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Italiani impreparati, e le imprese non trovano i profili adatti

La formazione insufficiente dei candidati italiani è la prima barriera che impedisce alle imprese di trovare i profili di cui hanno bisogno. Comune a tutte le categorie di lavoratori, colpisce dai manager agli impiegati, dai professionisti dei servizi agli operai non qualificati, anche se soprattutto i tecnici e gli operai specializzati. Anche l’invecchiamento della popolazione influisce in maniera negativa per tutte le qualifiche, dall’alta specializzazione in giù. Sono alcuni dei risultati dell’indagine Impreparati? Sì, e non solo. I perché della difficoltà di reperimento di alcune figure professionali chiave, condotta su 1.160 dipendenti di Randstad, l’operatore mondiale nei servizi per le risorse umane, specializzati nella selezione del personale.

La carenza maggiore è nella preparazione scolastico-universitaria

Secondo il 66,7% dei professionisti Hr italiani di Randstad la carenza maggiore è riscontrabile nella preparazione scolastico-universitaria (63,9%) e nell’invecchiamento della popolazione (62%). Un altro fattore che ostacola la selezione di profili idonei è l’apertura alle problematiche ambientali (55,3%), nell’automazione (54,8%), nella digitalizzazione (53,1%), nella diversificazione dei rapporti di lavoro (46,9%), e nell’internazionalizzazione delle imprese (45,8%). Più marginale il ruolo dei fenomeni migratori (31,4%) e della globalizzazione dei mercati (34,5%).

Globalizzazione e apertura alle problematiche ambientali

La globalizzazione dei mercati e l’internazionalizzazione delle imprese trovano impreparate le figure di più alto livello come i manager, mentre la mancanza di esperienza di diversificazione nei rapporti di lavoro crea rigidità soprattutto per gli impiegati, le professioni dei servizi e gli operai. L’apertura alle problematiche ambientali (55,3%) raggiunge invece i livelli più elevati nelle professioni dei servizi, quelle più vicine ai consumatori, A riprova che sono questi ultimi a trainare la domanda di qualità dell’ambiente stesso, riporta Adnkronos.

Gli ostacoli al cambiamento nelle diverse categorie professionali

La ricerca ha anche indagato gli ostacoli al cambiamento presenti nei profili dei candidati appartenenti alle diverse categorie professionali. Fra i manager le lacune più evidenti riguardano la propensione all’innovazione e la scarsa sensibilità per l’organizzazione (24%), seguita da stili aziendali inadeguati (22%). Per i profili altamente specializzati le principali barriere sono rappresentate dagli stili aziendali inadeguati (23%), la scarsa conoscenza-formazione (22%) e i problemi di natura organizzativa (18%). Per i tecnici il primo ostacolo invece è la scarsa conoscenza-formazione (26%), seguita dagli stili aziendali inadeguati (22%). La scarsa conoscenza è la barriera più evidente anche fra gli impiegati (29%), che mostrano anche evidenti lacune organizzative (22%). Il problema principale dei professionisti dei servizi è la scarsa sensibilità per l’organizzazione (27%), seguito da problematiche di carattere sociale (20%).

A Roma l’Osservatorio interdisciplinare su social, media e comportamento

Le neuroscienze, la psicologia sociale, la scienza e l’informatica aiutano a comprendere le conseguenze dell’immersione costante nei social media fissando uno schermo. Atteggiamenti che incidono sul nostro comportamento, ma possono cambiare anche il nostro cervello? Sia gli esperti di Intelligenza Artificiale sia gli studiosi di scienze comportamentali possono fornire le risposte, e aiutarci a comprendere il ruolo degli algoritmi nel filtrare le informazioni online a cui abbiamo accesso. E l’Osservatorio TuttiMedia ha riunito a Roma circa 30 esperti provenienti da diverse discipline scientifiche e umanistiche, con l’obiettivo di rivolgersi soprattutto a chi ha il compito di effettuare scelte politiche, e stabilire normative sui temi dell’informazione digitale.

