Il problema evasione fiscale

Evasione fiscale, quanto ci costi! Il peso delle mancate entrate è stato rilevato da una ricerca del Centro studi di Unimpresa basata su dati del ministero dell’Economia e delle Finanze. In soldoni – e il termine è quanto mai appropriato – l’evasione fiscale in Italia raggiunge una quota di circa 108 miliardi di euro. E, proprio per questo, alle casse dello Stato vengono sottratti ogni 12 mesi, in media, 97 miliardi di tasse e quasi 11 miliardi di contributi previdenziali per un totale di 107 miliardi e 933 milioni.

L’andamento Irpef e Iva

Nel 2016, periodo per il quale i dati sull’Irpef, imposta sul reddito delle persone fisiche, la tassa più odiata dagli italiani, sono parziali, il totale dell’evasione ha raggiunto quota 90,2 miliardi, ma mancano i dati relativi ai contributi. Nel 2011, l’evasione ha toccato quota 104,8 miliardi (94,4 miliardi di tasse e 10,4 miliardi di contributi); nel 2012 l’ammontare è salito a 108,1 miliardi (97,4 miliardi e 10,5 miliardi), per poi calare leggermente nel 2013 a 106,9 miliardi (96,6 miliardi e 10,2 miliardi); nel 2014 lo stock di evasione ha raggiunto il record con 112,6 miliardi (101,3 miliardi e 11,2 miliardi). Poco dietro si posiziona, l’Iva con una media di 35,7 miliardi nel periodo 2011-2015; negli anni precedenti l’evasione della tassa sui consumi si è attestata a 36,7 miliardi nel 2011, a 36,1 miliardi nel 2012, 34,7 miliardi nel 2013, 36,4 miliardi nel 2014, 34,8 miliardi nel 2015 e 34,8 miliardi nel 2016.

Ires, Imu e Irap le più “antipatiche”

L’imposta sul reddito delle società, Ires, la media dell’evasione è di 8,3 miliardi nel periodo 2011-2015; negli anni precedenti l’evasione della tassa sui redditi delle persone giuridiche si è attestata a 9,1 miliardi nel 2011, 8,4 miliardi nel 2012, 8,3 miliardi nel 2013, 8,9 miliardi nel 2014, 6,8 miliardi nel 2015 e 7,6 miliardi nel 2016. Quanto al settore immobiliare, l’evasione relativa all’Imu/Tasi è in media pari a 3,9 miliardi, ma dal 2014 al 2016 ha superato i 5,1 miliardi. La quota di evasione relativa all’Irap (imposta regionale sulle attività produttive) si attesta (media 2011-2015) a 8,1 miliardi (9,1 miliardi nel 2011; 8,4 miliardi nel 2014; 5,7 miliardi nel 2015 e 5,3 miliardi nel 2016). E ancora: quella relativa ai tributi applicati sulle locazioni vale in media 1,1 miliardi). Insomma, gli italiani devono ancora imparare a fare i conti con le tasse.

A 4 anni dalla laurea gli ingegneri lavorano

E’ la costruzione di una nuova classe dirigente il principale argomento del 63° Congresso degli ingegneri italiani. Come si raggiunge l’obiettivo: secondo l’indagine realizzata dalla Fondazione del Consiglio nazionale ingegneri e da Anpal Servizi, che tratteggia le prospettive occupazionali dei corsi di laurea in ambito ingegneristico, la parola chiave è formazione. Una scelta che paga: il tasso di occupazione degli ingegneri è tra i più elevati: a quattro anni dalla laurea la quota di chi lavora è pari al 93,8%, contro una media generale pari all’83,1%. Inoltre, i laureati in ingegneria trovano presto un’occupazione: 6 mesi contro i 10 degli altri laureati. E sono anche meglio retribuiti: 1.758 euro netti al mese a quattro anni dalla laurea, contro la media generale è 1.373 euro.

Interessanti i dati relativi ai tipi di contratto

L’82,6% trova occupazione in forma subordinata, l’11,4% in ambito autonomo, solo il 3,4% sono lavoratori part time. Criticità: il 56,7% dei laureati in ingegneria di Sicilia e Sardegna e il 46% dei laureati meridionali hanno trovato lavoro nelle regioni del centro-nord. Un terzo del monte assunzioni si è concentrato in Lombardia. A seguire il 12% nel Lazio e il 10% in Emilia Romagna. E ancora: il 10,8% dei laureati di Lombardia, Piemonte e Liguria ha preferito trasferirsi all’estero.

