendo categorie di rischio critiche come sicurezza cibernetica, bioterrorismo, manipolazione psicologica, privacy.
Utilizzando un meta-prompt standard il tasso di successo (ASR) di attacco è risultato fino a 18 volte più alto rispetto alla versione in prosa degli stessi prompt.

Un altro dato sorprendente è che più l’AI è ‘potente’ più è risultata vulnerabile.
Se i modelli più grandi e complessi riescono a leggere l’intenzione mascherata dal linguaggio poetico ed eseguono il comando, quelli più piccoli, non riuscendo a comprendere la richiesta, si rifiutano di rispondere e risultano paradossalmente più sicuri.

Corto circuito tra contenuto semantico e sistema di sicurezza 

In pratica, per indurre un modello a fornire risposte potenzialmente dannose basta formulare la richiesta in versi, senza bisogno di complesse tecniche di ingegneria del prompt, conversazioni multi-turno o manipolazioni iterative. 

Secondo i ricercatori, la ragione risiederebbe nelle euristiche dei sistemi di sicurezza. I modelli sono addestrati a riconoscere e filtrare richieste dannose espresse nel linguaggio di tutti i giorni, riferisce ANSA. La poesia sembra spostare la richiesta fuori dall’area dove agiscono i filtri, anche se di fatto l’utente sta esprimendo la medesima richiesta.
Il risultato è un “corto circuito”. In pratica, il modello comprende il contenuto semantico e risponde, ma i sistemi di sicurezza non lo intercettano.

Natale italiano: tradizioni che restano, abitudini che cambiano

Come si festeggia il Natale in Italia? Soprattutto in famiglia.
Una ricerca di Skyscanner racconta un Paese ancora legato profondamente ai rituali in famiglia, pur lasciando intravedere segnali di cambiamento.
Il 64% lo trascorre a casa con il nucleo più ristretto e il 24% con la famiglia allargata. E quando ci si riunisce, la tavola continua a essere il cuore delle celebrazioni.

Il 77% considera i pasti condivisi l’aspetto più importante, seguito dallo scambio dei regali (45%) e dai giochi tradizionali (25%).
In questo quadro così radicato, la scelta di viaggiare insieme (7%) rappresenta una tendenza emergente, che si affianca alle abitudini più classiche e introduce l’idea che anche l’esperienza fuori casa possa diventare parte del Natale.

La tecnologia non ruba la scena alla famiglia

Stare insieme però continua a essere ciò che conta durante le feste.
Lo pensa il 94% degli italiani, mentre solo il 5,5% lo considera secondario. Non sorprende quindi che tra chi studia o lavora lontano, il 59% torni a casa, mentre un altro 33%, che non è fuori sede, resti vicino alla famiglia d’origine. Appena il 7% rinuncia a stare in famiglia.

E quando non si riesce a vedersi di persona, scatta il piano B, con videochiamate (35%), telefonate (34%) e messaggi (19%). Risultato, un mix perfetto tra tradizione e modernità: la tecnologia non ruba la scena alla famiglia, la amplifica.

Viaggi: il delicato equilibrio tra desideri e possibilità

In questo scenario così orientato alla casa, il viaggio si inserisce come un trend in crescita (7%). Il 13% parte spesso e il 22% lo fa occasionalmente, mentre il 27% viaggia raramente e il 36% non parte mai.

Chi decide di muoversi lo fa con pragmatismo. La scelta della meta dipende soprattutto dalla convenienza (34%), ma anche dal desiderio di cambiare destinazione ogni anno (22%), visitare parenti lontani (20%) o tornare nella città natale (14%).
Le decisioni, tuttavia, sono guidate principalmente da fattori economici. Questo rende la pianificazione condivisa una vera sfida. L’incastro delle agende è l’ostacolo principale (36%), seguito dai costi di viaggio (28%), la scelta della destinazione (16%) e la disponibilità degli alloggi (13%).

L’AI diventerà il punto di riferimento per trovare ispirazione

Ed è proprio su questa complessità che si innesta il ruolo crescente della tecnologia, in particolare dell’AI, che molti percepiscono come un supporto utile per semplificare la fase di pianificazione.
Il 22% l’ha già utilizzata per i propri viaggi e un altro 33% sarebbe disposto a farlo. Tra chi viaggia a Natale, più della metà la considererebbe una fonte di ispirazione.

Le esigenze principali sono molto pratiche. Confrontare i prezzi (45%), creare itinerari su misura (42%) e lasciarsi suggerire nuove destinazioni (32%).
I benefici percepiti riflettono la stessa logica, dal risparmio di tempo (42%) all’accesso rapido alle offerte migliori (36%).
Non sorprende quindi che il 55% dei viaggiatori italiani immagini un futuro in cui l’AI diventerà il principale punto di riferimento per trovare ispirazione.