Un documento interdisciplinare per una nuova linea di ricerca

L’Osservatorio TuttiMedia e l’Unione Europea hanno quindi avviato un lavoro congiunto per stabilire le regole di una corretta informazione su questi temi e comprendere in che misura l’uso dei social media, l’immersione su uno schermo o nella VR modifichino il comportamento dell’individuo. A questo scopo è stato definito un documento interdisciplinare con i punti di vista di esperti in diverse discipline (teologia, data analyst, media theorist, economia, neuroscienza…) provenienti da diversi Paesi.

“Le linee guida della scienza dei nuovi media saranno presto un manifesto perché in questi due giorni abbiamo posto le basi per una nuova linea di ricerca”, aggiunge Derrick de Kerckhove, direttore scientifico dell’Osservatorio TuttiMedia.

Verificare l’influenza sui processi cognitivi e affettivi a livello individuale e collettivo

Gli psicologi già lanciano l’allarme sulla ridotta capacità di attenzione nei giovani adulti a causa della costante esposizione ai flussi di informazioni online, riporta Askanews.

“L’influenza sui processi cognitivi e affettivi sia a livello individuale sia collettivo ha bisogno di essere verificata empiricamente da una prospettiva strettamente scientifica e multidisciplinare”, spiega Roberto Viola, direttore del dipartimento della Commissione Europea responsabile dello sviluppo di un mercato unico digitale.

“Una visione capace di suggerimenti per i futuri programmi di ricerca europea”

Per generare nei Paesi dell’Unione europea una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva è necessario comprendere se e come i social media possano essere capaci di “innescare azioni collettive anche nella crescente diffusione dell’odio”, aggiunge Maria Pia Rossignaud, vice presidente Osservatorio TuttiMedia.

Secondo Maria Pia Rossignaud è fondamentale partire da basi scientifiche, e “il simposio romano è la prima esplorazione di un percorso che conduce verso una visione interdisciplinare sui social media. Una visione capace di suggerimenti per i futuri programmi di ricerca europea, le future tecnologie digitali e le future politiche e misure normative”.

Entro il 2025 il 68% dei passeggeri gestirà i voli da smartphone

Dalle notifiche sulla posizione del bagaglio alle informazioni sull’imbarco fino ai pagamenti, entro il 2025 quasi sette passeggeri su dieci gestiranno tutte le fasi del viaggio in aereo da dispositivi mobili. Se oggi le persone gestiscono ogni aspetto della vita quotidiana da smartphone e tablet si aspettano di poter fare lo stesso anche per il viaggio aereo

“Abbiamo a che fare con un vero e proprio ‘cambiamento demografico’- spiega Barbara Dalibard, Ceo di SITA -. Per l’83% dei responsabili IT di compagnie aeree e aeroporti questo mutamento di abitudini sarà l’elemento più influente sulla definizione della strategia per le soluzioni per i passeggeri nei prossimi sei anni”.

È quanto emerge dal report 2025: Air Travel for a Digital Age di SITA, il fornitore globale di tecnologia per il trasporto aereo.

Un viaggio sempre più self-service

Secondo il SITA i viaggiatori chiedono servizi più automatizzati, e il pieno controllo su ogni fase del viaggio. Un viaggio, insomma, sempre più self-service.

“Aerolinee, scali e altri stakeholder devono mettere in atto una sempre maggiore collaborazione per operazioni sempre più efficienti, e per consentire ai passeggeri di vivere l’esperienza di viaggio positiva e senza intoppi”, aggiunge Dalibard.

Le irregolarità nella gestione dei bagagli, ad esempio, causano fastidio ai passeggeri e costi per gli operatori. Se il numero di bagagli disguidati nell’ultimo decennio è passato da 14,7 ogni mille passeggeri nel 2008 a 5,69 nel 2018, nello stesso anno l’industria del trasporto aereo ha speso 2,4 miliardi per problemi con borse e valigie, riporta Askanews. Se i dati non sono condivisi correttamente fra gli operatori è difficile tenere traccia del bagaglio, o fornire informazioni al passeggero.