Domanda e offerta, ecco l’andamento

Tra gli ingegneri più ricercati ci sono quelli del settore Ict che si occupano di tecnologie dell’informazione e comunicazione: quasi 24mila analisti e progettisti di software, circa 5mila progettisti e amministratori di sistemi. Sono 4.500 invece le assunzioni di Ingegneri energetici e meccanici. “Il settore civile e in particolare quello edile, un tempo ai vertici della domanda e dell’interesse dei neo laureati, non accenna a risalire”, ha detto Giuseppe Margiotta, presidente del Centro Studi Cni (Consiglio Nazionale Ingegneri).

Individuare i punti di forza dei corsi di studio

“Le ricerche realizzate da Anpal Servizi e Fondazione Cni – ha commentato il presidente di Anpal, Maurizio Del Conte – consentono di indagare in modo efficace il disallineamento delle competenze tra domanda e offerta di lavoro e di individuare i punti di forza che qualificano alcuni corsi di studio, quali Ingegneria, come eccellenze. L’orientamento assume dunque un ruolo sempre più determinante non solo per trovare un lavoro, ma per la scelta di un percorso di studi e di formazione, solo se è fortemente collegato alla analisi costante del mercato del lavoro e delle sue tendenze future”.

Dispenser d’acqua IWM per l’ufficio: qualità e design

I distributori d’acqua per l’ufficio commercializzati dal ramo aziende di IWM sono il massimo sia dal punto di vista della qualità dell’acqua da bere che per quanto riguarda il loro design. Questi dispositivi di ultima generazione consentono infatti di purificare l’acqua grazie al sistema ad osmosi inversa che li caratterizza, e grazie al quale essi prelevano rendono pura l’acqua che prelevano dalla rete, migliorandone anche la mineralizzazione. A proprio piacimento inoltre, sarà possibile avere dell’acqua liscia o gasata, fredda o calda e del ghiaccio in base ai propri gusti. Tutto un altro modo di bere dunque, rispetto gli scomodi e costosi boccioni d’acqua che è solitamente possibile trovare negli uffici o all’interno delle grandi aziende. I dispenser d’acqua per ufficio IWM ti aiutano dunque anche a risparmiare e contribuire a salvaguardare l’ambiente, oltre che a rendere un buon servizio ai tuoi dipendenti e consentire loro di bere tutta la buona acqua che desiderano durante gli orari di lavoro.

È scientificamente provato inoltre, che idratarsi correttamente consente di mantenere sempre alta la concentrazione, e questo è un grande vantaggio soprattutto sul luogo di lavoro. In ultima analisi, i dispenser che IWM commercializza vantano un design moderno ed accattivante che è in grado di adattarsi perfettamente a qualsiasi tipo di ambiente e arredi. Potrai decidere se acquistare direttamente il tuo dispenser o se noleggiarlo, mentre sarà la stessa IWM ad occuparsi dell’installazione del dispenser e provvedere alla sua manutenzione annuale, così da garantirne sempre la massima efficienza nel tempo. Fidati di chi, come IWM, opera con successo da oltre 30 anni nel campo del trattamento dell’acqua e ha acquisito nel tempo l’esperienza necessaria per proporti soluzioni in grado di soddisfare le tue necessità garantendoti un livello di qualità dell’acqua davvero elevato. Contatta il numero verde 800.685.540 per informazioni di ogni tipo, un consulente IWM ti offrirà volentieri il suo supporto.

Il tricolore vale 6,3 miliardi di vendite nell’alimentare

Il tricolore è un brand che vale 6,3 miliardi di euro in vendite solo per i prodotti alimentari. Non solo: altra buona notizia è che nel 2017, anno della rilevazione, c’è stato un incremento di circa 274 milioni di euro rispetto al 2016, dovuti soprattutto alle vendite senza promozioni dei nuovi prodotti.

Italianità da mettere in etichetta

L’Osservatorio Immagino Nielsen GS1 Italy, che dal suo primo numero ha deciso di monitorare i claim, i loghi e i pittogrammi che richiamano l’italianità on pack, ha rilevato che oltre il 25% dei prodotti alimentari venduti in super e ipermercati esibisce la sua italianità in etichetta. A questo proposito, l’Osservatorio Immagino sottolinea che l’elemento più utilizzato in etichetta per richiamare l’origine italiana è la bandiera tricolore, usata dal 14,3% dei prodotti alimentari italiani, che hanno generato il 13,8% del giro d’affari totale dell’alimentare confezionato venduto in Italia nel 2017.

Il Made in Italy paga

Insomma, un successo per l’italianità, che non si deve soltanto alle norme che hanno introdotto l’indicazione obbligatoria dell’origine della materia prima per diversi alimenti, tra gli ultimi le conserve di pomodoro. Si deve infatti pure ai valori di rassicurazione, di qualità e di gusto che gli italiani riconoscono ai prodotti alimentari ‘made in Italy’ e alla strada intrapresa dalle aziende di mettere bene in evidenza questi aspetti sui prodotti. Sui 60.600 prodotti alimentari di largo consumo analizzati dall’Osservatorio Immagino è emerso che oltre 15.300 richiamano la loro origine italiana in etichetta e che, nel corso del 2017, le loro vendite sono cresciute del 4,5%, ossia a un tasso maggiore rispetto al +2,3% fatto registrare nel 2016.

I claim che piacciono maggiormente

I trend analizzati dall’Osservatorio vedono al primo posto, in termini di crescita, il claim ‘100% italiano’, che nel 2017 ha visto le vendite aumentare del 7,8% rispetto all’anno prima. Questo grazie soprattutto all’indicazione su formaggi (in particolare mozzarelle e crescenze), prodotti avicunicoli e latte. A presentarsi in etichetta come ‘100% italiano’ sono 5,2 prodotti alimentari su 100 e le loro vendite raggiungono una quota del 7,4% sul totale alimentare. Diversa sorte, invece, per il claim ‘Prodotto in Italia’: dopo un inizio anno con numeri positivi per le vendite dei prodotti che lo riportavano, si è registrato un passaggio in negativo, chiudendo l’anno con un -0,4%.

Dop e Doc, la tutela vince

“Il 5% circa dei 60.600 prodotti alimentari analizzati dall’Osservatorio Immagino riporta una delle quattro indicazioni geografiche riconosciute e tutelate dalla Ue” riporta lo studio preso da AdnKronos. “Un mondo di prodotti tipici che continua a mietere successi, visto che tutti questi ‘bollini’ hanno chiuso il 2017 con trend ampiamente positivi: dop e doc vanno decisamente più veloci rispetto al 2016 (rispettivamente +6,9% e +8,1%), trainati dalle vendite di formaggi per il dop e di vini e spumanti per il doc”. Trend molto positivi anche per i prodotti alimentari igp e docg, rispettivamente +7,8% e +8,7%.

Quanto è “in” il cellulare a un matrimonio? Poco: parola di galateo
Il

matrimonio è sempre più un fatto di costume e prevede una serie di regole comportamentali e stilistiche riunite nel noto manuale del galateo.

Dalle nozze più sfarzose alle più semplici il cattivo gusto dovrebbe essere bandito: occorre infatti tener conto di un insieme di fattori che costituiscono la base per il buon successo di questo giorno tanto atteso ed importante.

Oggetto di diatriba degli ultimi tempi in fatto di regole è uno strumento che tutti usiamo: il cellulare. Persino la pochette più piccola dell’ospite più elegante, lo contiene insieme a cipria e rossetto. Ma siamo proprio sicuri che sia opportuno portarlo con sé ad un ricevimento di nozze? Ecco che viene in aiuto dei più dubbiosi il Bon Ton nuziale messo a punto da Samsung, che detta le regole sulla tecnologia digitale.