La biometria definisce la passenger experience del futuro

La biometria è un’alleata chiave per una più completa automatizzazione delle operazioni, e un passaggio più fluido tra le diverse fasi del viaggio. Entro il 2021 il 63% delle aerolinee implementerà gate self-service che utilizzano tecnologia biometrica e il riconoscimento delle identità. Il 48% implementerà gate che sfruttano la sola biometria e il 58% degli aeroporti installerà gate biometrici. Tale tecnologia è destinata a espandere le proprie funzionalità, e il 54% dei responsabili IT di compagnie aeree e aeroporti ritiene che token di viaggio biometrici duraturi, ovvero validi non per un solo viaggio o aeroporto, ma per più spostamenti, siano un elemento chiave per definire la passenger experience del futuro.

I passaporti non serviranno più

“Per trarre vantaggi concreti dalla tecnologia biometrica – aggiunge Dalibard – noi come industria dobbiamo lavorare insieme per sviluppare, in pieno accordo, un’identità digitale che non solo fornisca ai passeggeri controllo sulla propria identità, ma sia anche accettata in ogni aeroporto e attraverso le frontiere, come lo sono oggi i passaporti”.

A tal fine SITA sta già lavorando con organizzazioni del settore come IATA, ICAO e ACI, ed è inoltre founding steward della Sovrin Foundation, l’organizzazione privata non-profit la cui missione è abilitare le identità digitali distribuite e decentralizzate.

Il fashion renting esplode anche in Italia

Si chiama fashion renting e arriva dall’America, ma sta esplodendo anche in Italia. Il noleggio di abiti griffati è un trend che non solo realizza il sogno di ogni donna di avere a propria disposizione un armadio pressoché infinito, ma rappresenta un antidoto al fast fashion, e quindi alla produzione eccessiva e indiscriminata di indumenti low cost “usa e getta”. A guidare la crescita del settore è soprattutto il noleggio online, che secondo Allied Market Research nel 2023 varrà la cifra record di 1,9 miliardi di dollari. È quanto emerge da uno studio condotto da Espresso Communication per DressYouCan, startup milanese di fashion renting, per indagare sulle nuove abitudini fashion degli italiani.

Un nuovo modo di consumare soprattutto per Generazione Z e Millennial

“Il fashion renting – sottolinea Giovanni Maria Conti, docente di Storia e Scenari della Moda presso il Politecnico di Milano – rappresenta un nuovo modo di consumare soprattutto per Generazione Z e Millennial, i target più attenti alla sostenibilità”.

Ma noleggiare gli abiti permette anche di essere più felici, riporta Adnkronos. Se per anni lo shopping è stato considerato quasi una sorta di strumento terapeutico attualmente i consumatori sembrano preferire le esperienze agli acquisti. E a differenza dell’acquisto di numerosi abiti il noleggio è una vera e propria esperienza.

Un trend amato anche dalle influencer

Questo nuovo trend è amato anche dalle influencer. “Ricevere direttamente a casa o nella location dell’evento il proprio vestito rende tutto più facile, perché spesso si parla di abiti di un certo valore – spiega l’influencer Marie-Loù Pesce – e in questo modo non si rischia di sporcare, stropicciare o rovinare il capo”.

Concorda anche Pamela Soluri, secondo la quale “Grazie al fashion renting l’alta moda non è più un’utopia e noi fashion victim possiamo vivere in qualsiasi momento una magnifica Haute Couture Experience”. Ma non solo, è anche la nuova frontiera del risparmio e un’intelligente soluzione all’eterno problema femminile del dress code nelle occasioni speciali..