Evitare di trasformarsi in reporter consumati durante il rito

Non occorre affatto sostituirsi al fotografo ingaggiato dalla coppia! Molto meglio rilassarsi e godersi l’attimo, accertandosi che il telefono sia ben riposto in borsa con la soneria in modalità ‘aereo’

Salvate l’uscita
L’uscita degli sposi dalla cerimonia – chiesa o Comune, indifferentemente –  corrisponde ad uno dei picchi massimi di “scatto – foto – a – più – non – posso – al – lancio – del –  riso”. Tanto vale allora realizzare un video, meglio ancora se in super slow motion, per catturare quante più emozioni possibili. E una domanda nasce spontanea: se tutti  scattano foto,  il riso chi lo lancia?

Il momento ‘selfie’

L’aperitivo del ricevimento è l’occasione perfetta per il selfie: mentre gli sposi sono impegnati nel cambio abito o nel reportage fotografico, per le amiche sarà una delle prime occasioni per l’autoscatto, per enfatizzare un look sfolgorante e studiato da mesi, o gli angoli più suggestivi e ben illuminati della location.  La regola del bon ton avverte però di smetter di far foto al rientro dei coniugi: questo è il momento di rendere omaggio alla nuova coppia –  vera protagonista del matrimonio –  e ovviamente, di socializzare elegantemente con gli invitati.

Sui social con garbo

Mai dar rilievo con foto o video a quei momenti imbarazzanti che anche nel miglior ricevimento possono capitare: lancio del bouquet, della giarrettiera e taglio della cravatta possono generare commenti ironici – e a volte un po’ pesanti –  sui social in cui, ammettiamolo, le foto verranno quasi certamente condivise e, soprattutto, taggate.

Cellulare mai sulla tovaglia

Cellulare a tavola, tra il piatto e la ricercata composizione floreale? Anche no! Il cellulare durante il pasto rappresenta una gigantesca caduta di stile.  Decisamente più indicato intrattenere piacevoli conversazioni con vicini di posto, e se proprio non se ne può fare a meno, il suggerimento da galateo è di alzarsi discretamente e utilizzare il telefono privatamente, lontani dalla zona dei tavoli.

Scatto alla Wedding cake

Un altro dei momenti magici del matrimonio è quello in cui gli sposi condividono il taglio della prima fetta della torta nuziale, simbolo di unione e prosperità. Fotografarlo ha un valore altamente sentimentale, ed è comprensibile che per i presenti, sia un’occasione irrinunciabile. Per i cultori della fotografia, sarà allora interessante scegliere angolazioni diverse rispetto alle classiche frontali, anche per omaggiare gli sposi con una visione unica e del tutto personale di quella circostanza.

I video delle danze? Ni

Quando i vini bevuti cominciano a sortire il loro effetto, si tende ad avere un atteggiamento più disinibito. E quale frangente è più propizio, se non quello danze, per sciogliersi un po’ e far calare una tensione che dura da ore?  Anche in questo caso, occorre mantenere un certo buon gusto da manuale, e non guastare la festa con ordinari spettacoli di sé. Allo stesso modo, video in diretta col cellulare, selfie e reportage di gruppo saranno consentiti solo in situazioni informale.

After party con buon gusto
Come per i balli anche nell’after party, in cui tendenzialmente vengono offerti cocktail freschi, valgono regole di compostezza e buon gusto. Benissimo lasciarsi andare un po’ e riprendere i momenti spassosi, ma a una condizione: se anche in questo caso l’intenzione è la condivisione sui social, meglio dormirci sopra e scegliere di pubblicare solo le immagini migliori!

Calzature Bruno Bordese | Qualità e design

Le calzature Bruno Bordese si contraddistinguono per la loro creatività e voglia di osare: dei veri e propri pezzi unici ormai divenuti un must per quanti amano vestire in maniera originale e di tendenza. Presente sul mercato da oltre 25 anni, Bruno Bordese consente sia a lui che a lei di indossare l’eleganza e l’estro oggi irrinunciabili per chi ama mostrare agli altri parte della propria personalità attraverso l’abbigliamento, e mantenere sempre un profilo di tendenza tipico degli artisti o delle persone più brillanti. Queste ottime calzature sono il frutto di una ricerca costante che non riguarda esclusivamente il design e le nuove tendenze, ma anche e soprattutto i materiali più resistenti e performanti, ovvero quelli in grado di garantire il massimo del comfort e grande durata nel tempo.

Gli ambiti dai quali Bruno Bordese trae ispirazione per le sue creazioni sono la streetart e lo stile di vita dei più giovani in particolar modo, ma anche ciò che è possibile ammirare nei più famosi mercatini dell’antiquariato: è proprio grazie a questo eccezionale mix di elementi classici e moderni che è possibile dare vita a prodotti che si distinguono dagli altri ed ispirano artisti e quanti hanno voglia di raccontare qualcosa di sé anche attraverso le calzature che si indossano. Tra le sue creazioni più famose, vi sono le scarpe dal forte richiamo vintage dovuto ad un particolare lavaggio in lavatrice, un trattamento della pelle che ha dato vita ad una linea oggi particolarmente apprezzata e ricercata da chi ama vivere stando sempre al passo con i tempi. Le calzature Bruno Bordese sono dunque trasversali ed in grado di essere apprezzate da persone che appartengono a generazioni differenti, accomunate però dalla necessità di vestire in maniera ricercata senza per questo dover rinunciare ad una scarpa che possa garantire al piede tutto il comfort di cui avvertiamo il bisogno.

YouTube Music, l’app che sfida Spotify

Google lancia la sua sfida musicale a Spotify, ma non solo, anche ad Apple Music e Amazon Music, e decide di espandere il suo servizio in streaming YouTube Music.

Lanciato lo scorso 22 maggio in Corea del Sud, Stati Uniti, Messico, Australia e Nuova Zelanda, YouTube Music ora arriva in altri 12 Paesi, compresa l’Italia. Il nuovo servizio è una sorta di mix tra Spotify, a cui somiglia anche graficamente, e i contenuti tradizionali di YouTube. Si tratta di un’unica app, o nel caso del desktop, raggrupperà in una sola sezione videoclip e performance dal vivo, album ufficiali, singoli, remix e cover.

Rintracciare brani e album anche tramite pezzi di testo o indicazioni ancora più generiche

Come in Spotify, YouTube Music darà anche la possibilità di creare playlist, o ascoltarne alcune predefinite, in base all’umore o all’attività che si sta svolgendo in quel momento. Ma Google, che ha costruito la propria fortuna su un motore di ricerca, non dimentica le origini, e introduce un sistema efficace in cui brani e album possono essere rintracciati sia tramite nome dell’autore o titolo, ma anche tramite pezzi di testo o indicazioni ancora più generiche, come, ad esempio “canzone con il fischio”, riporta Agi.

Il punto forte sono i video

Nella homepage dell’app sono presenti sottosezioni come tendenze, nuovi successi e nuove uscite. Una volta scelto un album o un cantante si apre una lista di brani, album, playlist che contengono le sue opere e un elenco di artisti correlati. Le canzoni e i dischi verranno riprodotti e, quando disponibili, accompagnati dai videoclip corrispondenti. La maggiore differenza rispetto a Spotify sta proprio nella sezione Video, popolata di filmati, clip ed esibizioni live.

Gratis o con l’abbonamento Music Premium

YouTube Music è gratuito, ma se si vuole risparmiare si dovranno accettare (come su YouTube) le pubblicità che precedono i brani. Il modello, quindi, è lo stesso di Spotify: il servizio non costa nulla con gli annunci, in alternativa si può scegliere l’abbonamento, Music Premium: niente pubblicità e la possibilità di scaricare e riascoltare i brani anche in assenza di connessione Internet. Dopo un periodo promozionale di tre mesi gratuiti, il servizio costa 9,99 euro al mese e 14,99 euro per il Piano Famiglia.

Ed è subito concorrenza: in contemporanea arriva infatti anche YouTube Premium che include, oltre a tutte le opportunità di YouTube Music, anche le serie tv e i film di YouTube Originals

Asciugamani elettrici, ecco perché sono la scelta migliore

In uno spazio pubblico, che sia un ufficio, un ristorante, un albergo o una palestra, la priorità è che l’ambiente bagno risulti sempre pulito, ordinato e assolutamente igienico per gli utenti. Oltre a questa esigenza, però, c’è la necessita dei titolari non solo di rispettare tutte le norme in termini di pulizia e funzionalità, ma anche di gestire correttamente le spese, scegliendo le soluzioni più economiche. E un asciugamani elettrico ad aria può essere la risposta a tutte le domande.