Ogni anno nella sola Ue generati 16 milioni di tonnellate di rifiuti tessili

L’ultimo aspetto da analizzare, ma non meno importante, è che il fashion renting permette di ridurre l’inquinamento. Acquistare meno capi d’abbigliamento è oggi fondamentale per salvaguardare il Pianeta. Come riporta El País negli ultimi 15 anni la durata dei capi di abbigliamento è diminuita del 36% e oggi i vestiti hanno una vita media inferiore ai 160 utilizzi, una situazione che genera ogni anno 16 milioni di tonnellate di rifiuti tessili nella sola Unione europea. Inoltre, avvisa il The Guardian, se nei prossimi anni non ci sarà un cambio di passo di qui al 2050 l’industria del tessile sarà responsabile di un quarto del consumo del carbon budget, causando un aumento della temperatura di ben 2°C.

Mobilità del futuro: arriva una nuova generazione di aerei

Prepariamoci alle macchine volanti: il futuro è molto più vicino di quanto ci possiamo immaginare. Sta infatti prendendo piede una nuova classe di veicoli avveniristici, ovvero una famiglia di aeromobili elettrici o ibridi che permettono il sollevamento verticale, chiamati eVTOL (electric vertical take-off and landing vehicles). Stando alle prime analisi, questi mezzi potranno rivoluzionare il prossimo futuro del trasporto merci e passeggeri. Lo rivela il recente report Deloitte “The elevated future of mobility: what’s next on the horizon” che analizza l’evoluzione degli eVOTL ed esplora le tappe del loro sviluppo.

Le barriere psicologiche che frenano lo sviluppo dei cieli

Anche se sono stati fatti enormi progressi negli aeromobili eVTOL, rimangono alcuni ostacoli che ne frenano la diffusione su larga scala. In prima battuta, i motivi del “sospetto” sono rappresentati dalla gestione e regolamentazione di uno spazio aereo diversificato, così come dalle barriere psicologiche che frenano l’adozione di nuovi mezzi di trasporto. Su un campione di 10.000 consumatori intervistati da Deloitte a livello mondiale, emerge che circa la metà vede negli aeromobili a guida autonoma per passeggeri una valida soluzione per contrastare la congestione del traffico stradale. Tuttavia, l’80% di essi crede che questi veicoli “non siano sicuri”, o ha qualche dubbio sulla loro sicurezza. Proprio per questi motivi si fa più urgente la necessità di implementare miglioramenti nelle tecnologie eVTOL (ad esempio sistemi di prevenzione delle collisioni) e dell’infrastruttura di terra. Infatti, mentre la tecnologia di bordo si trova in uno stato avanzato, la gestione dell’energia, compresa la potenza delle batterie, rimane un fattore limitante. Inoltre, per quanto riguarda l’infrastruttura, la maggior parte delle città non dispone di aree necessarie al decollo, all’atterraggio e spazi in grado di ospitare gli aeromobili eVTOL e i loro ulteriori sviluppi. “Sarà probabilmente il trasporto merci a sperimentare per primo gli aeromobili eVOTL, mentre si discute sulla redditività dei sistemi anche per il trasporto passeggeri” dicono da Deloitte Italia.

Entro il 2025 voleremo così

Deloitte prevede che fra il 2020 e il 2025 i prototipi eVTOL per passeggeri saranno testati e commercializzati. In questo periodo, le diverse parti coinvolte lavoreranno per definire la regolamentazione, supportare lo sviluppo della rete di infrastrutture e creare sistemi di gestione del traffico. Si prevede inoltre che negli anni a seguire – ovvero tra il 2025 e il 2030 – l’ampio uso di aeromobili eVTOL per il trasporto merci introdurrà una prima ondata di velivoli destinati al trasporto passeggeri, grazie ai miglioramenti in affidabilità e sicurezza. Infine, a partire dal 2030, inizieranno a circolare e ad essere socialmente accettati eVTOL a guida autonoma. “Complessivamente, il mercato passeggeri degli eVTOL sul territorio nordamericano  è destinato a passare da 1 miliardo di dollari nel 2025 a 13,8 miliardi nel 2040” proseguono dalla società che ha condotto il report.  “Ciò rappresenta un’incredibile opportunità, ma anche un rischio per i produttori di elicotteri tradizionali, che se vogliono approfittare di nuove opportunità devono prendere in considerazione la possibilità di riesaminare i prodotti, i modelli di business o addirittura spostare l’attenzione sui mercati in evoluzione come il trasporto aereo senza equipaggio”.

Sanità digitale, come garantire assistenza di qualità e risparmio sui costi

L’Osservatorio sanità digitale di Aidr, l’Associazione italian digital revolution, vuole porsi come interlocutore tra cittadino e istituzioni per offrire soluzioni, e alternative valide, nel campo della sanità. Un esempio su tutti, la telemedicina, che secondo Aidr oltre a garantire un’assistenza migliore, cure adeguate e personalizzate ai cittadini, può incentivare anche la riduzione dei costi sanitari a fronte di investimenti nelle nuove tecnologie. Secondo l’Osservatorio, infatti, promuovendo la consultazione e la cura a distanza, il digitale nel caso dei malati cronici sarebbe in grado di produrre risparmi fino al 20%.

L’informatizzazione completa porterebbe a risparmiare fino al 5% per le spese sanitarie

“Oggi la spesa sanitaria si aggira intorno ai 150-160 miliardi di euro, di cui 110-120 miliardi sono garantiti dallo Stato, il resto dai singoli cittadini – spiega il responsabile dell’Osservatorio, Andrea Bisciglia -. Le nuove tecnologie, a fronte di una migliore qualità e assistenza, offrono un oggettivo risparmio. Grazie alla completa informatizzazione della sanità si potrebbe risparmiare fino al 5% della spesa sanitaria”.

Tra il 2012 e il 2017 il Servizio sanitario nazionale ha perso 26.561 lavoratori

Secondo la Ragioneria generale dello Stato, riporta Askanews, tra il 2012 e il 2017 il Servizio sanitario nazionale ha perso 26.561 lavoratori, il 3,9%, una percentuale che fa arrivare il totale dei dipendenti a quota 648.058, pari a un quinto dei lavoratori della Pubblica Amministrazione. Le perdite maggiori in valori assoluti sono quelle riportate dal personale infermieristico, che in questo arco di tempo ha perso7.055 unità. Le altre categorie del comparto sanità che hanno dovuto rinunciare al maggior numero di unità di personale in valori assoluti sono quelle dei profili del ruolo amministrativo (-6.102 unità), dei profili del ruolo tecnico (-4.727 unità), e i medici, che nel 2017 risultano essere 3.448 in meno rispetto al 2012, pari a -3.16%.

“Una oggettiva incapacità del Ssn di assistere e curare al meglio i cittadini”

Si tratta di una sottrazione di personale che rappresenta il 13% delle perdite del Sistema sanitario nazionale. Per non parlare degli odontoiatri, che hanno perso il -39,61% delle figure professionali dipendenti. In totale i dentisti della sanità pubblica oggi sono appena 93. “Praticamente scomparsi – sottolinea il presidente dell’Osservatorio Aidr -. Tutto questo può tradursi in una oggettiva incapacità del Sistema sanitario nazionale di assistere e curare al meglio i cittadini. Grazie ai vantaggi della sanità digitale, invertire la rotta si può. E si deve”.

Gli italiani non vogliono dire addio al contante

Ancora legati al contante, gli italiani dimenticano la praticità dei pagamenti digitali, e il posizionamento dell’Italia nel Cashless Society Index 2019 resta invariato. Secondo lo strumento di monitoraggio sviluppato da The European House – Ambrosetti, il grado di modernizzazione e innovazione del nostro Paese misura un punteggio medio di 3,68 su 10. E rispetto al livello di digitalizzazione dell’economia e dei sistemi di pagamenti dal 2017 l’Italia resta nelle retrovie del ranking europeo dei 28 Paesi in 23a posizione.