Ordine e igiene, innanzitutto

Installando un asciugamano elettrico appare subito evidente come il bagno risulti sempre pulito. Con questo tipo di apparecchi, infatti, si elimina completamente il problema dei rotoli di carta e del loro smaltimento. Mai più, quindi, cestini traboccanti, carta sul pavimento o peggio sanitari intasati dall’uso improprio della carta asciugamani. Ancora, numerosi test dimostrano che il sistema ad aria è infinitamente più igienico degli asciugamani in tessuto a rullo e, con i modelli attuali, non esistono nemmeno rischi legati a possibili atti di manomissione o vandalismo. In ambienti ad alto traffico di persone, come appunto palestre, aziende, ma anche scuole e luoghi pubblici, la pulizia è una priorità. E un dryer di moderna concezione annulla la necessità di dover ripassare i locali di continuo.

Grande risparmio economico

L’utilizzo della carta significa materiale di consumo. Per il titolare, la scelta di un asciugamani elettrico rappresenta la concreta possibilità di risparmiare su continui approvvigionamenti, oltre che un netto risparmio anche in termini di tempo speso per controlli e riordini. Con l’asciugamani elettrico l’investimento è solo quello dell’acquisto: in un anno, si tratta di costi in meno, rispetto all’uso della carta, valutabili in oltre il 90%. Ancora, va ricordato che con l’asciugamani elettrico il servizio è garantito automaticamente 24 ore su 24 e non c’è nulla da gestire o ricordare, nessuna burocrazia come invece avviene per l’acquisto di salviette di carta.

Anche l’occhio vuole la sua parte

Assodato che praticità e risparmio sono assicurati, la scelta di installare un asciugamani elettrico si dimostra vincente anche sotto il profilo del design. I modelli più recenti, infatti, hanno linee che si integrano perfettamente anche con gli ambienti più esclusivi. Ad esempio i prodotti di Mediclinics, azienda leader del settore, vantano tutti un design moderno e innovativo. Ad esempio Dualflow Plus si distingue quale complemento ideale per ambienti superiori e ricercati, dove l’attenzione all’occhio del cliente è un aspetto fondamentale. E non solo: il filtro EPA che elimina il 99% dei batteri ed il biocote che riveste la cover, evitando il proliferarsi di cattivi odori o muffe, garantiscono la massima igiene.

Una scelta che rispetta l’ambiente

C’è poi un elemento sempre di attualità, ovvero l’impatto ecosostenibile di ogni acquisto. Anche in questo caso, un asciugamani elettrico è la scelta più rispettosa per l’ambiente, perché i modelli moderni non solo utilizzano una quantità davvero ridotta di energia elettrica, ma non impattano sul pianeta. Utilizzare la carta significa consumare alberi e impoverire la natura: con un asciugamani elettrico si risparmiano mediamente 24 alberi in 16 anni.

Quando Fido va in ufficio, e non solo

In Italia l’amore per gli animali va al di là delle mura domestiche: sono sempre di più i lavoratori che si recano in ufficio con il proprio “pet”, perché sempre più spesso le aziende consentono ai dipendenti di portare con sé il proprio animale da compagnia.

Il riconoscimento dei pet, quindi, va ben oltre l’ambito familiare. Gli amici a quattro zampe sono ormai membri riconosciuti delle nostre comunità, in cui godono di nuove possibilità e servizi e dove, sempre più, forniscono anche un proprio contributo. È quanto emerge dal compendio annuale sul mondo dei pet, curato da Assalco (Associazione Nazionale tra le Imprese per l’Alimentazione e la Cura degli Animali da Compagnia) e da Zoomark International, con il contributo di Centro Studio Sintesi, di IRI Information Resources e dell’Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani (ANMVI).

“Una crescente sensibilità rispetto al ruolo sociale dei pet”

“Il Rapporto restituisce la fotografia di un Paese che denota una crescente sensibilità rispetto al ruolo sociale dei pet, radicata al punto da tradursi in richieste di una maggiore riconoscimento anche a livello giuridico ed economico”, spiega Gianmarco Ferrari, Presidente di Assalco .