Fra le 35 peggiori economie al mondo per intensità del contante

Ad abbassare la nostra performance rispetto al resto dei Paesi europei è proprio il livello di utilizzo degli strumenti di pagamento elettronici. Nella macro-categoria sullo stato dei pagamenti nel 2019 l’Italia perde infatti una posizione rispetto all’anno scorso. Inoltre, l’Italia resta nel gruppo delle 35 peggiori economie al mondo per intensità del contante (contante in circolazione su Pil), con una percentuale dell’11,8%, superiore di quasi un punto rispetto alla media dell’eurozona (11% nel 2016).

Tutto sotto controllo e al sicuro da frodi

Sarebbe quindi necessario rafforzare il concetto secondo il quale con i pagamenti digitali si ha a disposizione uno strumento di controllo accurato e tempestivo delle spese effettuate. E sempre più a portata di mano, anche grazie alle nuove tecnologie. Le carte di credito di fatto ora sono “nello” smartphone, e con le app di internet banking è possibile gestire il proprio conto corrente da remoto, il proprio portafoglio di risparmio, dialogare con la banca e ottenere servizi personalizzati.

Con un sistema di monitoraggio delle transazioni, inoltre, eventuali tentativi di frode vengono individuati immediatamente.

Oggi più sicurezza sugli acquisti online

Una sicurezza aumentata anche dal diretto controllo esercitato dal consumatore in tempo reale, attraverso le notifiche ricevute via app o via sms.

Nel caso in cui una transazione non appartenga all’intestatario della carta, riporta Adnkronos,

si può infatti contattare immediatamente il servizio clienti, e si blocca la carta stessa.

Chiarezza e controllo sono garantiti anche sugli acquisti fatti online. Al momento del pagamento di un acquisto sul web si può ricevere infatti un sms al numero di cellulare indicato che riporta un codice di sicurezza dinamico di 6 cifre utilizzabile solo una volta per completare l’acquisto.

Promuovere un’azione integrata per accompagnare la transizione cashless

Occorre, quindi, promuovere un’azione sistemica e integrata per accompagnare la transizione cashless anche nel nostro Paese, così come già avviene all’estero. La Community Cashless Society ha formulato proposte d’azione per promuovere la diffusione dei pagamenti elettronici in Italia, di cui alcune si sono tradotte in policy concrete, come la previsione del pos obbligatorio per gli esercenti, il lancio di una campagna di comunicazione sui media, la fatturazione elettronica e la promozione di progetti-pilota su base territoriale. Per altre, invece, come nel caso della lotteria dei corrispettivi, se ne vedranno gli effetti nel futuro prossimo. La fase sperimentale della proposta è infatti prevista per il 1° gennaio 2020.

Italia al 3° posto dei Paesi più… “contraffatti”

Il 15,1% del valore dei beni contraffatti sequestrati a livello mondiale è a danno di marchi registrati in Italia. Un dato che ci colloca al terzo posto della classifica dei Paesi più colpiti dalla contraffazione, dietro Stati Uniti (24%) e Francia (16,6%), e che ci fa perdere 88.000 posti di lavoro, pari al 2,1% dei lavoratori impiegati nei settori più colpiti dalla contraffazione.

“L’ennesimo segnale di come la situazione stia declinando in maniera allarmante”, spiega Mario Peserico, Presidente di Indicam, l’associazione italiana per la tutela della proprietà intellettuale. Secondo il quale “la prospettiva peggiora anno dopo anno”.

In Europa in un anno importati prodotti contraffatti per oltre 120 miliardi di euro

Secondo i dati del Report di Euipo (Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale) e Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sulle Tendenze del commercio di prodotti contraffatti e usurpativi il mancato gettito tributario causato dalla contraffazione ammonta a 10,3 miliardi di euro, una cifra equivalente al 3,2% del totale delle tasse riscosse, e allo 0,62% del Pil. Mentre per il mancato pagamento dell’Iva sono stati persi 4,3 miliardi di euro.

“Leggere questi numeri dà la percezione della realtà con la quale ci confrontiamo ogni giorno – aggiunge Peserico -. Non è ammissibile che in Europa siano stati importati in un anno prodotti contraffatti per oltre 120 miliardi di euro, una stima aumentata di 30 miliardi in soli tre anni”.

La Cina è il primo Paese di origine o passaggio delle merci contraffatte

La Cina continua a essere il primo tra i Paesi di origine o passaggio delle merci contraffatte, coprendo quasi il 60% del totale, seguita da Hong Kong, un Paese prevalentemente di transito dei beni, e Turchia.

“I Paesi che sono all’origine dei prodotti contraffatti sono sempre gli stessi da anni. Le nostre imprese non possono più assistere impotenti di fronte a tutto ciò – prosegue il presidente Indicam -. Il problema deve essere affrontato alla radice, gli Stati e l’Unione Europea devono imporre a questi Paesi l’obbligo di un maggiore rispetto della proprietà intellettuale”.

Soprattutto l’Italia, che dovrebbe avere più interesse di altri ad alzare il tono della discussione, adottando una politica più forte a sostegno della proprietà intellettuale.

Aggiornare le regole del mondo online

Le norme ci sono, riporta Askanews, ma devono essere adattate all’evoluzione della contraffazione. “L’Italia deve giocare un ruolo di primo piano e non restare più nelle retrovie – sottolinea Peserico -. È sempre più urgente un rafforzamento nelle nostre Ambasciate nei Paesi più critici, con l’inserimento di esperti dedicati a supportare la tutela della proprietà intellettuale”.

Occorre quindi che gli Stati all’origine della contraffazione siano messi sotto pressione, che le regole del commercio online siano aggiornate. “I consumatori e gli imprenditori meritano una tutela migliore di quella finora ricevuta – puntualizza il Presidente Indicam -. È necessario non scendere più a compromessi con chi, Stato o operatore, arreca danni così ingenti al nostro tessuto sociale ed economico”.

Un italiano su 2 non paga le tasse, ma non è un evasore

Le tasse in Italia non sono troppo alte per tutti. I dati che emergono dall’analisi delle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2017 sono chiari: a farsi carico del peso dell’Irpef sono in pochi, soprattutto i contribuenti che appartengono al cosiddetto ceto medio. In pratica un italiano su due versa allo Stato una somma che non copre nemmeno la propria spesa sanitaria. E se il tema della pressione fiscale da sempre è al centro dell’attenzione lo è ora più che mai, con il dibattito su riforma Irpef e flat tax che il Governo vorrebbe estendere alle famiglie con redditi bassi già a partire dal 2020.

Partire dall’analisi dei dati, tuttavia, è fondamentale per capire quali sono le reali necessità del Paese, e quali gli aspetti su cui il Governo dovrebbe puntare l’attenzione.

Più del 40% dell’imposta la paga chi ha redditi tra 15.000 e 35.000 euro

Come evidenziano i dati pubblicati da Money.it, elaborati sulla base dell’indagine del Centro Studi Itinerari Previdenziali, sul totale del gettito Irpef, pari a 163,377 miliardi di euro, il 44,92% degli italiani ha contribuito soltanto per il 2,82%. Si tratta dei contribuenti in no-tax area e di quelli che rientrano nel primo scaglione Irpef, ovvero con redditi non superiori a 15.000 euro. Più del 40% del totale dell’imposta arriva dal 42,99% di contribuenti con redditi annui lordi compresi tra i 15.000 e i 35.000 euro, mentre il 10% degli italiani che guadagna fino a 100.000 euro contribuisce per il 38%. Un sistema fiscale amico dei più deboli, che forse sono sempre più numerosi, ma anche nemico di chi consegue redditi di importo tutt’altro che da “benestante”.

Penalizzata la classe media

Se si considerano i lavoratori dipendenti, poi, basta superare 26.600 euro lordi all’anno per perdere il bonus Renzi, ovvero, il credito Irpef erogato in busta paga con la finalità di ridurre l’importo dell’imposta sul reddito. Allo stesso modo, riporta Adnkronos, all’aumentare delle entrate economiche vengono progressivamente meno molte agevolazioni, come le detrazioni per lavoro dipendente, che si annullano una volta raggiunti i 55.000 euro di reddito. E con l’incremento di reddito (soprattutto per chi passa dai 15.000 euro ai 20.000 euro in su) aumenta a dismisura anche l’importo dell’Irpef dovuta.