Qualche esempio del ruolo sociale dei pet? Oltre a fornire assistenza ai non vedenti, i cani prestano soccorso in situazioni di emergenza, o possono “aiutare” le persone affette da diabete grazie alla loro capacità di identificare le variazioni di glucosio nel sudore o nella saliva. Inoltre, contribuiscono, ai percorsi di riabilitazione negli ospedali, nelle carceri e nelle terapie di supporto a ragazzi vittime di bullismo.

La situazione legislativa…

Tea il 2013 e il 2018 parlamentari di tutti gli schieramenti hanno presentato 58 Ddl legati ai temi della tutela dei pet. Nessuno, però, è stato approvato, anche se le richieste avanzate sono state molteplici. A partire da questioni legate allo status, come l’inserimento dei pet nello stato di famiglia, o l’introduzione nella Costituzione italiana del principio della tutela degli animali.

A livello amministrativo, poi, da più parti si auspica la realizzazione di un’anagrafe nazionale degli animali d’affezione, che tenga traccia di passaggi di proprietà, trasferimenti e decessi. Che rappresenterebbe uno strumento utile anche nella lotta al randagismo e all’abbandono.

… e quella fiscale

Tra le varie proposte emerge anche l’esigenza di riduzione della pressione fiscale. A oggi, infatti, l’aliquota Iva è al 22% per prestazioni veterinarie, farmaci e alimenti per animali da compagnia, al pari quindi un bene di lusso, e tra i più alti livelli in Europa, andando a penalizzare i bilanci delle famiglie.

Considerando che nelle case degli italiani si stima vivano 30 milioni di pesci, poco meno di 13 milioni di uccelli, 7,5 milioni di gatti, 7 milioni di cani e 3 milioni tra piccoli mammiferi e rettili, per un totale di circa 60 milioni e 400 mila pet, l’impatto economico del nostro amico non umano sul bilancio familiare risulta decisamente considerevole.

L’agenzia SEO ideale: quale?

Inauguriamo il nostro nuovo blog parlando di SEO (search engine optimization), una tematica molto delicata e discussa nel mondo web: ci sono i detrattori, che la considerano ormai un’attività sovradimensionata per i risultati che è in grado di dare… e ci sono i sostenitori incalliti, che piuttosto che pagare un click a Google con gli annunci sponsorizzati spenderebbero capitali in ottimizzazioni e link building.

La realtà, come spesso accade, sta nel mezzo: la SEO, se combinata opportunamente e con la giusta strategia alle campagne PPC, è in grado di dare un ottimo supporto di traffico e consentire il raggiungimento degli obiettivi di conversione pianificati. Ma veniamo al dunque: in questi anni, abbiamo raccolto molti commenti ed opinioni durante i principali eventi in Italia dedicati al web, da professionisti del settore, imprenditori o semplici amanti dell’argomento, ed ecco la classifica delle 5 qualità più apprezzati dalle aziende e che qualsiasi agenzia SEO dovrebbe avere!

  1. Sapere ascoltare – che si tratti di esperienze precedenti, errori del passato, storia dell’azienda, sensazioni, obiettivi… una buona agenzia SEO deve sapere prima ascoltare attentamente, per poi proporre le giuste soluzioni
  2. Rendere partecipi – all’unanimità: basta con report freddi e tecnici, basta con ranking che, se non supportati da informazioni più “pratiche”, non significano nulla… Il cliente vuole essere partecipe di ciò che sta accadendo a capire come ci si sta muovendo
  3. Ammettere gli errori – nessuno è infallibile, e le agenzie web e SEO in particolare spesso e volentieri fanno delle castronerie: da quella keyword interpretata male, a quel link che ha fatto penalizzare il sito… l’importante è sbagliare il meno possibile, ovvio, ma sopratutto ammettere di aver sbagliato
  4. Proporzionare l’investimento ai risultati – sia chiaro, nessuno chiede di pagare ad obiettivi, non è assolutamente questo il punto…. ma l’opinione diffusa è che prima di fare lo step successivo, l’agenzia dimostri di aver centrato l’obiettivo precedente, per una crescita sostenibile e appurata in modo tangibile dal cliente
  5. Parlare in modo semplice – plebiscito: basta tecnicismi, acronimi strampalati o frasi estrapolate direttamente da un libro sul web marketing… Il cliente vuole capire (vedi punto 2), e per farlo è necessario che l’agenzia si metta sul suo stesso piano verbale

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