Quasi metà popolazione contribuisce in misura insufficiente

Si tratta di una criticità del sistema già sottolineata in merito al regime forfettario per le partite IVA. Il problema non è solo individuale, ma ha risvolti per l’intera popolazione. Il sistema di welfare italiano è finanziato anche grazie al gettito Irpef che, da solo, riesce a coprire soltanto una piccola parte della spesa complessiva. Un sistema sociale generoso per il quale tuttavia quasi la metà della popolazione contribuisce in misura insufficiente, tenuto conto che la media pro-capite per la copertura della sola spesa sanitaria è pari a circa 1.700 euro.

Ghosting e overworking, due cattive abitudini divenute normali

Secondo l’enciclopedia Treccani la cosiddetta normalità si dimostra in situazioni e comportamenti “non eccezionali, casuali o patologici”, oltre ovviamente ad aver a che fare con regolarità e consuetudine. Proprio su questo aspetto è nata una discussione su Redditi, il sito Internet di social news, sui cattivi comportamenti che ormai sono giudicati normali dalla società. Una discussione che ha raccolto oltre 22 mila risposte, e da cui emergono in particolare i fenomeni della pretesa reperibilità 24h dal datore di lavoro, il ghosting e l’overworking. Tutti e te considerati pessime abitudini, ma oramai considerati una consuetudine.

Lavorare sempre ed essere sempre reperibili

La risposta che ha raccolto il maggior numero di pareri favorevoli è dell’utente Guerrilla_Physicist, secondo il quale il comportamento malsano, ma oramai considerato normale per eccellenza, è quello dei datori di lavoro per i quali i dipendenti debbano essere costantemente raggiungibili anche al di fuori dell’orario di lavoro o durante i periodi di pausa. Ma che succede se ci si nega? L’atteggiamento di chi dice no alle frequenti richieste che arrivano fuori orario viene percepito come un difetto, un peccato che può costare la reputazione e magari anche il posto di lavoro, riferisce Agi. Una sorta di stigma da evitare a ogni costo: anche se il prezzo da pagare è proprio quello di essere operativi 24 ore su 24.

L’origine dell’overworking

La tecnologia non aiuta certo a staccare a fine giornata. Ma l’overworking ha anche altre cause. “L’eccesso di lavoro viene idealizzato nei film e dalla televisione”, scrive un utente su Reddit. “Far tardi in ufficio non significa fermarsi con i colleghi tra pizza, birra e lampi di genio”, quanto piuttosto “rimanere soli, sotto luci fluorescenti, sfiniti, stressati e sprecando l’occasione di trascorrere del tempo con i propri cari per un posto di lavoro che ti vede soltanto come un numero”. Mentre alcune aziende  sperimentano le settimane di lavoro corte altrove si continua a chiedere sempre di più ai dipendenti: “È ancora difficile far comprendere che bilanciare in maniera decorosa il lavoro e la vita privata è una soluzione più sostenibile a lungo termine” rispetto a spremere le energie dei propri dipendenti, è la riflessione di un altro utente.

Sparire all’improvviso

Dalla discussione su Reddit è emerso un altro atteggiamento apparentemente molto comune, il ghosting, cioè l’abitudine a sparire, troncare ogni comunicazione senza fornire spiegazioni. Accade nei rapporti personali, certo, ma anche nel caso dei colloqui di lavoro, quando, dopo una sfilza di selezioni e di incontri, cade il silenzio. Niente notizie, nessuna risposta. Spesso le candidature finiscono in un no comment. Un atteggiamento che però non riguarda soltanto le aziende. Proprio su Reddit un utente ha spiegato che l’azienda per la quale lavora ha subito lo stesso trattamento: “Abbiamo fatto i colloqui e assunto le persone, ma loro non si sono mai presentate”. La naturale evoluzione delle cose o una normale vendetta?